Non ti ho mai detto di sì

image(La prima volta che ti ho visto avevi lentiggini a pioggia su una faccia grassoccia e dispettosa. La solita roba che ti propinano quando devi andare dagli amici dei genitori che hanno figli più piccoli: tu vieni con noi, così guardi che lui non combini guai. A me bastava questo, per odiarti)

(Me lo ricordo, sai, il momento esatto. Io sulla bici e tu fuori dal cancello. La figlia grande dei migliori amici dei miei: la mia baby sitter, un ammasso di ricci. Ti ho fatto una pernacchia esplorativa. Mi hai guardato come fossi sterco)

(Tutte quelle cene e quei pranzi. Che palle. Tu rubavi il cibo in cucina, mia madre ti inseguiva con il mestolino. Poi mi sgridavano perchè non ti guardavo abbastanza. Abbiamo visto insieme la finale dei mondiali quando l’Italia ha vinto. Ma tu eri troppo piccolo per fare il bagno nella fontana con me e con i miei amici. E io godevo mentre facevi i capricci)

(Ne combinavo di tutti i colori per farmi notare. Quanti disastri, tua madre si incazzava come una matta e mi rincorreva per prendermi a sculaccioni. Tu prima o poi mi avresti visto. Io ne ero certo)

(Crescendo sei cambiato. Sempre piuttosto delinquente, comunque. Ovvio che toccasse a me prepararti all’esame di maturità, pezzo d’asino. Io che scintillavo di laurea e fidanzamenti felici)

(Ti avrei scopato sul tavolino in mezzo ai libri, altro che esame. Facevi quella superiore e grande. Capirai, la tesi, dottoressa bla bla bla. Ho studiato come un matto. L’ho fatto per te. Ti ho riportato un otto nel tema di italiano: era un topo. Io il gatto, tu la padrona. E poi sei venuta alla mia festa del diploma con il tuo fidanzato, puttana)

(Tuo padre un giorno mi chiama urlando e mi dice che stai morendo, all’improvviso, una cosa che nessuno poteva prevedere. Un virus raro ti aveva attaccato il cuore. Io sono impazzita. Non ho mangiato e non ho dormito per settimane. Pregavo i tubi che ti tenevano in vita, il letto su cui affondavi incosciente. E’ il mio tesoro piccolo, dio dove sei, nonmelopuoitogliere nonmelopuoitogliere nonmelopuoitogliere, cazzo)

(Com’è stato difficile smettere di morire, sai. Quanta fatica. Pensa che anche mentre ero in coma ti sognavo. I miei mi hanno detto che sei stata con me, sempre. E che hai pianto non so quante lacrime. Però al risveglio non c’eri. E ora ti sposi e io non capisco, davvero. Non sposarti, ti prego)

(Quando sei venuto alla cerimonia eri elegantissimo. Mi hai regalato un braccialetto. Ce lo avevi stretto nel pugno, me lo hai dato di nascosto. Una cosa solo per te, hai detto. Qualcosa che ti resti addosso, come a me la tristezza, hai detto. E io l’ho messo subito)

(Ti ho cercata nelle altre. Una aveva la tua intelligenza. L’altra gli occhi e quella dopo le tette. Ma è l’insieme che mi ha fregato, per anni. Poi ho trovato lei e adesso sto bene. E’ quella giusta. Qualcuno da amare, mentre ho saputo che divorzi. Finalmente)

(Questi anni da sola servono a vedere bene le cose, a trovare la giusta dimensione. Anche tu sei stato per conto tuo un sacco di tempo, poi alla fine l’hai trovata, quella giusta. E sei felice. E io lo sono per te. Non ci sentiamo quasi più, se non per cose banali. I miei sono morti, i tuoi si sono separati. Certo, mi manchi ma non abbiamo più motivo di vederci. Sei diventato un bel signore estraneo, con i baffi e i capelli grigi)

(E’ che io non mi rassegno, cazzo. Mi attraversi la mente, cometa di Halley a cadenza giornaliera. Illumini un attimo e lasci una striscia di nostalgia. Basta, ora alzo il telefono, trovo una scusa, ti faccio una domanda banale. Ma è la seconda richiesta quella che conta. Mi esce di bocca all’improvviso. Vieni a cena con me. Tanto mi dirai di no)

(E poi tu che mi chiami e mi chiedi di uscire a cena. E’ normale, tra amici. Solo che non me l’hai mai chiesto prima. Mai mai mai, noi siamo sempre stati  in gruppo, una grande famiglia, che bisogno c’era di vederci da soli. Non ce n’era assolutamente bisogno, infatti. E nemmeno adesso. Ma tu lo ha soffiato nel telefono con una voce che non era la tua. Prima mi hai chiesto come stai e poi tutto di un fiato vuoivenireacenaconme. Non ti ho mai detto di sì e forse anche in questa occasione non l’ho nemmeno pensato veramente. Non ne ho avuto il tempo. Nella risposta quello che ti stavo dicendo veniva da un luogo remoto in cui io non avevo più il comando dell’ugola né del cervello. Una parte di me, piccola e lontanissima, ti ha detto di sì)

(E adesso i tuoi capelli sono diversi, il tuo corpo morbido è tutto diverso da come lo immaginavo. Ti odio mentre ti bacio, ti odio mentre ti abbraccio, mentre ti metto le mani dappertutto e mentre affondo dentro di te e mi perdo come se fossi in mezzo al pack senza una cazzo di bussola. Non so nemmeno se ti piace, ti piace, ti piace quello che faccio?, Dimmelo, ti prego. Tu mi sorridi, non so cosa pensi. Chissà se vorrai rivedermi. E adesso. E lei. E i miei. E io che voglio solo restare qui tra le tue braccia)

(Mi hai chiesto di fare l’amore. Una richiesta seria, da amici, come decidere se andare a mangiare la pizza o il cinese. E poi abbiamo pontificato tutta la sera: lo facciamo, non lo facciamo, ma in fondo è come se lo avessimo già fatto. Oddio che ridere. No, è come se lo stessimo facendo da sempre, hai detto. Era la cosa giusta da dire. Quella giusta da fare. La tua bocca mi mangia. Il tuo odore è riso cotto nel latte. Ridiamo, scherziamo. Moriamo insieme)

Teodora Ponti

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