Ricomporre l’infranto

treniSono patetico.
«Ti devi accontentare», così mi dicono. «Arrenditi all’evidenza» ripetono incessantemente. Ma come faccio ad arrendermi quando c’è così tanto che manca? Come faccio ad accontentarmi se c’è tutto un universo che fugge dai confini del mio sguardo? Non posso che rincorrerlo, quell’universo che scappa e mi deride. Non posso che cercare di riacciuffarlo, dal momento che le cose importanti stanno sempre al di fuori dei bordi di ogni immagine possibile.
Come Caterina, che mi cammina sulla coda dell’occhio, sempre sfuggente, inafferrabile, per molti versi invisibile. Cammina con la sua gamba slanciata e se ne va fuori dal mio campo visivo, lasciando dietro di sé solo quelle due parole: «Sei patetico».
Hai ragione, Caterina. Sono patetico.
Sto davvero percorrendo il mondo in cerca di uno sguardo che lo ricomponga. E come può un essere dotato di intelligenza sopportare questo universo infranto? Ci sarà pure un’immagine iniziale, un’immagine originale che racchiuda in sé tutti questi frammenti, questi cocci di specchio in cui il mondo si è perduto. Ci sarà pure un obiettivo che non sia limitato da un “fuori”, vero? Sarò pure patetico, ma io so che esiste un modo per ricomporre il tutto, a partire da questa foto, per poi rimettere insieme i pezzi dello spaziotempo.


L’immagine si fa sfuggire ogni cosa accaduta in questo frammento: chi si sarà seduto su quella panchina dieci minuti fa? E venti giorni fa? E che cosa c’era al posto di quella panchina trecentotrentadue anni fa, quando ancora l’erba dominava questo luogo e non c’era nessun muro a suddividere lo spazio in stanze, binari, popoli, sguardi? Soprattutto sguardi: particolari, parcellizzati, orfani di una visione completa. Cosa c’era a osservare questo posto quando l’obiettivo della mia fotocamera non esisteva? Cosa sfugge qui e ora dai bordi della foto? Caterina, ci sei tu lì, oltre il diaframma a guardarmi disgustata mentre te ne vai?
Questa è solo l’ultima delle immagini che la mia ossessione ha prodotto. Quante persone sono passate da quella porta? Quante valigie, quanti rimpianti, sofferenze, sogni? Quant’è falsa quella porta ferma, chiusa, immobile, che non può render conto di tutte le volte in cui qualcuno l’ha spalancata urlando, oppure aperta per far passare una madre e il suo bambino? Quant’è fasulla quell’immagine che manda in pezzi la continuità che sta dietro questa maschera? Papà, quante volte sei entrato qui dentro per vedere se mamma sarebbe tornata mai? Quante volte hai fissato gli orari dei treni in cerca della città da cui sarebbe tornata? Ci sei anche tu in questo frammento? Dovrei scavare a fondo dentro l’istante per ritrovarti qui dentro, chissà quanto tempo fa. Per rivederti un’ultima volta, quando ancora non era troppo tardi.
Lo confesso: sono alla ricerca di tutti i volti che si sono affacciati a quello sportello ferroviario per parlare con chissà quali individui: «Quanto costa un biglietto di sola andata per Palermo?», «A che ora arriva il treno da Trento?», «Mio figlio non mi viene più a trovare». Sono alla ricerca di tutte le voci che sfuggono al mio sguardo, che infrangono l’universo, che si nascondono. Mi scusi, quanto costa un biglietto per raggiungere Caterina? «Non esistono treni che portano a persone, solo a città, mi spiace!»
Sono rimasto fermo per ore in questa sala vuota, cercando di catturare il momento in cui tutti i bambini di tutte le epoche che hanno grattato l’intonaco con le loro dita paffute fossero visibili, ricomponibili. E invece, ho solo avuto l’immagine irrimediabile dell’istante consumato, escoriato, grattato. Ho atteso per giorni di vedere cosa ci fosse sotto il pavimento, prima che quel pavimento venisse steso, prima ancora che ci fosse l’idea di mettere una stazione ferroviaria qui, in questo luogo. Ho aspettato di vederti entrare, Caterina, ho aspettato di vederti entrare in cerca di me, dentro l’obiettivo. Vederti entrare per abbracciarmi, non per partire.
Avremmo potuto incontrarci dentro quest’immagine, ma non ho trovato altro che solitudine.
Eppure mi ero ripromesso che non avrei commesso gli stessi errori di papà. Sarei stato attento, avrei prestato orecchio alle confidenze e avrei cercato i sentieri per uscire dal buio insieme a te. Quando mamma andò via, mio padre non aveva un modo per ricomporre il mondo, e così impazzì. Veniva in questa sala ogni giorno, osservava i nomi delle città, tentava di indovinare dove se ne fosse andata: Messina o Torino? Monaco di Baviera o Vienna? Papà disegnava una mappa immaginaria per ricomporre i sentieri che l’avevano condotta lontano da lui, ma non c’era un metodo, non esisteva soluzione.
Io invece ho fotografato strade, monumenti e laghi. Ho scattato in sella a una bici e dal finestrino di un autobus, nel tentativo di rimettere insieme ogni pezzo. «Sei patetico» non è la frase con cui può rompersi un grande amore come il nostro.
Quindi sì, probabilmente sono patetico, ma tu non puoi continuare a sfuggire da queste mie fotografie. Tu sei passata per questa sala, quando te ne sei andata, e rischio addirittura di confonderti con mia madre: gambe lunghe, collo magro, capelli neri e ricci che arrivano in fondo alla schiena. Ho atteso ore e ore per rivederti, mentre spalancavi la porta di questa stazione e ti affacciavi allo sportello: «Mi scusi, un biglietto che mi porti fuori da questa foto?», così hai detto, ne sono certo, perché non posso credere che ogni foto scattata, ogni ricordo annebbiato rechi con sé soltanto il tuo profumo e la tua voce, mai la tua immagine. C’è tutto un mondo che fugge da questi bordi, dall’obiettivo, dal diaframma, dallo scatto. Si tratta solo di crederci sempre di più, rimettere insieme i pezzi infranti del cosmo.
«Mi scusi, un biglietto di sola andata per Roma», ma non so se la voce è la tua o quella di mamma. Dentro una foto che abbraccia lo spaziotempo è facile confondersi, e quando il mio obiettivo fotografa mio padre che quindici anni fa ripercorre la cartina d’Italia con lo sguardo, «mi scusi, può dirmi dov’è andata mia moglie sette mesi fa?», mi dispiace amico, qui di mogli ne passano troppe perché possa ricordarmi di tutte. E ancora non riesco a catturare l’immagine dello sportello che si chiude sulla faccia di papà, lui che esce dalla stazione e che si getta in strada sotto il bus, e tutto sembra così quieto in questa foto che mi inganna, che inganna anche te, chissà dove sei ora, in qualche meandro dell’universo che si è infranto quando te ne sei andata, tra gli interstizi di una realtà che sono certo si può fotografare in tutta la sua complessità, in tutto il suo destino scomposto, in tutti i sentieri che ci portano lontani gli uni dagli altri, da Parigi a Timbuctù, da Berlino a Vicenza fino ai secoli passati nei quali ancora nessuno immaginava una fotografia e la storia dell’universo dentro una sola immagine.
Non mi arrendo al destino, Caterina. Soprattutto se il destino mi nasconde il mondo fuori da questa foto. Oltre il lato sinistro c’è un bimbo che mangia un gelato e la pallina di cioccolato gli cade per terra; sulla destra c’è uno sportello chiuso e un barbone che dorme nel cubicolo destinato un tempo alla stampa dei biglietti. Fuori dalla porta un intero mondo che porta fino a te, dietro di me una ferrovia dismessa che ha trasportato milioni di persone, milioni di mondi e di specchi frantumati, ognuno con il proprio sguardo limitato, infranto, il proprio universo in cocci. E tutto questo sta al di fuori dei bordi della mia immagine. Io li rimetterò tutti insieme, ci rimetterò tutti insieme, perché se il destino vuole che non ci possiamo incontrare più, allora io al destino non mi arrendo.
Quando l’otturatore produce il suo proverbiale click! tutto ciò che mi resta è una prospettiva su una porzione così piccola di universo da tenere in sé tutto ciò che qui è accaduto: ci sono mio padre e mia madre che si rincorrono e scappano, lui che urta un viaggiatore e lei che cammina oltre il mio sguardo per entrare nel vagone, mio padre e io che impazziamo, il cosmo che si rompe in almeno tre o quattro pezzi non ricomponibili. Ci sono io che fotografo e ci sei tu che te ne vai. In questa foto c’è la panchina dove prima c’era un prato fiorito, dove un giorno ci saranno macerie e silenzio. C’è un addetto delle ferrovie che stampa un biglietto di sola andata per Pechino o giù di lì, altri mille destini che prendono sentieri diversi, ogni volta disfacendo il cosmo e rompendolo in piccoli pezzi. Scatterò altre mille foto in cerca dell’immagine totale dell’universo, nella quale ci ritroveremo tutti insieme, in uno spaziotempo ricomposto, non più frammentati in uno sguardo che rimanda sempre a tutto ciò che abbiamo perduto.
«Non andartene.»

Riccardo Dal Ferro

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3 pensieri su “Ricomporre l’infranto

    1. chahira

      Bellissima, l ho letta tutta d’un fiato.
      Mentre leggevo ho visto tutte le vite, i periodi e le epoche passarmi davanti ,racchiuse tutte in un solo luogo , ed era come se tutti i segrete del universo fossero li,racchiusi nei contorni di una foto .
      A volte davvero non c è nulla che può aggiungere un commentatore, più di quanto abbia già ha fatto uno scrittore .
      complimenti

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  1. Marco

    Fantastico. Le parole si recano dritte in quel limbo interiore che mi fa sperare in un lieto fine e che tocca l’essere realisti. in sostanza è come se avessi letto parti di me

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