Giangastone

96905Il bel ricciolone nella foto è Giangastone de’ Medici (1671-1737), ultimo granduca di Toscana della dinastia medicea. Quando una settimana fa, agli Uffizi, me lo sono trovato davanti sotto forma di busto marmoreo, non sapevo se ridere o piangere, da tanto era ridicolo. Le notizie sulla vita di Giangastone sono uno specchio perfetto dell’aspetto: un misto di dramma e di farsa.

La farsa, appunto. Quando si parla di Giangastone, gli aneddoti che ricadono nel campo della farsa fioccano come i boccoli dei suoi riccioli posticci. Tutta la vita del Granduca, per esempio, ruotava attorno al letto. A letto pranzava (alle 5 di pomeriggio, mentre cenava alle 2 di notte). A letto vomitava o faceva i suoi bisogni. A letto godeva della compagnia dei suoi amici più fedeli, i cani. Sempre seduto sul letto, si godeva anche gli spettacoli ideati per passare il tempo come far entrare dei somari o degli orsi in camera, oppure dei saltimbanchi, uno dei quali, una volta, nella generale ubriachezza, stava per ucciderlo.

Come avrete intuito, far coincidere le funzioni del letto con quelle del bagno può, alla lunga, causare qualche inconveniente igienico. Soprattutto se nel palazzo vigeva per i servitori il divieto assoluto di mettere le mani sul giaciglio del Granduca. A sperimentare le suddette conseguenze olfattive di tale precetto fu, tra gli altri, la cognata Violante, la quale, finita inopinatamente nella camera di Giangastone, avvicinandosi al letto, svenne. A onor del vero, va anche aggiunto che a quel punto il Granduca, seppure molto a malincuore, si decise ad alzarsi e a far dare una passata al suo letto. Una volta in piedi, tuttavia, Gian Gastone non faceva segnare progressi epocali. Ubriacatosi in occasione di un pranzo di corte in onore dei funzionari medicei, essendo ancora lontana l’invenzione del Folletto, supplì a tale arretratezza tecnologica raccogliendo con i riccioli della parrucca il proprio vomito sparso sulla tovaglia. Non prima, ovviamente, di aver ruttato sonoramente.

Accanto alla farsa, però, la vita di Giangastone è gravida di tragedie. Crebbe, infatti, accompagnato solo dalla più disperata solitudine. La madre, Margherita Luisa d’Orleans, lo abbandonò quando aveva quattro anni per tornare in Francia. Cosimo III de’ Medici, invece, non aveva tempo per lui. Investiva tutte le sue forze nell’educazione del primogenito ed erede al trono Ferdinando. Per Giangastone non rimaneva alcuna attenzione. L’unico che si dedicava a lui era lo zio Francesco Maria de’ Medici, cardinale molto sui generis. Il principino cercò di combattere la malinconia infrattando i suoi pensieri negli studi di botanica, condotti ovviamente dal solito letto. E, sempre dal letto, dedicandosi a Giuliano Dami, un servetto di umile condizione, ricevuto in regalo dal marchese Ferdinando Capponi.

Il padre Cosimo III si decise ad accorgersi di Giangastone solo quando gli fu chiaro che Ferdinando non gli avrebbe dato alcun erede. Bisessuale, Ferdinando odiava la moglie Violante e, durante un soggiorno piuttosto allegrotto a Venezia, si era beccato pure la sifilide – con la relativa demenza. Il granduca si mise allora d’impegno per cercargli una moglie. La scelta cadde su Anna Maria Francesca di Sassonia-Lauenburg, obesa nobildonna tedesca, la cui raffinatezza era inversamente proporzionale al peso. Quello tra Giangastone e Anna Maria Francesca non fu quello che si può definire un matrimonio di successo: a Giangastone bastarono pochi mesi in compagnia di Anna Maria per passare da una traballante bisessualità alla totale omosessualità, approdo di una serie di scorribande europee condivise con l’ormai inseparabile Giuliano Dami.

Quando nel 1708, ormai esausto di stravizi, Gian Gastone denunciò un’altra tara: la sua allergia per il potere. Di esercitarlo il Granduca non ne voleva sapere. Evitava per questo con cura la corte e soprattutto rifuggiva il comando. E chissà che questo suo idiosincrasia non derivasse magari dal pessimo rapporto con il padre, figura simbolo del potere, con cui non gli era evidentemente possibile identificarsi. Il rapporto con il potere, tuttavia, era anche più complicato. Giangastone non odiava solo comandare, no: Giangastone amava essere comandato. Se stendiamo a forza il Granduca sul lettino, potremmo forse pensare che per lui, le prime esperienze sentimentali della vita gli avevano in fondo insegnato che amare significa soffrire (la mamma se n’era andata via…, il padre lo schifava). Ecco che Giangastone applicò questo modello in modo rigorosissimo. Fu un vero e proprio fanatico del masochismo. Lo esercitava, soprattutto, con quelli che erano chiamati “ruspanti”, cioè dei ragazzetti assoldati con il pagamento di una “ruspa”, una moneta di allora, dall’amico Giuliano Dami, talent scout del Granduca nella veste di utilizzatore finale (si calcola che nel solo 1731 i ruspanti chiamati al servizio, o meglio servizietto, di Giangastone fossero 370). Giangastone, è vero, detestava l’etichetta di corte. Quando però si trattava di ruspanti pretendeva l’osservanza di un protocollo rigidissimo. Una volta che il Dami aveva portato il ruspante al suo cospetto, il granduca s’incaricava personalmente di visionare il “Cv”: “Gli dava del signore, lo lodava, gli guardava i denti se erano bianchi, che così gli piacevano, se era biondo, se aveva buon fiato, e se camminava disinvolto; poi lo faceva sedere sul letto e l’invitava a bere il rosolio, lo visitava se era di buon nerbo (membro virile) e se subito s’adirava (rizzava), che se non aveva queste due qualità non era di suo gusto”.

A questo punto, il ruspante, istruito in precedenza dal Dami, doveva insultare pesantemente il sovrano dello Stato mediceo. E dargli “del coglione, e del viso di cazzo, e becco fottuto”. Se non veniva insultato a dovere, il Granduca insultava a sua volta.
A quel punto, si calmava solo con un rapporto di gruppo, nel quale a lui spettava ovviamente il ruolo di soccombere. Il problema è che non gli sembrava di soccombere mai abbastanza. Tanto che “volendo toccare e sentire quanto era entrata la lancia, e sembrandogli poco penetrare diceva, pigiate, pigiate”.
Una volta rinfoderate le lance, il Granduca non era ancora soddisfatto. Il solito protocollo imponeva infatti che i ruspanti, allontanandosi dalla stanza granducale, non dovevano dimenticare di infilarsi qualche pezzo del mobilio di Giangastone sotto i vestiti a mo’ di “souvenir” per la splendida serata.

Una pretesa del genere è così farsesca da essere una tragica. Proprio come il busto di Giangastone. E come tutta la sua vita. La quale ci conferma la principale legge fisica dei corpi, cioè quella gravitazionale, è applicabile purtroppo anche alle vicende umane. La formula è questa: se una dinastia o una civiltà vengono spinte in su dagli eventi, sono prima o poi desinati a cadere in basso con un fragore pari all’altezza raggiunta.

Martino Scacciati

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