Incipit d’autore: Prendi la DeLorean e scappa, AA.VV. Las Vegas Edizioni

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Questa volta per incipit d’autore, vi presentiamo questa bella antologia di racconti a cura di Andrea Malabaila, con scritti di Davide Bacchilega, Marco Candida, Eva Clesis, Vito Ferro, Roberto Gagnor & Michela Cantarella, Enzo Gaiotto, Manuela Giacchetta, Elia Gonella, Andrea Malabaila, Christian Mascheroni, Gianluca Mercadante, Claudio Morandini, Gianluca Morozzi, Daniele Pasquini, Giorgio Pirazzini, Giuseppe Sofo, Daniele Vecchiotti e Paolo Zardi; una antologia di diciotto racconti con la quale festeggiare il trentennale della saga di Zemeckis, portandoci ancora una volta avanti e indietro nel tempo.

Questo il racconto di Giuseppe Sofo, intitolato: Solo un attimo

Sono le sette e cinquantatré della sera quando arriva lei.
E se l’orologio del municipio non fosse stato fermo da anni ormai, si sarebbe fermato in quel momento.
Un vestitino a righe, due occhi verdi, tre secondi per capire che era lei, che lo era sempre stata.
Ho sempre pensato che la storia cominciasse con il tempo, ma guardandola scopro che la storia comincia quando il tempo si ferma. Quando improvvisamente sembra svanire, quando esiste un solo momento, quello in cui la vedi e capisci. Qualsiasi cosa ci sia da capire.
E in quel momento, ovviamente, sei sempre vestito da coglione: giacchetto di jeans, camicia bianca a quadri e occhiali da sole di plastica.
Ordina una Pepsi senza zucchero e si siede al tavolo di fianco al mio, con un libro di fantascienza in mano, A Match Made in Space.


Pochi minuti dopo tutte le campane del paese suonano insieme, e lei si mette a fissare l’unico orologio che non segna le otto, quello del municipio.
«Sembra l’orologio di Ritorno al futuro» sono le prime parole che mi rivolge.
Non è vero. Ma in questo momento le darei ragione su tutto.
«Ma è in ritardo di venticinque minuti.»
«Veramente è fermo da trent’anni» le rispondo.
«Da quando sono nata io.»
Dove diavolo sono, mi chiedo guardandola. O meglio, quando diavolo sono? Non sembra nata trent’anni fa, ma almeno duecento.
Una ragazza di inizio diciannovesimo secolo, educata negli anni ’30 e con lo stile di mia nonna, da giovane.
«Quando sei nata?»
«Il 26 ottobre 1985.»
Era nata il giorno in cui Doc Emmett Brown aveva deciso di partire per il suo primo viaggio nel tempo. E precisamente trent’anni dopo era davanti a me. La sua presenza spezzava il tempo, lo divideva in due. Da una parte il tempo in cui i miei occhi non avevano incontrato i suoi, dall’altra il tempo dopo il nostro incontro.
«Sembra un bel posto dove vivere questo» mi dice. «Questa piazza è bellissima.»
Comincio a temere che la sua Pepsi sia drogata, ma non ho ancora la forza di darle torto, e in quattro secondi trovo tutti i possibili pregi di una delle più brutte piazze d’Italia. Pochi, a dire la verità, ma li trovo.
«Tutto questo era campagna a perdita d’occhio una volta» le dico, ricordando una foto di quella stessa piazza piena di alberi da frutto, solo sessant’anni prima.
Poi il tempo si ferma di nuovo.
Dallo stereo del bar parte Cicale di Heather Parisi, e lei si mette a ridere e comincia a ballare.
In un secondo divento un bambino di quattro anni, seduto davanti al televisore, sul divano, tra mille cuscini e dieci cugini, con gli occhi fissi su una bionda americana vestita come un puzzle che cantava di un animale che non conoscevo e muoveva quelle gambe lunghe, lunghe, lunghe.
Il mio primo amore.
Trent’anni dopo, come dal nulla, ricompare la stessa puntura al cuore. Come un fluido rimasto inerte, ma mai svanito. Un flusso canalizzatore, che collega tutto il tuo corpo al cervello e ti fa capire che l’amore è una cosa semplice. Semplicissima.
«È la mia canzone preferita» si scusa sfiorandomi la mano. «Lo so, sono un po’ strana. Ma siamo tutti un po’ fuori di testa, tu non hai mai fatto niente di strano?»
«Ho dato fuoco al tappeto del salotto a otto anni.»
«Io penso di essere nata nell’Ottocento.»
«Io so che sei nata nell’Ottocento.»
E il tuo sguardo si perde nel suo silenzio, nel suo casino, nella tua incapacità di dire qualsiasi cosa di intelligente con quegli occhi addosso.
«Se potessi viaggiare nel tempo, dove andresti?» mi chiede. «Io vorrei vivere nei salotti parigini, tra le signore con l’ombrellino.
Nella Polinesia di Gauguin, o nei locali jazz americani degli anni ’30. E tu, dove andresti?»
«E io non andrei da nessuna parte» le dico, fregandomene di tutti quei discorsi sul fatto che non si devono cambiare gli eventi futuri. «Perché il tempo non esiste.»
Meglio non dirlo a Doc, ma non esiste.
Esiste solo un attimo, il primo, questo.
La prima volta che il tuo sguardo segue i suoi passi.
La prima volta che la guardi leggere.
La prima volta che senti la sua voce.
La prima volta che la vedi ballare Cicale di Heather Parisi.
La prima volta che le vostre mani si sfiorano.
La prima volta che ti perdi nelle sue parole, nei suoi silenzi, nel suo bellissimo casino.
E la seconda, la terza.
Ma la seconda, la terza, la quarta volta non cambiano le cose.
Trent’anni non migliorano né peggiorano, allungano e dilatano, ma non cambiano.
Non dopo la prima volta che scopri che il tempo non esiste, e non esisterà mai.
Se i miei calcoli sono esatti, ne vedremo delle belle.

 

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