Incipit d’autore : Bestiario Diplomatico – Valerio Parmigiani ed.Effepi

unnamedChe ci fa una persona tutto sommato come tante, cresciuta senza eccessivi clamori in una Milano non ancora postmoderna che si svegliava con la nebbia, seduta a un tavolo di ottimati convenuti per un banchetto in onore del presidente dell’Uganda? O in un’aula di tribunale di un Paese che non esiste ad assistere a un processo contro una connazionale che ha rischiato – suo malgrado – di compiere una strage? Quali circostanze possono averla condotta a confrontarsi con l’imbarazzante evidenza di aver appena ustionato l’ambasciatore britannico rovesciandogli addosso una tazza di caffè bollente, o a ingegnarsi in ogni modo per risparmiare cinque anni di durissimo carcere africano a un geologo valtellinese immortalatosi con l’autoscatto all’apice di ginniche prodezze sessuali con la fidanzata?
È su interrogativi di tale portata che tenterà di far luce questa cronaca volutamente anticonvenzionale e (spero) amena di un periodo straordinario trascorso all’interno di uno degli ambienti fra i più fraintesi dall’immaginario collettivo. Pur riproponendosi di essere nulla più di un divertissement, ogni singolo episodio in essa riportata è rigorosamente vero fin nei dettagli, come dovrebbe provare la pura e semplice evidenza che neppure il peggior abuso di oppioidi avrebbe dotato l’autore di una fantasia tanto perversa da renderlo in grado di inventarsene anche uno solo. Ai pochi privilegiati cui sia toccato di calcare la scena diplomatica, del resto, i fatti qui descritti non appariranno particolarmente sorprendenti o inconsueti: se possono risultarlo a chi non ne abbia mai frequentato primattori o comparse, è soprattutto per via della tenace resistenza della maggior parte di costoro a sollevare il velo sulla propria realtà quotidiana per condividerla con il resto del consorzio umano. E questo non solo perché al concetto stesso di «diplomazia» sono da sempre associati quelli di discrezione, riservatezza, prudenza, ma anche a causa di un’istintiva – benché non sempre cosciente – reazione difensiva di fronte alla consapevolezza che possa bastare una folata di vento (e nemmeno delle più vigorose) per squarciare il diaframma che preserva il loro esoterico microcosmo dal contagio con la realtà.
La decisione di elaborare in forma di narrazione l’esperienza maturata nel chiuso di quella particolarissima nicchia etno-sociologica non obbedisce soltanto a un impulso sadomasochista o al desiderio di riviverla terapeuticamente, magari nell’illusoria aspettativa di farsene una ragione. Più ambiziosamente, vorrei mostrare (se con successo o meno, giudicherà il lettore) che il racconto di quei fatti, grazie soprattutto alla presenza di una folta galleria di personaggi così esulanti dall’ordinario, può rivelarsi altrettanto coinvolgente di un romanzo di fantascienza, genere del resto meno estraneo al contesto di quanto si possa pensare. Naturalmente ad animarmi non è alcun intento polemico verso il piccolo mondo che ha ospitato la mia precedente incarnazione. Al contrario, il voler andare a leggere il bluff su cui esso, in fondo, mi sembra reggersi va visto come un gesto costruttivo e compiuto a fin di bene.
Dovendo identificare due tra i tratti distintivi della stragrande maggioranza dei suoi esponenti, citerei senza alcuna esitazione la loro cronica carenza di autoironia e la chiusura al reale sempre più accentuata, tradottasi col tempo nell’emergere di una dimensione autoreferenziale e totalizzante ai limiti dell’autismo. Nelle intenzioni, dunque, sdrammatizzare certi riti e seriosità – se non addirittura stemperarne, con un riso bonario, il futile sussiego – vuol essere un contributo a rendere quel mondo più umano agli occhi degli osservatori esterni, che a volte mi sembrano riservargli invidia e un po’ di antipatia. Ma è anche e soprattutto un gesto d’affetto che mi sento di rivolgere alla sua parte più sana, quotidianamente confrontata con una frustrazione strisciante che la espone al timore di doversi progressivamente omologare – se non altro per puro istinto di sopravvivenza – a un universo spersonalizzante di cui non riesce a sentirsi parte. L’auspicio è che i suoi abitanti possano prima o poi risolversi ad accorciare la distanza psicologica che – in modo francamente ingiustificato – sembra separarli dalla vita concreta e diradare l’alone di mistero che amano diffondere intorno a sé, a protezione di una sorta di “Fortezza Bastiani” che – in fin dei conti, e per quanto si tenda spesso a dimenticarlo – brulica pur sempre di donne e di uomini.
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Se vogliamo procedere con ordine, questa storia ha inizio con un telegramma: «La S.V., utilmente collocata nella graduatoria del concorso in oggetto, sarà immessa in servizio secondo la procedura prevista…, salvo gli effetti conseguenti… o eventuali vizi rilevati…». Si sa che, in genere, la compilazione di certi testi incoraggia l’uso di soluzioni lessicali non comuni, ma lì eravamo davvero ai limiti del cuneiforme, e se la notizia non mi fosse già arrivata in precedenza attraverso il tam tam ufficioso dei compagni di corso avrei potuto credere che quel messaggio originasse da una dimensione parallela dispersa nello spazio interstellare. Certo, col senno di poi è facile argomentare che un linguaggio così poco fluido e colloquiale nascondeva elementi sufficienti per mettermi in guardia su quanto mi aspettava. Ma quelli, per me, erano tempi dickensianamente assai difficili, e in fondo quel burocratese da stele di Rosetta racchiudeva in sé il felice epilogo di un estenuante percorso di preparazione che avevo programmato, con tutta la necessaria incoscienza, per esorcizzare le atmosfere venefiche respirate in anni di occupazioni saltuarie e provvisorie.
A quell’epoca, la triste evidenza che la mia generazione risulti “esuberante” per il mercato del lavoro era ancora lontana dall’essere data comunemente per scontata come accade oggi. Ciò non toglie, tuttavia, che una parte non trascurabile delle sue migliori menti fosse già impegnata a espiare colpe mai commesse vagando nei gironi di quello che in sèguito si sarebbe definito «precariato». Nulla di strano, dunque, se anni di surreali colloqui di non-assunzione e di lavoretti sottopagati e non esattamente entusiasmanti (tra cui una mai rimpianta interpretazione del «mago Thomas» che improvvisava consulti telefonici armato di sibille e tarocchi) mi abbiano spinto a imbarcarmi nel folle progetto di affrontare un concorso che avrebbe operato una così feroce selezione tra più di milleduecento iscritti.
È per me un’idea ancora difficile da metabolizzare, ma dopo due anni abbondanti di studio a tempo pieno riuscii a emergere con successo dal decathlon (così avevo ribattezzato le prove d’esame, che comprendevano cinque scritti – per i quali si aveva a disposizione un totale di quaranta ore – e un orale articolato su dieci materie) che determinò il mio trionfale ingresso nel novero dei “magnifici 34” destinatari del telegramma interstellare. Sempre il senno di poi suggerisce che anche la data della convocazione a Roma dei neo-assunti (il 31 dicembre, un giovedì a cui sarebbero seguiti tre giorni festivi) poteva contenere, a saperli leggere, inequivoci indizi. Avrei presto imparato che, accettando quella sfida, con ben altro avrei dovuto mettere alla prova la mia residua capacità di stupirmi: è vero, sarei tornato a Milano la sera stessa avvolto nel fragore un po’ paradossale dei fuochi d’artificio, ma troppa era in quel momento la smania di gettarsi nella mischia della vita adulta per farmi sedurre dalla tentazione di sottilizzare, o di indulgere a dubbi sull’opportunità di salire su quell’Eurostar. Tanto più che, all’epoca, il passeggero di seconda classe aveva ancora diritto a un pacchetto di noccioline.
Lasciammo la stazione Centrale sotto un cielo livido. L’altoparlante gracchiò un annuncio subito tradotto in un inglese non proprio impeccabile, il bagno maschile era guasto, paleopizzette sfrigolavano nel microonde del bar al vagone numero cinque, l’inesausto trillo dei cellulari celebrava il definitivo dissolvimento del concetto di tonalità. Bambini urlanti scorrazzavano per i corridoi nell’indifferenza di genitori intenti a digitare messaggini o a strillare ai vicini di posto – ma inevitabilmente anche agli altri occupanti dello scompartimento – le proprie opinioni sul montepremi esagerato del Superenalotto e sulla congiura di palazzo che aveva appena portato a capo del governo un comunista con una barca di quindici metri. «Il treno io l’ho preso e ho fatto bene, spago sulla mia valigia non ce n’era», mi incoraggiava De Gregori dal suo rifugio nelle cuffie del walkman. Aveva avuto inizio una cavalcata ai confini dell’irrealtà che, nel quasi decennio che andava a incominciare, mi avrebbe trascinato dall’estremo limite orientale dell’Europa al ventre infetto e dolente del pianeta: l’Africa australe.

Valerio Parmigiani

ValerioparmigianiMilanese che sta cercando di smettere, dopo aver lasciato a trent’anni suonati la città dove è nato (nel 1967), cresciuto e si è laureato in Scienze Politiche, Valerio Parmigiani ha lavorato come diplomatico per quasi un decennio, per poi eleggere Firenze a luogo ideale per ospitare la sua attuale incarnazione. Diversamente pensante, rancoroso con stile, scellerato demistificatore, misogino ginecodipendente e cercatore di un senso che non c’è, nella vita ha una sola certezza: quella che forse morirà.                      Adora i gatti, il silenzio e la musica blues.

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