Incipit d’Autore: “Chiudi gli occhi e guarda” di Nicola Pezzoli, Neo Edizioni

COPERTINA CHIUDI GLI OCCHI E GUARDA - Nicola Pezzoli - Neo Edizioni

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voyage voyage

Il gatto reputa di cagarsi addosso quando è troppo tardi per tornare indietro, e tragicamente presto per arrivare a destinazione.
Trauma da automobile, piccola Ciopy, ma quanto a trasporti felini su gomma è la prima volta anche per noi, e a lasciarti digiuna non ci abbiamo pensato. Dall’espressione del casellante è chiaro che all’abbassarsi del finestrino ha usmato l’afrore ma non ne individua la fonte. Con quella faccia da piciorla ammaestrato sarà dura intuirla. Sarebbe il caso di indicargli la gabbietta con la micia imboscata giù al buio fra il sedile anteriore e il cruscotto, di modo che quello, mentre conta le lire di resto da porgere alla mamma, la smetta di fissare con disgusto il sedile di dietro della 127, la smetta di guardare me.
Andar via da Cuviago è come spezzare un assedio invisibile. Vorrei fosse per sempre. Sarà per tre settimane. Speriamo che non corrano via, che stiano ferme per un po’. Con meno puzza, però.

I preparativi per andare al Mare sono più belli dell’essere al Mare. La prima volta a Marina Ligure con la mamma, in quel luglio del ’79, è stata indimenticabile: da allora “Mare” lo scrivo sempre maiuscolo, e i professori precisini ci s’incazzino pure. Ma il meglio è prima: sognare, immaginare, contare i giorni, fare i bagagli. La dolcezza del radunare tutte quelle cose leggere e colorate sul letto, mentre fuori la pioggerella estiva accarezza le foglie dei ciliegi, il crogiolarsi nell’incanto di tutte le vigilie, trattenere le gocce dei momenti, non lasciarle evaporare via.


Anche le mattine di Natale per me sono sempre state così. Prolungare nel dormiveglia l’attesa della scoperta, malgrado sapessi che sotto l’albero avrei trovato ben poco: una macchinina, un cane di pezza o un libro, soldatini di plastica o animaletti di legno, qualche torrone, e l’odiosa “roba utile” da parte di nonna Corinna e zia Trude o della De Ropp, compensata negli anni migliori da giocattoli inaspettati spediti dal Piemonte. Da piccolo a Lavinia mi dissero che c’era di mezzo una violazione di domicilio da parte di un Gesubambino invisibile, e io ci credevo, e di conseguenza pensavo che se mi fossi alzato a spiare nelle profondità della notte avrei visto i doni volarsene a mezz’aria per tutto il corridoio. Ma non osai mai, avevo una fifa troia di quelle effrazioni, anche se erano fatte a fin di bene.
Adesso so che ce li mette lei la sera tardi. Potrei scoprirli dopo che è andata a dormire, eppure la mattina aspetto e aspetto, invece di precipitarmi a spezzare l’incantesimo come tutti gli altri fessi.
E la mamma viene a chiamarmi, confusa e stupita, quasi delusa: «Corradino, non ci vai a guardare i doni?»

Ma l’anno scorso erano morti tutti, da ʼste parti, allora io e la mamma abbiamo affidato la Ciopy alla Marilù del bosco e siamo andati a passare il Natale in Piemonte, per dimenticare i fantasmi sotto la coltre nevosa di un paesotto chiamato Ceva, dove sono venuti anche gli zii di Pinerolo e Mondovì. C’era lo zio Renzo, quello delle barzellette e delle poesie dialettali, che come prima cosa ha detto «Sapete cos’ha portato, di bello e di buono, lo zio Renzo, per tutti voi bravi pronipoti? Una… bella… merda!» Però poi si è riscattato con una poesia seria intitolata “Temp”, che a me è piaciuta perché non era noiosa e verso la fine diceva: Temp, bastàrd! E in ogni caso scherzava, e i regali ce li aveva portati.
Mi sono sempre andati a genio, questi parenti piemontesi della mamma sull’anzianotto andante. Mi piacevano molto anche quelli tedeschi di Videla, mio padre, a dir la verità. Soprattutto la Clarissa di Wolfsburg, che per Pasqua mandava coniglietti di cioccolato, buonissimi e pieni, non come le sottili uova italiane del put con dentro la sorpresina sghimbescia. Qualcuno maligno potrebbe insinuare: sono i tuoi preferiti perché stanno lontani, un parente che è sempre fra i piedi non è mai preferito, e io non saprei cosa rispondere.
L’unica cosa che mi convince poco, di questi piemontesi, è che quando parlano, oltre a Bastalà e Boia fàus, ripetono sempre “Fatti furbo”. I furbi a me mi stan sul culo. Secondo me la furbizia è il contrario dell’intelligenza, è il lato disonesto della stupidità. I bambini più idioti stanno sempre a cercar di fregare gli altri, invece di fare amicizia. Ma forse i prozii non intendevano proprio quel tipo di furbizia.

Nicola Pezzoli

cliccando sulla foto di Nicola puoi accedere al suo blog

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