Principessa

image(1)Lovell rimprovera Principessa. Per gioco. Hanno ancora la forza di giocare. Due piccoli esseri, consunti dalla febbre. Non si sentono diversi. Sono bambini. Vogliono giocare quando il virus glielo permette. Come tutti i bambini.
Principessa è altissima per la sua età. Nove anni e Lovell scherza con lei. Ride con gli occhi socchiusi, indeboliti dalle febbri emorragiche. Ha soggezione di Principessa ma fa di tutto per apparire spavaldo. Strizza gli occhi e sorride mentre le dice che sembra una modella. Ha soggezione di lei perché è più piccolo. Sette anni e bassino. Si intimidisce quando Principessa lo guarda con i suoi occhioni, diventati  ancora più grandi sul volto scavato da Ebola. Lui è abituato agli uomini del suo villaggio, che scelgono donne più piccole, e gli fa strano ritrovarsi in un letto d’ospedale accanto a una bambina che sembra una gigante, una modella che diventerà famosa in tutto il mondo. Le sorride e strizza gli occhi che continuano a fargli male. Non riesce a pronunciare il suo nome nel dialetto di un gruppo che non conosce e la chiama Principessa, per non sbagliarsi.
La rimprovera perché fa la misteriosa. Lei ci scherza sulla sua alterigia. Parla piano perché la voce è spezzata dal dolore. Sottovoce si prende gioco di lui perché è molto più basso e ha un’espressione buffa con quegli occhi strizzati. Non gli ha detto da dove viene, da quale luogo nascosto sia sbucata. Lovell cerca di indovinare dove nel continente africano nascano bambine così alte. Recita una lista di città inverosimili. Arriva alla fine dell’elenco con l’affanno.  Quei nomi assurdi fanno strizzare gli occhi di Principessa. Allora è contagioso, pensa. Pure il divertimento è contagioso. Non soltanto Ebola.
Zio, hai visto quanto è alta Principessa? L’infermiere lo accarezza. Lovell pronuncia  la parola zio con pudore. Si sente in colpa per non riuscire a imparare i nomi. Non se li ricorda proprio. Non se li è mai ricordati. Ancora meno adesso che la testa gli scoppia dalla febbre. L’infermiere prende la mano di Principessa e l’avvicina a quella di Lovell. Le sovrappone per vedere la differenza. Lui strizza gli occhi quando il suo palmo viene oscurato da quello di Principessa. Lei è come se scendesse dal suo mondo e lui è felice di vederla più terrena.
Il buio dei temporali spaventa Lovell. Gocce forti rimbalzano sul tetto della tenda e rimbombano sui letti allineati nella grande stanza. Quando piove così forte Principessa non parla. La sua voce flebile non riesce a sovrastare il frastuono dei tuoni e dell’acquazzone. Si gira verso di lui e gli fa capire di sentire caldo. Smania e non strizza gli occhi. Sotto il temporale la bambina li spalanca. È la prima volta che Lovell guarda davvero i suoi grandi occhi. Innaturali. Annacquati come la pioggia che entra nella stanza d’ospedale. Non vede nulla, Principessa. Sposta il corpo a vuoto. Ha smesso di guardare quello che le accade intorno. Non si accorge che lui la sta fissando e si sente impotente. Non può aiutarla. Il dolore della bambina è il suo stesso dolore. Se glielo potesse dire le sarebbe d’aiuto. Ma non si parla in quei momenti. Si ascolta il corpo e si aspetta che l’ondata di dolore sia lontana. L’infermiere porta una medicina a Principessa. La deve imboccare perché la bambina non reagisce. Lovell ripensa al sole del giorno prima. Strizza gli occhi per tutta quella luce che ricorda. Principessa sembra dormire adesso. La pioggia ci prova a fare meno rumore per non svegliarla. Un sussulto, una manciata di minuti e di nuovo gli occhi sbarrati. La testa gettata all’indietro. Un peso incontenibile. Principessa fissa il vuoto. L’agonia di uno spazio che ha perso ogni riferimento. L’infermiere torna e la trova in quello stato. Zio, che succede? Le uniche parole leggere leggere che Lovell riesce a pronunciare. L’infermiere avvicina il suo letto a Principessa. Il bambino tocca la mano inerte. Le sfiora i polpastrelli, quasi di corsa. Sono caldi e si sorprende di quel calore. È l’energia della vita che non svanisce con il respiro. Il corpo la rilascia lentamente. La pelle trattiene ancora per un po’ quel calore. Si spaventa. Sente la morte di Principessa agitarsi ancora dentro di lei. La morte si può avvertire. Allora è vero che la morte dà segnali. Si impaurisce perché adesso ha imparato a riconoscerli. Lovell non può piangere. La febbre prosciuga i liquidi e l’istinto gli suggerisce di trattenere le lacrime per non aggravare la situazione. Hai ragione, zio. Gli dice, esitando. Devo essere coraggioso.
Oggi è un’altra giornata di pioggia. Sembra che il virus si accorga del clima che cambia là fuori, nel grande campo dove è piantata la tenda dell’ospedale. Assorbe l’umidità e si rafforza. Succhia energia dal corpo che lo ospita. Lovell lo sente muoversi. Dentro avverte una specie di serpe che si allunga con l’umido degli acquazzoni. Sarà questo il motivo per cui durante i temporali parecchi malati muoiono? Il pensiero svanisce. I dolori sono insopportabili. Il cuore è affaticato. Zio, dov’è zio? Lovell lo cerca con lo sguardo e la parola zio esce come un sibilo. Come tutte le sue parole. L’infermiere passa spesso a trovarlo da quando è rimasto solo. Per fortuna che ci sei tu, zio. Entrambi si guardano. Il bambino lo fa a modo suo, con gli occhi strizzati dal dolore. Entrambi sono capaci di riconoscere i segnali dell’abbandono. Lo zio ha una pasticca, l’ultima. Il bambino la riconosce dal colore. La stessa che ha preso Principessa prima di buttare la testa all’indietro. Non sa che fare in questo frangente. L’unica cosa è imitare Principessa. Lascia cadere la testa verso la schiena. Senza peso. Riesce a spalancare gli occhi dal dolore. Diventano grandi e quasi subito si richiudono con un soffio lieve.

Andrea Mauri

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