Incipit d’Autore: “Il Palazzo” AA.VV. edizioni Tragopano

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Il Conte

Ho infilato la mano in tasca alla ricerca degli occhiali. Quando mi ubriaco, il giorno dopo cerco sempre gli occhiali, li invoco a voce alta nel caso non li trovassi nelle tasche. È un gesto propiziatorio: rinforzando il senso della vista, anche gli altri sensi tornano a norma. Non li ho trovati, allora mi sono preso la testa tra le mani e ho cercato di fare luce tra la nebbia.
Ragazzi, avete trovato i miei occhiali?
Ieri ho rotto l’ultima tazza di porcellana del servizio che avevo salvato dai creditori, l’ho scaraventata a terra, come ho fatto con i bicchieri di cristallo, quelli rimasti, seduto in poltrona davanti alla televisione. Ragazzi, avete un bicchiere? Che non sia uno di quelli carta, mi raccomando…
Ho sentito una porta sbattere. Poi una voce. Mi sono ritirato. Ho aumentato il volume del televisore.
-Non mi avrete!- L’uomo si spara alla tempia. È solo un attore. Cambio canale.
Nel 2100 gli oceani cresceranno di 25 centimetri. Numeri che non mi toccano. Cambio ancora: il ghigno vendicativo di Berlusconi. Le beghe di palazzo, fa l’annunciatore stigmatizzando la politica. Il mio palazzo ha le crepe. Parola di cinque lettere come beghe.

Ho la casa piena di ragazzi. Non sono padre, tanto meno nonno. E loro non sono proprio ragazzi, sono io che sono vecchio. Ero pure ricco una volta. Il titolo di conte mi è rimasto, ma un nobile in miseria suscita commiserazione, non reverenza. Mi resta il palazzo di famiglia, vecchio di secoli. Restano le mura, non so ancora per quanto, le crepe di giorno in giorno si allargano fino a divenire vere e proprie brecce, quelle che larghe già lo sono si allungano, come ferite che non si rimarginano. L’ultimo architetto consultato fu gelido nel deliberare lo sfascio dell’immobile.
Ero un marito, fino a non troppo tempo fa. Mia moglie mi ha lasciato. Con il patrimonio segreto dei suoi gioielli ha traslocato tra le braccia di un uomo ben più giovane, di quelli che probabilmente non usano gli occhiali.
Sono un ubriacone. Ragazzi, non fateci caso.
Non sono ragazzi. O forse sì. Tre di loro non devono avere più di trent’anni. È da due settimane che li ho in casa. Colpa di quella maledetta inserzione. AFFITTO PALAZZO AD ANIME SOLE! Così ho scritto. Non sono nemmeno sicuro di essere stato ubriaco.
Non so ancora i loro nomi. O forse li so. Li dimentico, ecco tutto. Sono solo dei numeri.
Voglio intascare l’affitto e tanti saluti. Non durerà molto, i soldi per riscaldare il palazzo non ci sono, nella stagione invernale dovevamo coprirci con abiti pesanti da cosacchi per sopperire al freddo polare delle stanze (i gioielli della contessa erano destinati alla sua fuga). Ma d’estate era un’altra cosa, ci spogliavamo, mia moglie più di me, al punto di girare per casa completamente nuda. Non era più giovane, più giovane di me ma non abbastanza da nascondere le rughe. Unico rimedio: non inforcare gli occhiali.
Loro invece sono giovani.
Saranno ancora giovani quando se ne andranno non appena giungerà il freddo. Solo io sarò più vecchio. Ma perché hanno deciso di dividere il palazzo con me? Dividere: termine improprio, buongiorno e buonasera, il resto non deve importami.
Basta che paghino.
Basta che mi lasciate in pace. Io ho le mie abitudini.
Ubriacarti in santa pace?
Chi ha parlato?
Se non li vedo li sento. O immagino di sentirli. Magari vedo sgattaiolare le loro ombre. E non distinguo se si tratta di uomo o donna. Forse si divertono a nascondermi gli occhiali. Guardate che sono un conte.
Hanno invaso il campo.
Avrei bisogno di un cannocchiale, gli occhiali non bastano. I saloni sono lunghi come campi da gioco, i pavimenti si sbriciolano a ogni passo. Sono caduto più volte in casa mia, ogni giorno è più difficile rialzarsi, specie quando ho bevuto, non ho più il maggiordomo che mi aiuta, dovrebbero farlo loro, ma temo che arrivi quel momento.
Il fucile spianato. Chi va là? Parola d’ordine!
Sono stato capitano dell’esercito. Ho comandato plotoni ben più consistenti di questo.
La cavalleria scende a valle e irrompe nella tana dell’orso. Il vecchio solo. Senza più truppe di sussistenza.
C’è un teschio in soffitta. Vietato salire in soffitta , nessuno lo deve fare. Una catena, ecco ci vuole una catena, devo sbarrare l’ingresso, o forse basta un altro sbarramento, delle sedie, o dei cartelli VIETATO SALIRE! Non importa che sia fatto di plastica, il teschio, mi serviva per fare l’Amleto con mia moglie, quando ancora le sue forme erano giovani e invitanti, cercavo la tenebra di conquista, il travestimento seduttivo, il gioco macabro. Tentavo la sua fantasia. Del tutto inutile. Mi sono vendicato, quando le sue forme iniziarono a gareggiare con le pareti della casa a chi più si sgretolava. -Niente teschio?- mi disse, ma era lei nuda non io, finsi di non cogliere l’allusione, feci il sordo e il cieco, non la vidi e non la sentii. Il teschio lo confinai in soffitta, mai più usato. Potrei servirmene con loro ora, passare al contrattacco, il conte Dracula che avrà ragione di loro. Il mio biglietto da visita: un teschio! Questo sono io, ragazzi. Non sono ragazzi. Sono adulti in preda alla paura. Potrei piazzarlo proprio ai piedi della soffitta, tenerlo a guardia, ci sono le mie vergogne là sopra. Le riviste pornografiche che ho raccolto in tutti questi anni come merce di scambio: Davide, il pizzaiolo, mi recapitava le pizze a casa e qualche volta scordava di farsele pagare, in cambio gli davo una o due riviste di donne a gambe larghe e con la bocca occupata a succhiare. Non voglio che vedano la mia carne da macello.
-Vecchio coglione!
Non sono io, è l’affittacamere che vede il capoufficio portarle via la donna di cui è innamorato. Un coniglio, ecco quello che è, non sa rifiutare al capo l’uso del proprio appartamento, e l’altro si scopa quella che non sarà mai la sua donna. Io non ho mai avuto capi. Nessuna donna per la quale prostrami e umiliarmi.
Devo passare al Grande Fratello. Sono stufo di film insulsi.
Non ho ancora capito se anche loro sono finti. Eppure i giorni passano. Mi sembrano arroccati in difesa. Forse sanno che un giorno li attaccherò. Busserò alle loro porte. (…)

Gianfranco Spinazzi

Un palazzo abbandonato a se stesso. Un conte alcolizzato non troppo diverso da uno spettro. Luogo perfetto da affittare ad anime sole.
Il salone del Palazzo, grande come una piazza, è fonte di claustrofobia.
In questi racconti dieci scrittori affrontano il tema “Palazzo”, ognuno a modo suo, ma non sono escluse casuali (o predestinate) convergenze.
Ipertrofia ed emorragia sono termini sinonimi di Io. Lʼ“anima sola” è primordiale, fa del Palazzo la propria tana e contorce lo stato naturale a sua scusante e sembianza: orinare e defecare sono atti risolutivi. Ma i “servizi” a Palazzo sono deficitari, lʼedificio è in rovina, le “anime sole” intensificano il protagonismo della quarantena.
Lʼuomo è un inventore. Inventa il Palazzo. Che sia pure, se non soprattutto, scrittore, lo voglia o no, la “specialità” incombe sul Palazzo con unʼironia pesante come una cappa di piombo.
Ma perché continuare a chiamarlo Palazzo? E perché non scrivere in riva al mare? Magari in compagnia non solo della propria ombra.
Non ci sono rapporti tra gli occupanti il Palazzo, la solitudine è rigorosamente arroccata, semmai il solo padrone di casa funge da anello di congiunzione. Il vecchio aristocratico che sbava alcol e dipendenza televisiva contagia il degrado.
Il Palazzo non ha biblioteca, non ci sono libri, o almeno non sono in vista, o a portata di mente, non si legge a Palazzo, o si legge per difetto: lʼanomalia di chi vuol essere “letto” senza contraccambiare il favore. Non è forse un solipsista lo scrittore? Un egoista.
Testo collettivo che non tratta la collettività, ma solo lʼindividualismo più esasperato. La solitudine forma il cerchio, ma non la specularità, gli specchi di Palazzo sono pochi e quei pochi deformano: il cerchio è un albero senza rami che non dà frutti. La ridondanza dellʼincomunicabilità è lʼaffermazione del solitario.
Cʼè chi rincorre i ricordi perduti; chi a Palazzo si dibatte tra la ciurma sanguinaria di un vascello fantasma; un altro fa del Palazzo un salotto letterario composto da scrittori remoti (spettri) da Marco Polo a Asimov; cʼè chi scopre nel Palazzo unʼantica clinica per malati di dissenteria; cʼè il fuggitivo che aspetta che “loro” lo vengano a prendere per punirlo; un “agente di commercio” reclamizza una macchina masturbatoria da lui inventata…
L’uomo è un inventore. Prigioniero dell’invenzione.

http://www.tragopano.it/

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