Il miele dopo il fiele

Giuseppina Teresa di LorenaLe donne vengono condotte all’altare come giumente al mercato. Nell’istante in cui viene scambiata la promessa, se sono donne semplici hanno la fortuna di non capire bene il senso della propria azione. Se, come me, hanno studiato al lume di quella ragione che vuole l’umanità uguale al cospetto delle idee, sono invece consapevoli della menzogna. Ci hanno insegnato che così si fa. Perciò siamo tutte complici della Storia. Quelle più fortunate hanno pastoie di perle e sono coperte di broccati. Tutte ugualmente colpevoli. Talvolta, ci chiamano principesse.
Avevo quindici anni, dicevano fosse l’età giusta per dare una figlia al miglior offerente. Venni perciò venduta in sposa a un italiano, tale principe di Carignano. Portai con me tutte le mie bambole e mi chiusi in camera, uscendo solo quando lui non c’era. Dopo un anno di preghiere, doni, urla e minacce, mio marito ce la fece a prendermi. Giuseppina Teresa di Lorena D’Armagnac, proprio io, in tutta la mia fasulla principesca persona, giacevo sul letto sventrata come un cadavere in un’aula di anatomia, e questo mi avevano detto che si chiamava “amore”.
Nei tempi previsti dalla natura, ebbi però una bambola vera ad allietare le mie notti. Avevo pregato che fosse un maschio, per risparmiargli le torture che io stessa avevo subito. Mi innamorai di lui, e alla luce di quell’amore ritrovai me stessa. Se ero una principessa, mi dissi, potevo far di me ciò che volevo. Decisi così che quasi mai mi avrebbero vista a Torino, gli italiani dalla corte rigida e dal cerimoniale di gesso, con quei loro sorrisi di marmo. Non ci sarebbe stata nessuna balia, nessun maestro, nessun precettore, a portare via mio figlio. Avrei pensato da sola alla sua educazione e mi sarei dedicata alla scrittura di un romanzo, la storia ingenua di un’isola felice, in cui vivere senza armi e senza eserciti.
Dopo il fiele, il miele: mi ricordo che lo pensai quando finii di scrivere il mio lungo racconto, mentre mettevo in ordine i fogli sullo scrittoio. Fu allora che lo sguardo mi cadde su un cassetto semi aperto e vidi il piccolo contenitore. Lì dentro c’era il dono di un avo sognatore, che si era invano raccomandato venisse tramandato agli eredi.

Un bulbo di tulipano, venduto al mercato di Haarlem nel 1635 per 6000 fiorini, acquistato come dono di nozze per la futura sposa. E che, dopo soli cinque giorni dall’acquisto, non valeva più niente. Perciò nessuno della famiglia lo aveva mai voluto: veniva considerato uno sciocco dono sconsiderato, dettato da una moda folle quanto effimera, la tulipano mania, che aveva mandato in rovina nel 1600 molti sprovveduti speculatori. Me ne aveva parlato mio nonno, di quello strano antenato sognatore e dalle idee piuttosto strane, mentre Mamàn, il sopracciglio alzato, disapprovava silenziosa. E allora io lo avevo reclamato per me, trovandolo tra vecchie cianfrusaglie, mentre giocavo a nascondino con gli altri bambini, il giorno prima delle nozze. Avevo pensato di piantarlo nel giardino in Italia per sentirmi meno sola, dissi a mio padre. Le principesse, si sa, sono capricciose. E venni accontentata.
Aprii il contenitore, il bulbo era intatto. Pareva un cuore. Era avvolto da un biglietto. La grafia era sottilissima, il messaggio era chiaro “Semper Augustus: niente dura, niente vale. Tutto ha un costo”.
Guardai fuori dalla finestra e decisi così, di colpo, di farla finita con l’ordine. Basta con gli schemi. La reggia di Racconigi doveva avere il suo spazio libero, con prati e ruscelli e un bosco pieno di fiori. Ai margini del lago, dove la terra era migliore, avrei piantato il mio prezioso bulbo senza valore. E la sua presenza mi avrebbe dato il conforto della mia famiglia di origine, che sempre avevo cercato e che sempre mi mancava.
Mio marito fu estremamente comprensivo, come tutti gli uomini bonari davanti a certe creature bizzarre, di cui cercano invano l’addomesticamento. In alcune di quelle sere primaverili in cui facevo progetti, e gli ingegneri presentavano carte e mappe, finse perfino di interessarsi alle mie faccende. Poi venne un’estate torrida, priva del tutto di piogge. Il grano seccò ma le spighe erano vuote. Non c’erano ortaggi che riuscissero a resistere. Ero molto preoccupata per le sorti del mio giardino, per la lentezza con cui proseguivano i progetti. La terra non si riesce a lavorare, era la scusa. Intanto erano arrivati altri bulbi dall’Olanda. Li feci sistemare dove previsto e usai l’acqua del laghetto per irrigarli. Si ridusse a poco più di una grande pozza ma sarebbe bastato ad arrivare all’autunno. Al centro, feci preparare un’aiuola in cui il giorno seguente avrei fatto sistemare la mia eredità.
Quella sera ero nervosa e sfinita, sempre più assillata dal caldo e dai pensieri, lo ammetto. I miei nervi vacillavano e non avevo più respiro. Quello che vidi prima di entrare a letto, però, riuscì a ridarmi  fiato in abbondanza per urlare: trovare le proprie lenzuola macchiate di sangue è infatti per chiunque cosa inaudita. Presi una lente di ingrandimento per essere certa della natura disgustosa di quel fatto, poi chiamai le mie tre cameriere personali. Chiesi se qualcuna di loro si fosse pulita una parte del corpo sul mio letto o se vi avesse portato a sgocciolare la testa di qualche fagiano. Fremevo. Ordinai che la colpevole si facesse avanti, per risparmiare la punizione che le avrebbe, altrimenti, colpite tutte.
In modo assolutamente inaspettato, tutte e tre si mossero contemporaneamente e portarono avanti le mani. Solo allora vidi le bende sotto ai guanti. Chiesi che le togliessero. Sotto, erano tutte ugualmente macere e piene di sangue. Mandai a chiamare il medico, che corse nella notte temendo un mio malore e si manifestò piuttosto irritato dall’inconveniente che mi era capitato. Osservò da vicino le lenzuola, senza degnare di uno sguardo le mani delle domestiche. È normale tra i poveri, disse, e poi adesso con questa siccità, che vuole Altezza … non ci si può fare niente. Assolutamente da evitare il contatto con stoffe preziose, se si ha la pellagra: così le redarguì, aspro. Le tre uscirono in silenzio, rosse in volto, scusandosi con un mormorio appena percettibile e con le lacrime agli occhi. Il medico le seguì, non senza avermi prescritto un calmante per la brutta avventura che mi era occorsa.
Tutto era avvenuto sotto ai miei occhi e non lo avevo visto! Ero furiosa come mai nella mia vita, perciò passai la notte insonne. Valutai con attenzione. Aprii più volte il contenitore del Semper Augustus e lessi il biglietto, riuscendo finalmente a coglierne la profonda verità. Tutto ha un costo: anche la vanità. Sfinita, sul fare dell’alba ricordai alcuni studi botanici di cui avevo sentito parlare da un amico venuto in visita dalla Francia.
Chiamai i giardinieri che era ancora buio. L’ordine rimbombò in ogni corridoio del palazzo: via i bulbi, e sotto a piantar patate. Appena passata la siccità, metteremo di nuovo il grano e lo annaffieremo con l’acqua del laghetto. Fino a nuovo ordine, così che tutti ne possano mangiare.
Che una principessa può vivere senza fiori ma non con le lenzuola macchiate del sangue del proprio popolo.

Roberta Lepri

Semper Augustus

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Un pensiero su “Il miele dopo il fiele

  1. #svolgimento Autore articolo

    la famosa “bolla dei tulipani ” grazie leprotta che mi hai fatto conoscere una cosa pazzesca di cui non conoscevo l’esistenza!
    mi piace questa storia
    1) perche’ è ambientata a Racconigi
    2) perche’ adoro i tulipani
    wood

    “La bolla dei tulipani è stata oggetto di discussione agli inizi del XXI secolo in relazione all’emergere di fenomeni finanziari simili come la crisi dei mutui subprime, che peraltro, esplosa su scala locale, è stata all’origine di un’ondata di crisi su scala economica globale. Nel film Wall Street – Il denaro non dorme mai, diretto da Oliver Stone nel 2010, il protagonista Gordon Gekko parla estesamente della bolla dei tulipani in relazione alle cause della crisi economica del 2008.
    Il co-protagonista maschile del libro “Colpa nelle stelle” di John Green si chiama Augustus, con un’evidente riferimento alla bolla dei tulipani. Infatti i fiori che regala all’innamorata sono tulipani, in onore del viaggio ad Amsterdam che i due stanno per compiere. Inoltre Augustus è malato di cancro, il che lo porterà alla morte entro la fine del libro, come il Semper Augustus si estinse a causa del virus che permetteva al fiore di avere la caratteristica colorazione.” fonte wikipedia

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