Amati Alfredo!

(Mini-dramma in un atto unico sconsiderato)

Personaggi: Alfredo, Violetta, Alcool, il Confessore delle ore tristi

La scena: un piccolo locale del centro di Roma, porto di persone e personaggi originali e scapestrati, talvolta molesti. Qualche avventore, seduto ai tavolini sparsi con disordine creativo, beve e chiacchiera.  Una luce soffusa e discreta, una confortante musica jazz di sottofondo.

lgTraviata_0952eSu Roma scende la notte. E sugli animi quella bonaccia che li placa e li riconcilia con il mondo dopo la bufera del giorno. In strada e nel locale regna la calma.  Un vocio confuso, però, la rovina. E’ Alfredo. Che arriva e fende il locale come una freccia di Cupido impazzita. Ha una cinquantina d’anni, un cappellino da guerrigliero sudamericano, una tuta vagamente militare, un bicchiere di vino bianco in mano. Tutto in lui cospira a dare un’impressione di sudiciume e trascuratezza. Avanza veloce e barcollante. La sua andatura è il risultato della lotta tra due componenti fisiche: lo slancio dell’amore e i litri del vino in corpo. Vince la prima, e Alfredo raggiunge la sua meta: Violetta, la cameriera. E’ una donna minuta, acerba e nervosa, indefinita nell’età (40 anni?) e, complici i capelli rasati, nel sesso. Pare la Rita Pavone di Giamburrasca cresciuta. Ha addosso l’energia che solo le persone fragili hanno. Veste, non a caso, da marine americano.

Alfredo (la sua voce è un torbido sciabordio di vocali): “Aho, ciao, Violetta…”.

Violetta (silenziosa, solo con la faccia, continuando a riordinare un tavolo): “Ma se po’ sape’ chi te conosce?”.

Alfredo: “Io sono qui per te”.

Violetta (sempre con la faccia e basta, dissimulando a stento il fastidio): “Nun te conosco ma m’hai già cacato r cazzo”.

Alfredo: “Io sono qui per chiarire che tra noi c’è stato un terribile equivoco, un’incomprensione”.

Violetta (levando gli occhi da un bicchiere di birra e puntandoli contro Alfredo): “Sentiamo…”.

Alfredo (con la voce più bassa, tono micio-micio): “Violetta. La nostra storia ‘na è troppo bbella pe’ esse’ rovinata da ‘n equivoco. Io non sono quella perzona che tu penzi. Credimi. Tra di noi c’è n probblema ma è solo ‘n equivoco”.

Violetta, (con il tono calmo ma lapidario di chi legge una sentenza): “Tu Alfredo non hai un problema con me. Tu, Alfredo hai un problema con l’alcool”.

Alcool, intanto, seduto a un tavolino, guarda preoccupato, si sbraccia e accompagna le parole di Alfredo con un gesto come a dire “dajeeeeeee, cazzo!!!.  La gente intorno cerca di non perdersi una parola mentre finge di non sentire, anche per capire se  Violetta sia stata davvero con quel coso o se  siano invece assistendo al delirio alcolico di un passante – i più propendono per la seconda..

Alfredo (quasi in ginocchio, implorante e ferito): “No, Violetta. Nun di’ così. Se vogliamo parla’ seriamente, allora te dico che nun pòi riassume tutta ‘a perzona mia in una formula così brutale, disumana”.

Violetta (come chi deve togliersi di torno un mendicante troppo insistente): “Alfredo: hai finito? C’ho da fa’, nun lo vedi?”.

Alfredo (ormai esaurita ogni inerzia amorosa, piagnucolando): “Ma che digi… No, Violetta, nun fa così… te prego… nun fa così”.

Alcool ha capito che è arrivato il momento di  cercare una tregua. Pe questo decide di intervenire. Fa cenno ad Alfredo d’uscire e lo precede. Alfredo si trascina fuori e gli si stravacca accanto. Alcool lo sprona a non abbandonare così il campo di battaglia.

Alcool: “Daje, cazzo, Arfredo! Daje! Ha solo paura der tu’ amore, nun lo capisci? Come te lo devo dì? Non devi abbandona’ a battaglia, eh… Dajeeee, cazzo!”.

Alfredo (quasi urlando, ad Alcool): “No che non l’abbandono, cazzoooo! E’ stata ‘na storia bbellissima la nostra, ‘na roba inebbriante, na roba poetica”.

Alcool (con fare comprensivo, sibilando) “Hai raggione, Arfre’, hai raggione. Come te posso da’ torto. Anzi, ‘o sai che te dico: dedicaje na poesia de’e tue, ché sei così bbravo a scrivelle. Dajeeee, cazzo!”.

Afredo (rinfrancato): “Ma lo sai che c’hai raggione, c’hai. Le poesie mie parlano ar core. E quando parli ar core fai vince quarsiasi paura…”.

Alcool: “Giusto, Arfre’, è proprio ‘na bella mossa, ‘na mossa gajarda! Penza a ‘na poesia de’e tue a vagliela a recita’ cor core. Daje, cazzooo!”.

Alfredo (di nuovo eccitato): “Stai a vede’, stai a vede’ quello chete combina l’Arfredo tuo…”.

Alfredo tende l’arco, scaglia di nuovo se stesso dentro il locale, supera l’ingresso non senza un certo scarroccio, arriva alla prima curva, riesce nell’impresa di imboccare la seconda porta, compie il miracolo di scendere tre scalini: e, ispirato come chi dopo tanto tempo torna a vedere il mare,  punta lo sguardo laggiù, dove Violetta sua segnando una falanghina. 

Alfredo (urlando a squarciagola, ormai ubriaco anche di felicità): “Zitti tutti pe’ n momento, zitti!!!”.

La gente ai tavolini, indecisa se spaventarsi o ridere, si zittisce.

Alfredo: “Io so qui pe’ urla’ ar mondo l’amore mio pe’ Violetta. E vojo che mi sentano tutti. E siccome io, modestamente, con la poesia me la cavo, ve ne recito una. (Non potendo impostare il corpo, cerca di impostare la voce, senza risultati eccelsi, però). Violettaaaa…!!!”.

Violetta (facendo finta di non sentire): “Per te un morellino, ve?”.

Alfredo: “Violetaaaa… Ascoltami, te prego:

Tu per me sei lo zucchero de canna / che addorcisce r caffè dei giorni miei

Tu per me sei la farfallina  / r cui battito è quello der cuore mio

Non lasciare che la rosa del mio amore appassisca, Violetta”.

Violetta: “Sì, te lo porto subito ‘r chinotto”.

Alfredo: “VIOLETTAAAAAAAAA!!!”.

Violetta alza per il viso dal blocchetto delle ordinazioni e guarda Alfredo con un viso senza espressione.

Alfredo (vede che Violetta lo guarda e sul suo viso albeggia di nuovo il sole dell’amore): “Amo’ me ami, ve?”

Violetta: “Alfredo”

Alfredo (in fase micio-micio): “Violetta…”.

Violetta: “Ma vedi d’anna’ fanculo, te lo zucchero, la farfallina, la rosa e soprattutto l’arcol”.

Per Alfredo è una Caporetto del cuore. Il sorriso dolciastro sul suo viso inacidisce in una smorfia amara. La testa gli evapora. Balbetta. Trema. Gira quasi piangente le spalle a Violetta e lascia il bicchiere pieno, che ha appena appoggiato su un tavolo per declamare, per andare a ordinarne un altro. Si trascina fuori e si lascia cadere su una poltroncina accanto a un uomo, il Confessore delle ore tristi.

Alfredo: “La sai ‘na cosa”.

Il Confessore: “Dice a me?”.

Alfredo: “Sì, dico a te. Io lo so: lei mi ama ma non hai r coraggio d’ammettello. Un tempo poteva ave’ raggione perché avevo dei probblemi co l’arcool, un tempo. Ma ora sono cambiato, sono un uomo diverzo, migliore”.

Il Confessore: “Anche secondo me. Forse non si tratta che d’insistere”.

Alcol li guarda e annuisce.

Martino Scacciati

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