Syntagma

dg3nm35v_43ggqsr5gb_bL’architetto Aetherios Kaos morì appena sveglio, in una splendida mattina estiva di un anno, che i posteri avrebbero poi individuato essere nel IV secolo avanti Cristo. Non fu il canto del gallo in lontananza a turbarlo, anche se era più stridulo e lungo del normale, e dunque foriero di brutte notizie; né il ricordo del sacrificio offerto a Zeus il giorno avanti, andato a finire male per via di un cane di strada che si era intrufolato nel tempio e aveva strappato le viscere dell’agnello dalle mani del sacerdote, benedicente prima e maledicente poi. Lo sguardo di Aetherios quel giorno cadde per un secondo sull’architrave della porta, che aveva voluto in marmo verde, con inserti di pesante travertino nero. Un secondo dopo, la piccola venatura giallastra nel prezioso materiale, che aveva fatto increspare in una smorfia di disappunto il suo labbro di architetto, si rivelò per quello che era: il riflesso della forbice della terza Parca. Ma Aetherios, sotto al peso dell’architrave difettosa, questo non fece in tempo a realizzarlo.

Essendo uno scapolo e non avendo parenti prossimi, il suo corpo fu lasciato alle cure delle serve che accudivano la casa e la sua eredità passò allo Stato ateniese. In vita aveva tanto amato il bello ma da morto questa sua propensione non venne tenuta in alcuna considerazione. Soldi per provvedere al funerale non se ne trovarono, giacché le serve scaltre si erano accordate per una spartizione democratica, prima ancora che lui esalasse l’ultimo respiro. L’incombenza venne dunque passata al becchino pubblico, che decise potesse essere sufficiente per lui una sepoltura in fossa campestre e senza tanti fronzoli.

Aetherios da morto ebbe da subito un problema, che fu quello di continuare a ragionare. Forse la forbice della Parca era spuntata, forse un atomo anomalo, non previsto da Democrito, era restato sotto forma di energia nel suo corpo apparentemente defunto, ma lui continuava a pensare, anche da cadavere.

Gli toccò dunque assistere al disfacimento del proprio corpo terreno in fossa anonima, ma questo non lo infastidì più di tanto. Aveva, tra l’altro, sviluppato anche una certa capacità telepatica, che lo faceva entrare in contatto con le forme di vita più semplici: anche con i suoi stessi vermi, che trovò davvero simpatici. Si lamentarono con lui, i poverini, di non aver abbastanza carne da spolpare, perché Aetherios in vita era stato un maniaco della forma fisica, tutto palestra e muscoli, magro e scattante; e se li vide infine morire accanto, denutriti e piangenti, al buio della sepoltura.  Defunti  i vermi, restò solo.

Era al buio e si annoiava da matti, il tempo passava e lui non sapeva dire come né quanto.

Avrebbe voluto tanto avere notizie dal piano di sopra! Qual era lo stile in voga, adesso?  Il Partenone era ancora in piedi o si erano finalmente decisi a inventare uno stile più moderno, grazie al quale l’umanità potesse maggiormente interagire con l’opera? Anche da morto, il suo cuore batteva per l’architettura e ogni suo pensiero era per quella che considerava la regina delle arti.

Attendeva. Sperava. A volte, depresso, sperava soprattutto che le sue ossa si disfacessero e che, con lo svanire totale della sua persona, se ne andassero anche quegli assillanti pensieri. Invano. Il suo scheletro resisteva nei secoli dei secoli, più duro del marmo che lo aveva portato là sotto. Provò a chiedere informazioni a una talpa che passò di lì un giorno, ma quella, spaventata nel sentire una voce nella propria testa, fuggì lesta, maledicendo le strane radici trovate lì intorno, evidentemente allucinogene.

Il giorno in cui Aetherios aveva finalmente trovato la pace della rassegnazione, come spesso accade, fu  quello in cui gli dei, stufi per il continuo bisbigliare che giungeva loro dal sottosuolo, gli concessero ciò per cui aveva pregato per duemila e cinquecento anni.

La luce giunse violenta, come attraverso una feritoia. Le ossa di Aetherios superarono lo shock termico e rimasero intatte davanti agli occhi dell’operaio al lavoro sulla stratificazione della parete, di quella che sarebbe diventata la fermata Syntagma. L’uomo sorrise, si accese una sigaretta e corse a chiamare la dottoressa Kazuyo.

Aetherios si sentiva stordito per la felicità. Una donna dagli occhi terribilmente fenici lo guardava come se stesse ammirando un bellissimo kouros: stupefatta e felice. L’operaio si rivolse a lei chiamandola “architetto”.  Una donna architetto!

Se questa era la modernità, il Partenone era stato senz’altro demolito! Aetherios pensò che adesso avrebbe potuto riposare in pace, nel buio della terra, madre accogliente e sicura .

Se la collega non avesse deciso, guidata dall’istinto, che vedeva chiaramente nella struttura di quelle ossa antichissime l’espressione di una comune competenza, di lasciare Aetherios visibile a tutti, dietro al vetro che copre la nuda parete di terra stratificata della fermata Syntagma.

Davanti a lui, marmo, luci, cristallo, metallo.

Aetherios, moderno fruitore di bellezza, eterna installazione di se stesso nella metropolitana di Atene, ci guarda.

Per sempre felice e contento.

Roberta Lepri

(alla Grecia, madre di tutte le arti)

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3 pensieri su “Syntagma

  1. sabri

    Roberta è brava qualunque cosa scriva, le immagini che evoca sono allo stesso tempo maestose e divertenti (la telepatia con i vermi mi ha fatto morire dal ridere). Sempre unica !

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  2. raimondo.q

    Concordo sulla simpatia involontaria dei vermi e la loro delusione, mi è piaciuta l’idea di questa condizione sospesa di mortovivo, affascinante da immaginare, forse un po’ sfiancante da vivere (?), comunque raccontata con grande stile. (emoticon sottovetro)

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