Siamo tutti Genovesi

ondeL’appuntamento è alle 18,45.
Passo a prenderlo puntuale in albergo con quaranta gradi all’ombra e lui è già fuori ad aspettarmi. Chiarisce subito: “Io con questo caldo ci sto bene”. È il primo che trovo a pensarla come me. Mi immagino sua gemella, nella stessa culla. Però è più giovane e scrive meglio di me, perciò fratello non può essere.
Genovesi è magro fino all’osso e ha gli occhi buoni. È triste anche quando sorride e sorride spesso. Non si vanta, i complimenti lo imbarazzano e a ogni mia svenevolezza letteraria a proposito del suo libro risponde “ ma no …”
Arriviamo in centro, Ogni tanto ripenso a Chi manda le onde.
Chi manda le onde è qui con me, adesso. Vorrei dirgli grazie. Vorrei spiegargli che mi ha regalato una pausa in un momento tanto difficile. Una sospensione dal dolore. Me ne manca il coraggio, non mi pare giusto ammorbarlo con questioni personali. Cerco solo di fargli capire quello che penso e ogni tanto mi scappa un “tu non ti rendi conto …” Così finisce che a tratti lo imbarazzo e non sappiamo più che dire.
Intanto ci incamminiamo verso il centro. Decidiamo di rimandare la cena a dopo la presentazione, adesso ci facciamo un bicchiere di vino. Lui bianco fermo. Io, manco a dirlo, prosecco.
Gli passo la rassegna stampa: gli amici giornalisti de La Nazione e de Il Tirreno, gentilissimi come sempre, hanno fatto due bei pezzi. Pare sorpreso di tanta organizzazione. Gli parlo di facebook, di twitter, dell’hashatag #dilloalleonde, lanciato con la complicità di #Svolgimento (il blog che curo con Anna Wood e Gianluca Meis). Non la smetto più di parlare. Mentre lo faccio, penso che dovrei mangiarmi la lingua. Lui, se pur stanco per il viaggio e il caldo, si entusiasma per ogni iniziativa.
Gli dico che vorrei fare una cosa mai tentata prima nelle presentazioni. Oltre alla lettura dei tweet e dei messaggi, arrivati numerosi sui vari social, propongo una telefonata a sorpresa proprio alla mia amica Anna Wood, sua grandissima estimatrice.
L’idea è quella di far felice un lettore per tutti e di farlo parlare con l’autore, sulla scia della suggestione di Salinger che, ne Il giovane Holden, a proposito dei buoni libri, scriveva:
“ Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.
Ecco, io voglio che almeno un lettore abbia questa gioia. Una telefonata con il suo autore preferito.11659449_1098436670185279_4161908567738520085_n
Genovesi la trova una bellissima idea, non ha paura di tentare questa stranezza.
E così, camminando e parlando, arriviamo alla Pro Loco, dove c’è già gente ad aspettarlo. Qualcuno è arrivato da molto lontano. Tra tutti spicca una ragazza bella ed elegante come una giraffa. Lo vedo felice.
Cominciamo la presentazione e il tempo vola. Mostro un articolo di giornale, a riprova della letteratura che diventa vita: un museo creato per quelle statue preistoriche delle divinità di Luni, che Genovesi ha tanto descritto nel suo romanzo. Luni, Luna, tante protagoniste. La protagonista: una bambina albina. Non dico niente della storia, nemmeno una parola sulla trama. La mia ammirazione punta dritta ai personaggi e alla capacità di Genovesi di saperli gestire. Ognuno primeggia a turno, nessuno ruba la scena agli altri. Con un registro speciale e unico a caratterizzarli. Così diventa un canto, un coro. E il mare sullo sfondo.
Leggo i messaggi, la presentazione decolla. Lui ci racconta il suo metodo di scrittura.
I ragazzi, che ho seguito al liceo scientifico per il progetto #piovonoparole di Scuola Twain, prendono appunti.
Copio dalla bacheca facebook di Irene Bargelli: /Seguire la volontà della storia/Non forzare lo svolgimento/Non partire avendo già un’idea in testa per il finale/Il racconto ha vita propria/Una via di mezzo tra il riso e il pianto altrimenti non è vero/Raccontare le cose vicine a noi anche se sembrano stupide/I luoghi ben conosciuti possono aiutare/Leggere John Fante Full of life. La presentazione diventa così anche una lezione di scrittura.
Guardo i ragazzi e un pensiero mi attraversa la mente. Qualsiasi cosa sia questa che ci unisce e ci fa faticare, organizzare, spostare, rinunciare al riposo in nome delle parole, ne vale sempre la pena.
Ma non posso distrarmi. Genovesi racconta un episodio tragico e divertente, una cosa che ricorda funeral party. Lo fa con delicatezza, quasi a scusarsi “La vita però è questa” dice “sorriso e lacrime”.
Il pubblico è molto divertito. Si ride raramente alle presentazioni, specie per libri che, come questo, vincono premi prestigiosi e mettono d’accordo lettori e critica.
Faccio leggere a Fabio le due pagine sulla teoria darwiniana di Ferro, il personaggio vecchio e cinico, totalmente toscano nel suo humour tagliente e pessimista. Ricordo di averlo letto e di aver pensato “ora muoio”, perché intanto le risate mi soffocavano. E subito dopo “quanto mi piacerebbe sentire queste cose dalla voce dell’autore”.
Così, dopo aver realizzato il mio desiderio, realizzo quello di tutti i lettori attraverso la telefonata ad Anna.
La sabauda cerca di contenersi ma io che la conosco bene sento la voce tremare e l’entusiasmo crescere. Genovesi è contento ma subito dopo mi chiede di poterla richiamare dal ristorante. Vorrebbe salutarla ancora, gli spiace di essere sembrato frettoloso. E così farà più tardi. Invece adesso quella che ha fretta sono io, che detesto le presentazioni noiose. La palpebra che cala non posso vederla, perciò cerco di chiudere quando la tensione positiva è al massimo. Ma come per i grandi concerti, stasera piovono le richieste di bis sotto forma di domande del pubblico.
Le onde salgono. La serata continua. Brindiamo con il Morellino dei Vignaioli. Alla fine assisto a una fila per la firma sui libri che dura un’altra mezzora. Le mie amiche libraie non fanno pari a consegnare copie. Per ogni lettore Fabio ha un momento personale e unico di conversazione, una dedica gentile.
Chiamo il ristorante del dopolavoro ferroviario, dove ho promesso a Genovesi una cena proletaria. Paziente, Giuseppe che lo gestisce, ci mette a tavola alle 23,30 con due piattoni di paella squisita.
La serata finisce qui ma io continuo a sentire il rumore delle onde. Penso alla meraviglia di questa giornata, a quello che ci ha lasciato la presentazione. A come può averci cambiati.
Da grossetani a Genovesi, in 391 pagine .

Roberta Lepri

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Un pensiero su “Siamo tutti Genovesi

  1. #svolgimento Autore articolo

    Io vorrei che tutto il mondo mondiale leggesse il libro “Chi manda le onde” perche’ far ridere con la scrittura non è per niente facile, mentre per far piangere basta davvero poco 🙂

    Voi non potete capire …ma spero capirete che una volta terminato contiunuerete a pensare ai suoi personaggi e alla grande “V” che svelera’ finalmente il grande segreto di Ferro ..ahahhaha!

    wood

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