L’ospite

immagine-innamoramento-600x337Di cosa ci si innamora?
Lo scribacchio su un foglio.
Dunque, vediamo: ci si innamora di un gesto, di un particolare, di una parola, di molte parole.
Ci si innamora di una voce.
Posso essermi innamorata di una voce?
Forse sì.
Sorrido e mentre lo faccio non ho un giorno in più di mia figlia che quest’anno ha compiuto quindici anni.
Io di anni ne ho qualcuno in più e non mi innamoro da… ho perso il conto da quanto tempo non mi innamoro.
Tecnicamente, magari definirlo innamoramento è eccessivo, ma questa parola mi piace qui e ora e mi piace usarla e lasciarmela scivolare sulla lingua e fra i denti e assaporarla sul palato e in testa.
Sorrido di nuovo.
E mando un messaggio all’amica mia, che è femmina, impertinente e curiosa e vorrà sapere.
Riguardo la fotografia scovata senza troppa fatica sul web.
E’ un uomo abbastanza conosciuto e da questa sera si trasferirà qui dove lavoro io per qualche tempo e forse ci vedremo tutti i giorni e sicuramente ci incroceremo per le scale e avremo modo di parlare.
Un uomo dalla bella testa e dai bei pensieri.


E dalle belle parole, che poi sono quelle che mi incantano più degli sguardi seducenti, più dei bicipiti scolpiti, più dei gesti a volte meccanici, a volte ingannatori.
Clicco di nuovo e la punta del mouse mi apre una porta sulle parole (sulla testa, sui pensieri) dell’ospite che sta per arrivare.
E quello che trovo mi piace e mi seduce.
Sospiro.
Sognare, in effetti, non costa nulla, e solo questo mi posso permettere. Che cosa se ne potrebbe fare un uomo come lui di una donna come me?
Molte cose, risponde dall’altra parte del telefono l’amica mia che, come previsto, non riesce a trattenere la curiosità e si fa segugio di indizi.
Non sa giocare ed io non reggo al suo fuoco di fila.
Svelo nome e viso.
E lei, cupidessa degli amori spaiati e impossibili, instancabile tessitrice di legami a volte inconsistenti come ragnatele, inizia un volo di fantasia che incorona il più scontato e melenso dei finali felici.
Perché no? Chiede lei. Sei bella, sei intelligente, sei, sei, sei.
Sono troppe cose.
Lei mi ama, come io la amo, e non possiamo essere oggettive.
Il cicaleccio del citofono interrompe la nostra conversazione.
E’ arrivato.
Arrossisco e mi accorgo, stupidamente mi accorgo, che ho i palmi delle mani umidi di sudore.
Sciocca ragazzina di cinquant’anni, mi canzono da sola.
Lui sale, saluta e sorride.
Formalità da sbrigare, firme e documenti.
L’ufficio mi sembra più piccolo del solito.
E’ stata gentile ad aspettarmi fino a quest’ora, dice lui.
Ci mancherebbe, rispondo io.
E vorrei dirgli un sacco di altre cose, ma non me ne viene nemmeno una.
Vorrei dirgli che la parola dà forma al pensiero e che dunque le sue parole così belle e limpide e profonde non possono che essere specchio di pensieri belli e limpidi e profondi, vorrei dirgli che stasera l’aria è gelida e tersa ma mi piacerebbe camminare fianco a fianco per i vicoli del centro e sfamare i gatti randagi parlando di noi, vorrei condurlo in quella sala da thè russa con le vetrine appannate e spiluzzicare blinis e kissel e fermare il mondo intorno a noi due, seduti in quella sala di arredi barocchi e demodé.
E mentre penso tutte queste cose mi accorgo che lui ha seguitato a parlare e le sue parole riempiono la stanza, la mia testa e il mio sorriso.
Sono un maleducato, mi dice guardandomi negli occhi, le sto facendo fare tardissimo.
Scuoto appena la testa, in gesto di diniego.
Per farmi perdonare, mi dice, la invito a cena. Ci viene con me?

Viviana Gabrini

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