Favola dispettosa

imageLa capra di Medusilla la guardava con gli occhi acquosi e intanto si solleticava il palato con l’erba vicino al fontanile. Era una giornata fredda, la primavera si annunciava in ritardo. Perfino le rondini credevano di essersi sbagliate, erano arrivate dall’Africa e avevano freddo. Preferivano non volare.
Medusilla se ne stava a gambe incrociate e seguiva con uno stecco la fila delle formiche rosse che si erano appena svegliate dal sonno invernale, spostandole per far loro dispetto.
La sua testa era vuota: bastava non volere pensieri, per non averne… altro che sua sorella, che si sfiniva le mani sui ricami del corredo e piangeva per un cavaliere che non sarebbe mai arrivato!
Era la moda del momento tra le ragazze del villaggio, era il chiodo fisso delle madri delle nonne e delle zie, da sempre.
Nessuna di loro se ne era mai andata, ma tutte lo avevano sognato, abbracciate ognuna al proprio cuscino di penne di gallina, vicino a mariti pelosi e callosi.
Un cavaliere volevano, ricco e ben vestito, come quello che Medusilla si trovò davanti. Prima di lui vide le zampe del suo cavallo e da lontano ne sentì la puzza. Dopo tutto, in materia di odori orrendi non erano le capre gli animali peggiori del mondo, pensò la ragazzina.
Guardò le proprie bestiole con orgoglio. Erano belle e obbedienti. La leccavano se era triste e ascoltavano i suoi sfoghi. La mamma la sgridava, sua sorella la prendeva in giro. Loro brucavano e annuivano gentili. Povera Medusilla, hai proprio ragione, volevano dire nella loro lingua capresca.


Spostò poi la propria attenzione su quel giovane osservandolo dal di sotto e pensò che sembrava una botte vestita di broccato e seta: brutto, tozzo e stupidamente elegante, per questo gli sorrise: le fece un po’ pena.
Non sorrise proprio a lui ma alla sua faccia rubizza e all’espressione costernata del cavallo, che pareva scusarsi con lei per il disturbo che le arrecavano e perciò scuoteva il testone.
Bacco, il famoso principe Bacco, la degnò di un solo sguardo.
Che ragazzina malconcia, pensò.
Era rosso in viso come il nome che gli aveva messo quell’alcolizzato di suo padre, il re, che il giorno in cui lui era nato era quasi affogato in una botte, e così aveva ringraziato il Dio del vino per la buona sorte di non averlo fatto morire tanto presto, non prima di aver assaggiato il novello del 1703.
Per dispetto quel figlio non aveva mai saporito un solo chicco d’uva, né intero né spremuto.
Beveva solo acqua e tisane d’erbe ma nonostante ciò aveva stampato in faccia, sotto forma di complicati capillari rossi viola e blu, tutti intrecciati e in continuo aumento, la propria esatta discendenza..
Il re vecchio e il giovane principe avevano passato la vita a farsi dispetti: il figlio pregava per la malattia dell’uva, il padre lo rinchiudeva nelle cantine quando il mosto bolliva e lo tirava fuori quasi pazzo e zuppo di vomito,
Malconcio, è vero, ma non al punto da fargli cambiare idea sul vino.
Bacco arrivò a trentacinque anni in quello stato di continua e sottile tensione, coltivando solo studio e intelligenza, e per far ciò chiamò a corte i più grandi poeti e i migliori scienziati da ogni regno vicino. Di giorno studiavano con lui ma di notte seguivano il vecchio re suo padre nei percorsi del piacere alcolico. Piaceva a tutti far baldoria, tranne che a Bacco.
Lui andava a dormire presto, con la testa perduta nella gioia della profondità di qualche calcolo matematico o di certi esperimenti di alchimia, lasciando i gaudenti al loro destino.
Non pensò mai all’amore, perché per lui amare era una forma di smarrimento, come il bere. Un vizio. Aveva la testa sulle spalle, una testa grossa dal faccione grasso e rosso, come quella di un carrettiere.
Un giorno guardando il viso d’angelo del proprio cocchiere gli venne in mente di essere forse il risultato di uno scambio della levatrice e un tremito lo percorse, perché capì che se non fosse nato principe, non avrebbe mai potuto studiare, sarebbe restato ignorante e cieco, più brutto di quanto avrebbe mai potuto essere. Pregò in silenzio per giorni, che a nessuno potesse mai venire in mente il suo stesso pensiero.
Non voleva giovanette a corte. La loro bellezza lo imbarazzava, era scomoda e poteva distrarlo dallo studio. Si sarebbe preso un branco di capre piuttosto, pensò.

Medusilla continuò a sorridere a quegli occhi sporgenti persi nel vuoto ma si stufò subito e tornò a contare le sue formiche.
Avrebbe voluto mettergliene una sul colletto perché gli mordesse la schiena, a quel cavaliere antipatico e ciccione. Solo pensarlo la fece sentire felice. Adorava far dispetti, tirare la treccia a sua sorella Martina, imitare il canto del gallo molto prima dell’ora giusta, facendo impazzire tutti. La povera bestia per questo ci aveva quasi rimesso le penne.

“Meglio in forno!” aveva infatti urlato sua madre, una notte che era sfinita, e allora Medusilla si era commossa, quando già il gallo aveva una mano stretta per vendetta intorno al collo.
Aveva confessato e si era presa due schiaffi per quei giorni di sobbalzi al chiaro di luna, ma aveva salvato il povero gallo innocente e alla fine era quasi contenta di averne buscate, perché sapeva di meritarselo.

Il suo strano nome aveva un senso, era nascosto nel dipinto maliardo sulla tenda di una maga passata di lì, che aveva predetto a sua madre incinta una figlia regina.
Per riconoscenza aveva subito promesso di chiamarla come quella strega, Medusa, ma poi alla fine aveva ingentilito il nome, perché le era sembrato troppo terribile per una bambina.
E dopo qualche mese era nata Medusilla, un intrigo di capelli come i rovi, con gli occhi neri come il carbone che spalava suo padre. Sua sorella la canzonava e per dispetto la chiamava “Regina, regina”, ma solo quando lei le tirava la treccia.

Il cavallo si mosse lentamente e portò via il cavaliere. “Arrivederci!” gli gridò Medusilla. Lui neanche si voltò.

Capita a tutti i principi di doversi scegliere una moglie, succede in ogni corte, succede in ogni storia ma a Bacco non poteva accadere niente di peggio, perché a suo padre era venuto in mente di ammogliarlo con la figlia del vignaiolo più ricco e fornito del mondo di allora, il barone di Bordeaux.
Bellissima, in verità, ma fin troppo fornita di quello che a Bacco faceva drizzare i capelli solo a nominarlo, quel liquido infame che gli aveva rovinato l’esistenza. Tra padre e figlio furono giorni di lotte estenuanti – Ti sposerai! – ordinava il re – Mai! – rispondeva il principe. Anche i poeti e gli scienziati se ne andarono zitti zitti e con cautela, per non lasciare la testa in quella contesa. Uno di loro, però, prima di sparire, suggerì a Bacco la scappatoia che avrebbe potuto mettere con le spalle al muro suo padre: doveva fingersi già innamorato di qualcun’altra. Suo padre non avrebbe osato ostacolare un vero amore.
“D’altra parte, maestà, al cuore non si comanda” disse il furbo poeta inchinandosi.
Quella notte Bacco non dormì, era comunque contrario al progetto, ma l’idea di fare un dispetto a suo padre prevalse, e così il giorno seguente mostrò al re una faccia contrita e triste, dichiarandosi innamorato di un’altra.
“Di chi lo siete, dunque?” urlò quello fuori di sé.
E siccome Bacco a tutto aveva pensato fuori che a questo, e da molti giorni non vedeva giovani donne, l’unica a venirgli in mente fu la ragazzina con le caprette che aveva intravisto al fontanile del villaggio.
“Allora?” ripeté il vecchio re spazientito, mentre il figlio lentamente nel proprio pensiero si compiaceva di sostituire la nobilissima baronessina di Bordeaux con una ragazzetta ignorante e sporca. Proprio un bel tiro!
“Non conosco il nome, padre” rispose Bacco serissimo “ ma la amo, la manderò a cercare e la sposerò.”

La voce del principe si levò dal castello, diventò sottile come una tentazione e lieve come la polvere, si sparse rapida in ogni casupola del villaggio, fino ad arrivare a quella del carbonaio Giovanni. – Il principe cerca la ragazza che stava con le capre al fontanile…-
Una vicina venne ad avvisarli – il principe si è innamorato della figlia del carbonaio!…-
Per un attimo la speranza della mamma si posò su Martina e i suoi capelli biondi da regina, ma per poco, perché quando Medusilla entrò con il secchio del latte si ricordò che lì di regina ce n’era una sola e lo era stata ancora prima di nascere. Come i veri nobili.

“Il figlio del re ti vuole sposare” le disse. Medusilla alzò le spalle, per dire che a lei non importava niente. In ogni caso, non aveva scelta.
Vennero a prenderla i soldati e tutto il paese la accompagnò fino alla porta del castello. Di più non poterono fare, perché quello non era posto per loro. Quando il ponte levatoio si abbassò sparirono tutti, compresa la mamma.
Medusilla entrò a testa dritta e tutta rossa in volto, guardando fisso Bacco. Non si era fatta illusioni, era lui l’unico cavaliere che avesse mai incontrato. Era solo un po’ più brutto di come se lo ricordava.
Bacco non disse una parola, la squadrò, scosse la testa e la affidò alle serve.

A lei sembrò uno di quei sogni che faceva quando assaggiava le bacche rosse, che non si dovevano mangiare perché il prete diceva che erano erba del diavolo, ma lei le mangiava lo stesso, e la facevano sentire leggera e allegra. A un tratto quelle non le erano parse più delle serve, ma fate buone che l’avevano lavata, le avevano tagliato le unghie e districato i capelli, nel tentativo di prepararla per le nozze.
Infine si era guardata allo specchio e si era piaciuta, perché aveva visto una ragazza vera, senza sporco e senza graffi.

Si girò intorno, c’erano tante cose belle, talmente belle che di colpo pensò a casa sua e si rattristò. Quella non era la sua casa. Allora di corsa scappò dal suo promesso sposo, con dietro la fila di serve per lei troppo lente, che cercavano di agguantarla come fosse una lucciola.
Trovò la porta di Bacco, bussò e urlò a perdifiato che voleva la mamma, il babbo, perfino Martina, i suoi parenti.
Niente. Almeno una delle sue capre, una soltanto, per tenerle compagnia, o non si sarebbe sposata! Bacco poteva anche ucciderla, non avrebbe cambiato idea.
Il principe le aprì con un’ampolla in mano, mezzo morto dal ridere, ma senza darlo a vedere. Aveva invece una faccia cattiva come quella di chi non ha mai contato niente e all’improvviso si ritrova finalmente ad avere qualcuno da tiranneggiare. Così la mandò via.

Medusilla urlò tutta la notte, per dispetto. E non parole comprensibili. No, no. Faceva il verso del gallo, ogni ora, ogni mezz’ora, e infine ogni minuto. Instancabile. E nessuno dormì.
All’alba tutto il castello malediceva quella sposa villana e dispettosa, e il futuro suocero, per calmarla, le donò per le nozze un gregge di capre, che erano tanto belle e pulite da sembrar finte. Ci fu un gran corteo e Bacco la accompagnò a vederle, come se le dovesse mostrare un gioiello o un arazzo antico.
Lei le esaminò con perizia, le guardò e le riguardò, mentre la vita del castello stava sospesa ad aspettare un suo cenno di gradimento, ma dopo un bel po’ Medusilla scoppiò a piangere, perché guarda e riguarda la sua capra non c’era.

Bacco invece rise a crepapelle – che tipo, questa ragazza! – per la prima volta il re suo padre non sapeva cosa fare e questo lo riempiva di gioia. Così prese sottobraccio la sua fidanzatina, le asciugò le lacrime e cercò di distrarla, mostrandole i suoi esperimenti, che avevano a che fare con ragni e serpenti, tutte cose che lei trovò bellissime.
Le raccontò delle storie strane, le declamò poesie. E lei ne rimase incantata.

Purtroppo, però, a un certo punto Bacco pensò che fosse il caso di renderle il dispetto del canto del gallo – che lo aveva tenuto insonne come tutti, ma dal ridere – e le versò sulla schiena una polvere di unghia di drago che la fece grattare fino allo sfinimento, perfino contro le pietre dei muri del castello.
Medusilla pianse tanto, era delusa e sola, senza neanche un amico al mondo. Così, quando tornò la notte, ricominciò a urlare che voleva la sua capra, quella e quella soltanto.
Le grida trapanarono la testa indolenzita del vecchio re, reduce da un assaggio di vino novello, che svegliò l’esercito per andare a prendere e portare in trionfo la capra di Medusilla, sotto le stelle e al chiaro di luna.
Bacco seguì le manovre dalla propria finestra e ne fu soddisfattissimo.
Proprio a questo dovevano servire dei buoni soldati, pensò.
A cercare capre, altro che fare la guerra.

Prima del sorgere del sole i valorosi guerrieri ce la fecero a tornare e misero la capra puzzolente nella camera di Medusilla, che dopo un po’ chiese e ottenne una coperta di broccato fine per coprirla e dei foraggi per sfamarla.
A quel punto, silenzio.
Finalmente tutti si addormentarono e dormirono per due giorni di fila.

Fu allora che Bacco si innamorò di Medusilla, di colpo: quando, al risveglio, entrando in punta di piedi nella sua stanza per vedere cosa stesse combinando quella ragazza terribile, la trovò in terra, che ancora dormiva abbracciata alla capra, forte dei suoi affetti e del coraggio delle sue scelte.

E anche lei dopo qualche giorno capì di volergli molto bene.
Mentre venivano celebrate le nozze, lo vide infatti impallidire davanti al calice ricolmo di vino, che il prete gli porgeva minaccioso dall’altare.
Fu certo per amore che glielo strappò dalle mani appena in tempo e se lo bevve lei.
Quasi tutto.
Lasciò per Bacco una goccia in fondo, minuscola, che neanche si vedeva.

Solo per fargli un ultimo, piccolo, dispetto.

Roberta Lepri

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