Acqua

acqua-alcalina-ionizzata-bufala-o-veritaHo attraversato il mare per venire in questa terra e qui ho colto un fiore di camelia da portare sempre con me.
Tutti i giorni, poco dopo l’alba, sul lucido bancone del locale dove lavoro, pongo il fiore di camelia in un calice di vetro, rotondo come il mio sorriso, trasparente come mi sento o vorrei essere in questa città.

“Ci vuole tempo”. Così mi dice il gruppo di donne straniere come me.
“Ci vogliono anni ma passerà e non ti sentirai più sospesa. Se sei forte, la fune reggerà la vertigine e arriverai all’altra terra senza farti inghiottire dal vuoto di chi eri prima e di chi sei e sarai ora”.
Ci vuole tempo ma stamattina non sento il cuore. Destra. Sinistra. Silenzio.
E il mio respiro, lo sento? Sì, lo sento dappertutto. Mi attraversa come mi attraversa il tuo sguardo dottoressa, quando vorresti mettere insieme i cocci di chi sono e cerchi in profondità la me stessa d’un tempo.

Ma non mi sento invasa da te come quando sono arrivata nella tua terra.

“Oggi non sento il cuore”.
Lo dico con un tono alto a te e al gruppo di auto-aiuto, l’unico spazio in cui sento il narrare la mia vita, come valore.
Non sento il cuore: come se il mio dolore l’avesse fatto guizzare via dal corpo.
Per favore dottoressa, fammi sentire ch’è ancora dentro e non è rimasto in fondo al mare a consolare chi è morto.

“Non senti il cuore”. Dici.
In cerchio io e le donne straniere ci guardiamo negli occhi mentre le nostre vite sono al centro ad aspettare parole e storie: le nostre e le forme che ne darai tu, rimarginando ferite.
“C’è qualcun’altra di voi che non sente il cuore?”
Rivolgi la domanda alle altre.
Forse per non farmi sentire smarrita.
No, non è questo. E’ per farmi sentire il mio cuore.
Una donna siriana alza la mano. Ci metti al centro del gruppo. L’una di fronte all’altra. L’una specchio dell’altra. La mia mano destra sul suo cuore. La sua mano destra sul mio, anche qua m’inceppo perché le metto la mia mano destra a destra. La donna siriana mi sorride e sposta la mia mano a sinistra: sul suo cuore.
Li sento tutti e due.
Cuore mio cuore suo. Unico cuore.
Il respiro si fa forte e fa del mio ghiaccio il pianto.
Il dolore di due donne esuli con il cuore racchiuso nella mano dell’altra.

Non più silenzio nel mio corpo.
Una corda vibra, grazie alle tue parole per me.

Emerge spesso tra le maree che mi attraversano la parola “necessità”.

Penso a mia madre. Le sue ultime parole mi risuonano dentro con il rimorso di chi come me, abbandona senza colpa.
Per necessità sono dovuta andare via dalla morte e dalla disperata paura dell’essere senza sogni.
Per necessità lei mi ha detto: “Non tornare più qua. Vai via con tuo fratello e non cedere lungo il viaggio all’incanto del mare”.
Così è stato: non ci ha preso l’onda e non abbiamo ceduto alle sirene che abitano i fondali con chi non c’è più.
Io e mio fratello viviamo nella stessa isola ma abbiamo scelto un diverso modo di combattere il dolore.

“Non venire più”. Mi ha detto mio fratello, nascondendo, la mia storia, il mio passato e la mia appartenenza: parole scolpite con la determinazione di chi vuole archiviare pensieri e ricordi.
“Non venire più”. Mi ha detto con gli occhi della nostra terra amata.
“Mi ricordi il dolore, la speranza e il coraggio del viaggio. Una parte di me vive ancora dove siamo nati e cresciuti e sogna e pensa con le stesse parole della nostra origine, ma c’è anche un’altra parte nata qua e da questa devo ricominciare la mia vita. Se vieni, il tuo sguardo desta in me il grido della gazzella ferita e il ricordo delle corse di noi due bambini: fratello e sorella uniti dallo stesso identico palpito di mare e di terra. I sogni di chi sono stato, li ho lasciati racchiusi nelle conchiglie da cui ascoltavamo le storie di chi va per mare. Altri sentiranno i miei sogni e le vibrazioni del vento da cui anche loro saranno spinti andare via. Abbiamo vinto il dolore del viaggio ma il mio cuore vuole fermare ciò che è stato.
Per necessità deve rimanere incapsulato sotto una piega dell’anima”.
Ho sofferto ma ho rispettato il silenzio per la necessità a cui mi ha costretta mio fratello e la parte di sé volutamente svuotata di memoria.
L’ultima immagine di lui è quella del suo corpo reso scultoreo dal nuovo lavoro: mio fratello è là, ombra nera che si staglia imponente sul bianco abbagliante della salina.
“Non venire più” Così mi ha detto.

Mio fratello vuole ma non può dimenticare il viaggio e la paura di perdere se stessi. La lotta per la vita. La morsa soffocante dei corpi stretti. Il pianto in fondo al mare del bambino. Il buio.
Il tempo.
Mi manca il tempo insieme a te,
mamma.
Occhi grandi e neri: guardi lontano. Un punto d’orizzonte, un sogno. Il tuo sogno di libertà per i tuoi figli. Ora so il perché degli ultimi silenzi con noi: elemento con elemento ne hai disegnato minuziosamente il progetto.
Il tuo sogno finisce con me qua, in questa terra.
Da questo punto,
inizia il mio.

Apro la porta di casa.
Non accendo la luce.
Mi distendo sul divano e scivolo indietro nel tempo.
Vorrei uscire.
Tu dici:
“No, non si può”
Io insisto e non capisco perché mi neghi una cosa così semplice.
Tu dici: “No”
Ti avvicini a me. Apri il palmo della mano e c’è una lucciola che brilla nel buio.
Ora non voglio più uscire.
Voglio stare con te.
Voglio che mi racconti la storia della stella figlia del sole.
“Ancora questa?”
“Sì, mamma. Ancora”
“Sempre la stessa?”
“Sì, sì”.
“Tanto tempo fa, la stella figlia del sole desiderava vivere e governare un pianeta verde e blu. Il sole le disse di sì e la stella partì per andare lì…”*
“Prima però…”
“Prima di andare la stella dovette togliersi la veste lucente che avrebbe danneggiato con il suo potere il verde e il blu del pianeta”.
“Poi il sole disse alla stella che durante la sua vita nel pianeta verde e blu, avrebbe potuto esprimere tre desideri.
Appena arrivata nel pianeta da lei scelto per vivere, capì il perché dei suoi colori”
“Perché c’erano foreste e acqua: il verde e il blu”.
“La stella era molto felice”.
“Vorrei avere tanti figli”. Disse la stella, esprimendo il suo primo desiderio.
Vennero tanti figli e la stella divenne la madre di tutti loro. Li curò con immenso amore. Passarono gli anni e la Madre di tutti i figli iniziò a sentirsi stanca.”
“Era molto stanca mamma?”
“Sì, era stanca perché triste. I figli litigavano e recintavano spazi dicendo è mio! E’ mio! Alcuni iniziarono a uccidere altri”.
“La stella morì?”
Sì, ma il suo secondo desiderio fu di aiutare i figli anche da morta.
Così la Madre di tutti i figli continuò a lavorare per loro”
“Poi c’è la giovane donna che l’aiuta, vero mamma?”
Tra i figli c’era una delle prime figlie, forte e bella. Sentì la Madre in difficoltà. Alzò gli occhi verso il cielo e le disse: “Madre fatti aiutare da me”.
“Grazie” rispose la Madre di tutti i figli.
“Ora diventa polvere?”
“La stella dopo avere ringraziato la figlia gentile e generosa, divenne polvere e il vento la portò in cielo.
E realizzò il suo terzo desiderio:
Vedere ogni mese i suoi figli e il pianeta verde e blu.
E da allora, ogni mese, la luna guarda i suoi figli”

“Guarda mamma! La lucciola brilla di più”

Sono donna straniera in una terra a volte straniera alle sue stesse donne dove è il maschile, come uno strano potere, a tenere stretto lo scettro.
Pensavo fosse più breve il tratto di mare che divideva e univa la mia terra con la tua.

Di nuovo giorno.
Passata la notte senza sogni, il silenzio fa sentire la città come dimenticata da chi la vive.
Il locale è deserto.
Immagino i sogni di chi si risveglia andare via.
Pongo il fiore di camelia accanto a me.
Ammiro la bellezza del suo bianco e resto ferma.
In attesa.

Ora tu donna bianca vieni verso di me. Porti i colori della tua terra: del grano in estate e dell’acqua del mare di cui hai nello sguardo l’inquietudine dell’onda.
Ti avvicini al bancone e mi chiedi:
“Che fiore è questo così bianco?”
“E’ un fiore di camelia e se vuoi puoi prenderlo”.
Ecco il mio fiore per te.
Passaggio occhio scuro-occhio chiaro-mano nera- mano bianca e il fiore a significare parti di noi, ma nell’attimo in cui te lo porgo, l’attrazione provata prende una direzione contraria.
Un tuffo al cuore mi riporta al viaggio e alle ferite dentro di me: la forza incantatrice del mare e le parole di mia madre, ripetute come preghiere per non smarrirmi per sempre. Le parole di mia madre salvifiche braccia accolgono il dolore e non mi fanno andare via perché indicano il mio posto là, dove c’è la vita.
Nel tuo sguardo donna bianca, rivedo la terra e il luogo dove tu vivi e dove io sono arrivata. Ora il tuo mare lo sento lontano dal mio e vorrei ritornare indietro per fare scelte diverse, nella mia terra e per la mia terra e non fare ritorno ogni giorno a questa vita, in cui sembra visibile solo la mia parte che non è o non è ancora.
“Stai attenta a non sciuparlo perché il fiore di camelia è un fiore delicato e se lo tocchi diventa più nero di me”. Così ti dico.
Resti in silenzio.
Mi guardi con il sorriso di chi si aspettava parole diverse e anch’io ora ti sembro diversa.
Entrambe vediamo chi siamo: nera, bianca, donne, desiderio, appartenenza, mare, terra, cielo.

Acqua

Riemerge tra le maree che mi attraversano, la parola vita.

Gisella Avenia

* Liberamente tratto da: Nelson Mandela, “Le mie fiabe africane”, Universale Economica Feltrinelli, 2012.

Il racconto nasce all’interno del corso di scrittura tenuto da Beatrice Monroy a Palermo inverno/primavera 2015

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