Lavanderia “La rosa”

image

Quel lavoro me lo aveva trovato mia madre. Tornò a casa e disse:
– Oggi pomeriggio devi andare in un posto.
– Dove?
Mi preoccupavo quando mia madre non era felice. Le veniva la faccia piena di rughe e una ragnatela le si apriva in mezzo alla fronte.
– Ti ho trovato un lavoro in una lavanderia. Ho parlato con una mia amica…Ti aspetta alle tre.
– Ma io non lo voglio un lavoro in una lavanderia! – provai a protestare. All’improvviso dalla ragnatela fece capolino un ragno, mi fissava minaccioso come una mosca da inghiottire.
– E invece ci vai. Non passerai l’estate su quel divano. Hai diciassette anni e non farai il buono a niente come tuo padre.

Alle tre meno venti ero sull’autobus. Mia madre mi aveva messo in tasca un foglietto con l’indirizzo e il nome dell’amica.

Lavanderia “La rosa”
Tiziana.
Mi sudavano le mani, sul 911 c’era poca gente, per lo più vecchi. Dormivano con la bocca aperta, sfiancati, sballottati come sacchi. Uno spettacolo desolante come se quell’autobus non avesse capolinea. Una barca senza approdo.
Cercai un posto, lontano da tutti. Lo trovai in fondo all’autobus, appoggiai la testa al vetro e chiusi gli occhi. Avevo le mani sudate e il cuore mi batteva forte. Arrivai a sperare che l’autista si schiantasse contro un pino così sarei andato in ospedale e avrei detto a mia madre: Non ci sono potuto andare, ho avuto un incidente.

Come diavolo le era venuta in mente una lavanderia?
I miei amici andavano tutti i giorni al mare, facevano il bagno e incontravano ragazze di cui poi mi raccontavano tutto: le gambe lisce, i seni grandi. Ero il più sfigato. Ed era colpa di mia madre.
La fermata dell’autobus non era distante dal negozio
ma feci di tutto per arrivare in ritardo; ad ogni passo mi fermavo, mi slacciavo la scarpa, guardavo la suola in cerca di una merda, mi riallacciavo la scarpa, facevo un altro passo. Quando finalmente arrivai davanti al negozio la vidi subito. Al di là del vetro una ragazza stava stirando con gli occhi abbassati. Rimasi a guardarla senza avere il coraggio di entrare. Poi le si accorse di me e venne ad aprire. La porta era chiusa a chiave.
– Ciao, – disse, – sei tu Mario?
Sì, – risposi.
– Allora accomodati- e richiuse la porta.

Tiziana era molto più giovane di mia madre. Al massimo sei o sette anni più di me. Aveva i capelli scuri e una maglietta bianca con la scritta Cocacola. E al centro delle due O riuscivo a vedere i capezzoli duri.
Di lei non sapevo nulla. Solo che lavorava in quella lavanderia “La rosa”. Non era la proprietaria, mi disse, e c’era bisogno di aiuto per smaltire il lavoro dei mesi estivi prima delle ferie d’agosto.

Tante altre cose non sapevo. Per esempio che appena fa caldo la gente porta in lavanderia quello che non serve più, la roba pesante: coperte, cappotti, maglioni. Molti se ne vanno in vacanza e non hanno fretta di ritirare. In ogni angolo del negozio c’erano montagne di lana. Non sapevo dove mettermi e allora mi appoggiai a una cesta di piumoni. Per poco non ci annegai dentro.

Vieni, – disse Tiziana -ti faccio vedere il negozio.
Mi mostrò velocemente le due piccole stanze, un cortiletto sul retro pieno zeppo di detergenti e attrezzi. Mentre camminavamo mi spiegava le cose. Disse che il lavoro in lavanderia è strano. Non fa per tutti. Rischi di sparire sotto una frana di panni sporchi che nessuno viene a ritirare.

– Quanti anni hai?, – mi chiese curiosa.
– Diciassette. E tu sei Tiziana?
– In carne ed ossa. Lo sai come ho conosciuto tua madre?
– No. – E infatti non lo sapevo.
Allora mi raccontò la storia della stella, quella maledetta stella.
– Lo sapevi che tua madre sa leggere la mano?
– No.- Anche questo non sapevo.
– Un giorno è venuta a portare delle coperte per la famiglia dove lavora e ci siamo messe a parlare. Le ho chiesto se sulla mano c’è scritto che devo passare tutta la vita qua dentro.
Tiziana aprì il palmo della mano sinistra. Era bianca e liscia. In mezzo al palmo però c’erano tanti raggi, una stella.
– Eccola, la vedi? Tua madre mi ha detto che ho la stella della fortuna.
– Si, la vedo – risposi imbarazzato.
– Vorrei averla io una madre come la tua.
Arrossii, non so nemmeno io perché. Tiziana era bellissima e io non me l’aspettavo.
Mi tese la mano e disse:
– Allora piacere di conoscerti Mario. Parleremo tanto io e te. Nelle lavanderie si parla tanto. Sai come si dice… i panni sporchi si lavano in famiglia.

Il lavoro mi piaceva perché stavo vicino a lei. C’erano le coperte da sistemare. Alcune morbidissime, profumavano ancora della gente che ci aveva dormito. Altre erano ispide e puzzavano come se un cane ci avesse pisciato.
Le lavavo a secco. Tiziana mi aveva spiegato come far funzionare le macchine. Era facile, con un po’ di attenzione. Bastava non caricare troppo altrimenti si bloccava tutto. C’era sempre rumore nella lavanderia, un rombo sommesso, come un mare agitato, ma presto mi ci abituai.
E c’era lei che mi parlava di tutto. E mi aspettava stirando dietro i vetri. E rideva, cantava, mi accarezzava i capelli. Tiziana era del segno dell’acquario e per questo, diceva, ci stava bene a lavorare nella lavanderia. Ma non per tutta la vita.
– Tu invece sei dei pesci, – diceva – per te ci vuole il mare.

Mia madre era felice. Le portavo a casa quei quattro soldi e per il resto mi lasciava stare. Non faceva domande.
Avevo cominciato ad arrivare in anticipo e aspettavo Tiziana al bar. Quando arrivava in motorino uscivo con cornetto e cappuccino e l’aiutavo a parcheggiare. Lei mi sorrideva, diceva che ero un angelo.
E io m’innamorai, di Tiziana. Delle sue coperte, dei suoi maglioni, delle lenzuola da piegare insieme. E amavo anche quel caldo insopportabile che sprigionavano le sue macchine e che le faceva venire piccole gocce di sudore sulla fronte, tra le ciglia, tra i seni. Lei faceva finta di non saperlo. O forse non lo aveva capito davvero. Un giorno mi disse che a Ferragosto voleva andare al mare con me. E io non aspettavo altro.

E un giorno, all’improvviso, arrivò quell’uomo. Aveva i capelli grigi sulle tempie, la fede al dito, la giacca elegante. Tiziana smise di stirare e andò a prendere la roba che ci aveva portato.
– Posso lasciarle questa?
– Mario vieni a prendere una coperta. Mettila di là. – disse rivolta a me. E poi a lui chiese – Me la lascia per tutta l’estate?
L’uomo rispose che gli serviva subito, l’indomani.
– Una coperta con questo caldo! Non va al mare?, – chiese ridendo.
Ma lui rispose serio:
– Si ma ho il cuore freddo.
Vidi che Tiziana si accarezzava la stella in mezzo alla mano, solo io sapevo che lo stava facendo. Sembrava che volesse togliersi il sudore e invece stava sfiorando la sua stella della fortuna. Tutta colpa di quello che mia madre le aveva detto.

Il giorno dopo Tiziana venne a lavoro con un vestito a fiori. Toglieva il fiato per quanto era bella. Mi disse che dovevo prendere il suo motorino per consegnare un pacco. Mi diede l’indirizzo e disse che mi aspettavano.
– Fai piano, è lontano – aggiunse, – e domani andiamo al mare.
Uscii, misi il pacco sotto i piedi e accesi il motorino. Poi lo vidi arrivare. Entrò nel negozio. Tiziana lo accolse con un sorriso. Guardai la scena con il pacco stretto tra le gambe, il motore acceso. Lei gli mostrò la mano. Lui la sfiorò con un bacio. La coperta era pronta sul banco. La carta sottile tra le dita di Tiziana. Lui le toccò i capelli. Lei abbassò gli occhi. Lui le disse qualcosa. Lei annuì.

Tornai indietro. Entrai sbattendo la porta.
– Che c’è? Sei già tornato?
– Mi sono dimenticato l’indirizzo.
Tiziana ripeté il nome e la strada. Ma io non me ne andavo. L’uomo guardava a terra.
– Sbrigati! Vai!
Mi scacciò con la mano, come una mosca. Una mosca fastidiosa.

Uscii di corsa. Presi il motorino e arrivai al mare, con quello stupido pacco stretto tra le gambe. Fermai il motorino sulla strada, lo legai a un palo e scartai il pacco. Dentro c’era una coperta. Era azzurra, di lana. Me la portai sulla spiaggia e la misi sulla sabbia. La gente mi guardava curiosa ma non me ne fregava niente degli altri. Non me ne fregava più niente neanche di lei. Guardai il sole con gli occhi aperti. E’ una stella pure il sole. Non vedevo più niente. Andai a tuffarmi in mare in mutande, cieco, urtando contro tutti.

Giovanna Iorio

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...