Sette orate

unnamedQuanti anni sono che cerco di imparare l’inglese?
50, più o meno.
Scuole viaggi soggiorni lezioni private meeting libri film canzoni fidanzate.
Ho anche raggiunto qualche risultato.
Ma una cosa mi è chiara: è una lotta contro il mio cervello.
L’altro giorno – mi faccio passare dall’ufficio cicli di lezioni, in cui aborro le regole e cerco di fare conversazione – stavo chiacchierando con il mio delizioso insegnante irlandese, che tra l’altro ha una pronuncia chiarissima.
A un certo punto dice una cosa, e a me appaiono le sette orate.
‘Excuse me?’ e mi faccio ripetere.
Altre sette.
‘Sorry, I don’t understand… seven what?’
‘Seven orates’.
Altre sette.
Ma non posso interromperlo di nuovo. Lui prosegue.
E naturalmente perdo il filo.
Sono assediato dalle orate, tra l’altro non è che le abbia in mente così bene.
Ma vedo pesciazzi che nuotano, camerieri che vengono a mostrartele con sussiego, piatti con orate al cartoccio.
Poi il mio cervello, non si sa come, forse c’è un circuito servoassitito, dovrebbe essere in sync ma stavolta è in ritardo, si corregge.
Seven or eight.


Solo che ha detto eight con la t finale un po’ zeta, e io ho capito oreits, orates.
Non ce la farò mai. Troppi animali si aggirano tra i miei neuroni.
Tra l’altro, orata in inglese si dice sea bream.

Angelo Ghidotti

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