Alieni

l_820_melanzane-alla-parmigiana-cut1Emil
Quante lune saranno che giro su me stesso penzolando da un soffitto affumicato da migliaia di nervose sigarette? Più o meno, forse, lo stesso numero di soldati che saran passati per questa caserma.
Il rotore è funzionante, ma è vecchio, e questo mi condanna a un moto sostanzialmente inutile: le pale girano lente, troppo lente per dare una minima frescura. Eppure nessuno mi ripara, o intende rimpiazzarmi con un ventilatore nuovo. Cambiare è disequilibrio: fomenta, fa venire in mente idee pericolose, da sopprimere fin dal primo vagito.
Il maresciallo Barta qui c’è ormai da tempo: è un militare molto diligente, del resto come chi lo ha preceduto.
Sta interrogando un uomo che ha i gomiti poggiati sul ruvido ripiano e la testa racchiusa tra le mani: è chiuso in un mutismo che al sottufficiale sta sembrando eterno.
Si chiama Emil Varga, ed ha un volto scolpito sulla pietra, occhi aperti, fissi, di chi si sta guardando dentro.
L’interrogatorio dovrebbe somigliare a un’amichevole conversazione; Barta gli ha fatto togliere le manette: lo conosce, sa che è un uomo mite, in genere.
Sul rapporto che ha riletto per eliminare qualche errore di grammatica prima di sottoporlo all’attenzione del comandante, figura che Emil durante un’accesa discussione ha aggredito sua moglie con violenza, ferendola, tanto che la poverina si trova adesso ricoverata in condizioni gravi nell’ospedale cittadino.


Basta prova un altro approccio:
– Non mi hai chiesto nemmeno come sta: davvero così poco ti interessa? Siete sposati da un bel po’.
– Francamente della sua sorte non mi interessa nulla, maresciallo, e neanche delle mia: se dovesse essere morta pagherò quel che dovrò pagare, a ognuno!

Il maresciallo gli chiede allora di raccontargli i fatti, a cominciare dal momento in cui era tornato a casa dalla sua cantina.
Emil risponde lento. Rivive l’accaduto con le sue parole. Avvampa:

– Sono rincasato più presto del solito, passando dal retro e dalla porta che dà in cucina. Il tavolo era stato bene apparecchiato, si notava ancora, nonostante fossero rimasti soltanto piatti vuoti, unti da qualcosa che doveva essere cibo. Dalla teglia mancava quasi metà dello sformato di verdure. E’ il mio piatto preferito. Ho sentito dei rumori di là, in bagno, poi mia moglie è entrata anche lei in cucina: mi ha guardato, poi ha guardato il tavolo ed è arrossita!
Al polso aveva un bracciale che non le avevo mai visto addosso.
E disse una cosa che mi avrebbe fatto ridere, se soltanto l’avesse detta trent’anni prima.

Il maresciallo aspetta qualche istante, ma poiché ha di nuovo l’impressione che Emil non voglia più riprendere, si decide a domandargli che cosa di così grave sua moglie avesse mai potuto dirgli.
Emil ha ora un sorriso estraneo alla sua faccia, imita sicuramente quello di qualcuno:
– Mi disse, sorridendo allegra, di aver pranzato con un alieno! Capisce maresciallo, perché l’ho ammazzata di legnate?

Pillitteri
La voce dell’ammiraglio risuona inaspettata direttamente dentro la mia testa. Saranno pochi gli ufficiali che possono raccontare di aver parlato col capo della sicurezza planetaria, e quindi oltre che sorpreso dovrei esserne onorato: e invece, chissà perché, mi metto sulla difensiva.
Mentre do l’addio al riposino postprandiale a cui mi stavo preparando non solo mentalmente, vedo addensarsi nuvoloni neri sul mio finora immacolato stato di servizio.
L’ammiraglio Bronson parla con la calma degli ufficiali superiori:

– Buongiorno comandante, mi scusi se lo distolgo dalle sue importanti occupazioni, le rubo solo un minuto. Un nostro informatore ci ha segnalato, niente ancora di preciso beninteso, che sul pianetino T7.Y.3 ci sarebbero stati dei tentativi di approccio, forse anche delle commistioni, con alcuni indigeni. Poiché il settore ricade nella sua area di competenza, ho pensato che forse lei potesse saperne qualche cosa. Le risulta nulla?

Risultarmi? Siamo in orbita da settimane su questo pianeta, l’ultimo dei trenta gemelli della Terra scoperti fino ad ora, e senza neanche esserci mai scesi per una birra. A meno che … o Gesù!

– Buongiorno a lei signore. No ammiraglio, è la prima volta che ne sento parlare. Stiamo perlustrando il pianeta già da un mese rimanendo schermati anche strumentalmente, nonostante la loro modesta tecnologia. A onor del vero il nostro cuoco Bernard, con una guardia, vi è sceso a bordo di una piccola unità di esplorazione, un pomeriggio, per delle ricerche sull’alimentazione dei locali: ma è rimasto fuori poco tempo, e nel rapporto non ha segnalato nulla. Naturalmente se lo ritenesse opportuno farei personalmente delle indagini.
– Le sarei davvero grato, Pillitteri. E vorrei anche chiudere la questione in tempi brevi: sembra che ci sia stato addirittura un ferimento nella zona, una donna forse, ma dire che ci sia qualche attinenza con la segnalazione, onestamente è tutto da vedere. Allora attendo sue notizie comandante, buona giornata.

– Buona giornata a lei, ammiraglio, agli ordini! – riattacco e impreco nello stesso tempo.

O cazzo! Che cos’hanno combinato quei due laggiù, l’altro pomeriggio?
Se l’Ufficio Rimozioni Ricordi di Avvistamento contatta il comandante di un’astronave che sta navigando nella zona di un pianeta abitato, so per esperienza che avrà i suoi cazzi di motivi.
E se lo fa l’ammiraglio Bronson in persona allora devono essere anche decisamente amari: deve per forza essere successo qualcosa sul quel cavolo di spiaggia dove è sceso Bernard. Potevo mai dirlo all’ammiraglio che la missione non aveva nulla di scientifico? Eravamo stufi di assumere quei liquidi sintetici che da alcune settimane costituivano la nostra unica dieta giornaliera, e cercavamo delle alternative. Mi sembra umano!
E poi il cuoco aveva tanto insistito per scendere su quel tratto di costa tra mare e bosco: secondo i suoi rilevatori avrebbe trovato delle piacevoli sorprese.
E infatti era rientrato, non prestissimo adesso che ci penso, con un bel bottino: frutta e animali acquatici soprattutto, molto interessanti dal punto di vista organolettico. Quella sera a cena Bernard ebbe diversi urrà da tutto l’equipaggio.
Io il suo rapporto l’ho ricevuto, me ne ricordo bene, e l’avrei anche letto prima di archiviarlo, ma non so come, poi me ne dimenticai: e onestamente, mi sto chiedendo, perché mai avrei dovuto considerarlo di rilievo?

Bernard
Sto preparando la cena per l’equipaggio, quando l’interfono gracchia ed emette un paio di fischi fastidiosi, poi mi arriva l’accento inconfondibile del comandante Pillitteri. Sono mesi che chiedo di fare riparare questo altoparlante, ma la richiesta deve compiere un lungo giro burocratico prima di essere approvata dal dipartimento centrale: ormai ci ho perso le speranze!
– Bernard, sei lì in cucina?
– Mi cercava comandante? – chiedo al microfono posato sul lavello usa e getta che hanno appena finito di montarmi.
– Bernard, ma che minchia avete combinato nel quadrante B.X.222, si può sapere?

Roza
Siamo soli io e il dolore, da giorni ormai.
Inizio dove lui comincia e finisco quando non c’è più. Prima e dopo probabilmente sogno.
La sofferenza mi rassicura: esiste, deve esserci, altrimenti io non sarei.
Sono in ansia per la mia sorte e mi chiedo cosa ne sarà di me, se il dolore dovesse mai finire: rimanere sola mi costerebbe troppo, non riuscirei a concepire altro compagno della sua statura.
Macchio questa angoscia di ricordi che sbucano da soli, come dei lampi o come dei bagliori, come quelli che vedo provenire dal boschetto dietro casa mia.
Ho preparato lo sformato di melenzane. Adesso ho finito e mi sistemo i capelli.
Aspetto che lui torni dal lavoro: lo sformato è il suo piatto preferito.
Che strani lampi: di solito scendono dal cielo ma questi sembrano nascere tra gli alberi.
Ci voglio andare: è giorno pieno e non mi ci vorrà molto, a passo svelto saranno due minuti.
Due tute bianche si danno da fare attorno ad una grande scatola da cui si sprigionano scintille. Uomini?
Uno di loro mi vede, si avvicina, io faccio per tornare indietro ma lui mi ferma; parla una lingua oscura che riesco però a capire. Si accorge della mia sorpresa: è grazie al traduttore universale, dice, e indica una scatoletta che indossa sulla tuta che per consistenza e odore sembra gomma da masticare. Si toglie il casco: non ha capelli, proprio come gli alieni che disegnavo da bambina.
Adesso siamo a casa mia: dice allegro che è la parmigiana più buona che abbia mai mangiato in tutto l’universo: io non so cosa sia la parmigiana, ma lui parla come se fosse il padrone delle stelle. E’ bello e mi sorride.
Quando Bernard va via, al mio polso c’è una catenina che non avevo prima: la sfioro e spero che mi porti un po’ di fortuna.
Sento una macchina: Emil starà tornando a casa prima.

Giuseppe Pippo Visconti

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