Incipit d’autore : “L’uomo del sorriso” di Patrizia Poli – Marchetti Editore

L'uomo del sorriso

Segnalato della XXVI Edizione del Premio Calvino con la seguente motivazione : «per la struggente rivisitazione laica della vicenda di Gesù nella prospettiva di Maria di Migdal»

Maria di Migdal aveva sentito un’altra voce, proveniente da un altro luogo, da un altro tempo. Aveva visto un bosco di ulivi illuminati dalla luna, un uomo che piangeva, infinitamente solo. Si riscosse, turbata dalla strana visione. Forse aveva parlato a voce alta perché le donne si erano voltate e ora la stavano guardando in tralice, bisbigliando l’una all’orecchio dell’altra. Erano raggruppate dal lato opposto del pozzo. Come sempre, la tenevano a distanza oppure era lei che si allontanava, perché le trovava stupide, arroganti, e i loro discorsi vuoti l’annoiavano. Provava astio nei confronti di tutti i compaesani e sapeva di essere ricambiata.

“Dio non vuole che ci odiamo fra noi”.

Ancora una volta si chiese se Dio esisteva davvero, il Dio di Abramo e d’Isacco, il Dio delle cento tribù d’Israele, oppure se Ashera guidava le sorti del mondo, Ashera, colei che cammina sul mare. Ricordò i dolci di miele e sesamo, a forma di organo femminile, che sua madre le aveva insegnato a impastare. Si metteva sempre un dito davanti alle labbra, sua madre, prima di cominciare il lavoro; le imponeva il silenzio: «Maria, non parlare a nessuno di questo. Vedi, i semi del sesamo sono tanti come i figli della terra e ci danno un olio prezioso. Il miele è cibo divino, prodotto dalle api”. Poi le indicava i semi dei papaveri: “Appartengono alla Dea, offrono l’oblio, ci collegano al mondo che non si può vedere”. Sua madre era morta troppo presto ma ne ricordava ancora il volto segnato dalla fatica, gli occhi lunari, le parole piene di reverenza con cui parlava della Signora del cielo, la Dea madre. Le aveva insegnato a modellare figurine d’argilla con la testa piccola e il ventre enorme.

“Questa è nostra Madre,” le spiegava “è la Dea degli eserciti, della notte, delle maree”.

La sua gola si strinse, gli occhi si velarono di lacrime trattenute mentre tirava fuori l’anfora piena dal pozzo. Quando era piccola, l’idea di un mondo in cui sua madre non sarebbe stata al suo fianco le era inaccettabile, addirittura inimmaginabile. Poi, crescendo, quel pensiero era divenuto un presagio quotidiano. Sua madre non era dolce o premurosa ma era la roccia, il ponte col passato. L’aveva persa per una caduta fatale ed era cominciata la sua solitudine, prima subita, poi ricercata, amata, difesa contro tutti.

Il riflesso dell’uomo nel pozzo era scomparso, l’immagine si era dissolta e al suo posto Maria intravedeva ora solo il proprio viso, i lineamenti sempre più simili a quelli della madre nella maturità: tanti capelli arruffati che non si curava di pettinare, viso affilato, spalle curve, bocca carnosa senza sorriso. «Mi somigli sempre più nel fisico ma non nello spirito,» le diceva sua madre con una smorfia «tu sei diversa, ti fai troppe domande». Era vero,

Maria si era sempre chiesta perché le persone invecchiassero, si ammalassero, morissero. Sua madre non aveva avuto una risposta per le sue domande.

L’anfora s’inclinò, il prezioso liquido traboccò bagnando la polvere assetata. Si creò un piccolo vortice di sabbia umida, Maria tornò al presente, al pomeriggio assolato e stagnante. «Maledizione». Rimise dritto il recipiente e si avviò verso casa,stringendo al seno la terracotta, strascicando i piedi nudi nella polvere. Non era più tanto giovane e la vita cominciava a pesare su spalle doloranti.

«Miriam, se vuoi…» Marta, la sorella di Lazzaro, la richiamò indietro, facendole cenno d’attingere altra acqua. «No, Marta, non sarebbe giusto. Io l’ho sprecata, io ne farò a meno. Ma ti ringrazio».«Come vuoi, Miriam».

«Per favore, Marta, non chiamarmi come la sorella di Mosè e di Aronne, sai che non ne sono degna!» La voce le era uscita brusca, più risentita di quanto avrebbe voluto, le parole erano rotolate fuori rivelando l’ansia e la rabbia che la divoravano ad ogni istante, ad ogni respiro. Provava vergogna per il rispetto che Marta le dimostrava. Disprezzava se stessa e il mestiere che era costretta a fare. «Anche tu devi guadagnarti da vivere, come tutti noi».

Marta era l’unica che cercasse di avvicinarsi a lei. Ma lei non voleva nessuno vicino. La congedò con un gesto e prese la via di casa, fermandosi solo per raccogliere datteri. Un grugnito familiare l’accolse sulla porta di casa. Astaroth era accoccolato sulla soglia.

Patrizia Poli

Patrizia Poli

Patrizia Poli è nata a Livorno nel 1961 e qui risiede. Laureata in lingua e letteratura inglese, ammnistra il blog signoradeifiltri e collabora a CriticaLetteraria.

 

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