Incipit d’autore: “Passaggio in Sardegna” di Massimo Onofri, Giunti editore

          passaggio-in-sardegna                                                                                                    A Ini

Prologo

Non piove, non è mercoledì e non sono a Cesena. Mi trovo invece ad Alghero, in costume sulla spiaggia, brunito e in forma, a trenta metri dalla casa dove vivo quando non sono a Viterbo: è il 12 ottobre, la domenica d’un autunno dolcissimo, caldo e senza nuvole. Ci saranno almeno ventotto gradi all’ombra, mentre aspetto Michelino Cuccu con la bozza da rivedere delle lezioni della scuola di dottorato. Me ne sto seduto, come appeso a un cielo magrittiano, su un’esile sdraia a strisce bianche e verdi, acquistata quest’estate dai cinesi a un prezzo vantaggioso. Intorno a me, sullo sconfinato arenile appena offeso dalle alghe in macerazione, che digrada sino alla pineta di Maria Pia, solo qualche tedesca sgraziata e fuori peso, giovani inglesi insolitamente rumorosi che vogliono sembrare felici a tutti i costi, ma anche pensionati spesso in coppia e cani festosi al guinzaglio. Ripenso al ricco proprietario asiatico dell’emporio che me l’ha venduta, quella sdraia, mentre voleva convincermi che il vero problema di Alghero sono i cinesi, cioè i suoi connazionali: misteri del multiculturalismo. Devo confessarlo: gli uomini che hanno certezze così tenaci e beate quasi mi commuovono. Dal mio canto, mi sono sempre sentito un po’ come il Foscolo di quel noto e giovanile sonetto: «Non son chi fui; perì di noi gran parte». Epperò, oggi, non mi resta nulla del disincanto e dello sconforto che soffocava il poeta quando scrisse quei versi, nonostante le mie ferite siano ancora aperte e vivo il dolore. Il promontorio di Capo Caccia è di fronte a me nella luce tersa, immacolata, e segna l’orizzonte: sono passati tredici anni e la Sardegna -chi l’avrebbe detto- è riuscita a cambiarmi.
Lo ricordo ancora benissimo: compresa la confusa concitazione di sentimenti che mi travolse. La mail dovrebbe essere arrivata verso la fine di giugno del 2001: erano già due anni che avevo vinto il concorso di L’Aquila per professore associato e l’abilitazione stava per scadere. L’ho letta, sull’imperturbato schermo del mio computer, verso le due di notte: se avessi mandato per tempo tutta la documentazione, prima dell’ultimo consiglio di facoltà che precedeva le vacanze, sarei stato chiamato in ruolo come docente di Critica Letteraria. Destinazione Sassari: Lingue e Letterature moderne e contemporanee. Me l’aveva scritta, quella mail, la Preside Simonetta Sanna: avrei saputo poi che, per la sua determinazione e la grande energia, l’autorevolezza e la fermezza con cui governava, la chiamavano la Zarina. Simonetta, oltre che bella e elegantissima, sa essere invece una donna di rara delicatezza, soprattutto nell’amicizia, come avrei sperimentato io stesso: epperò, non posso tacerlo, ho visto più d’un uomo piagnucolare al suo cospetto, soprattutto quelli boriosi e stupidi di specie fallica, miserabilmente sedotti dal potere accademico, abituati a ricevere dalle donne intimorita soggezione, arresa e muta perplessità. Lo devo ammettere: avuta la notizia del mio possibile trasferimento lavorativo, mi sono sentito, sul momento, come Publio Ovidio Nasone mandato in esilio sul Mar Nero: e non avevo commesso nulla di disdicevole. Non potevo immaginare che quell’esilio su un’isola vera, lontano dagli affetti, sarebbe stato la mia fortuna.


Avrei dovuto pensarci, invece, alla possibilità di un complice e benevolo intervento della sorte o degli dei minori, quelli che abitano negli intermundia e hanno a cuore solo i miscredenti come me. Proprio qui in Sardegna, in effetti, io ero stato iniziato alla vita adulta: e a pochi chilometri da dove ora vivo, cioè al Calik, il camping village alle porte di Fertilia, un’enclave giuliana, dalmata e fiumana, ancora resistente, la frazione di Alghero nata dalle bonifiche mussoliniane, che ha alle spalle la laguna. Mai viste così tante zanzare come in quei giorni venturosi dell’estate del 1979, quando, finito il quarto liceo, con Segatori e Omero, Gisca, Navas e Tuzi (chissà che fine ha fatto il mio solido e taciturno compagno di scuola), raggiungemmo la Riviera del Corallo per una decina di giorni di vacanza irresponsabile, di confusa scoperta di sé. Fu al Calik, infatti, che conobbi Rita, una ventinovenne di Genova -io, di anni, ne avevo solo diciassette-, miltante di Democrazia Proletaria. Vista oggi, con la nostra ipersensibilità sessuale, fu quello un eclatante caso, se non di pedofilia, di corruzione di minore. O, se vogliamo metterla da un punto di vista politicamente corretto -perché il colpevole sarebbe una donna-, potrebbe trattarsi di sacrosanta emancipazione femminile: laddove, finalmente, non sono più i soliti maschi anziani e potenti a gingillarsi con fanciulle in fiore, ma il contrario. I tempi erano comunque molto diversi da questi e l’unica preoccupazione di Rita era quella di rassicurare il marito comunista e gruppettaro: non tanto sul fatto che lo tradisse -erano anni di amore libero, perdinci-, o che l’amante fosse un minorenne, quanto che lo stava facendo con un socialista, per di più infatuato di Norberto Bobbio e di Pierre Joseph Proudhon. Quante volte al telefono, dentro la maleodorante cabina del campeggio (non c’erano ancora i cellulari), l’ho sentita ripetere che, nonostante tutto, ero anche io un vero compagno. Il suo onore di comunista era dunque salvo.
Rita era una ragazza noiosa, querula e malinconiosa, d’una procacità già sfiorita e del tutto priva di sensualità. Sicché, avido di vita com’ero, non ci misi niente a lasciarla. E mi trasferii quasi subito, armi e bagagli, nella tenda di una mia coetanea di Reggio Emilia: bruna e mediterranea, seni ubertosi e gambe lunghissime, occhi scintillanti, pelle al miele di castagno, di quelle insomma che piacciono a me. Le suonavo la chitarra di notte e basta: per altro malissimo. Ogni tanto un bacio, ma avaro. Alla fine riuscii a strapparle la promessa che, quando saremmo tornati nelle nostre città, mi avrebbe scritto e magari, alla prima vacanza utile, mi sarebbe pure venuta a trovare. Ma, tornata a Reggio, non l’ho mai più sentita: sic transit gloria penis. Mi rimase soltanto, direzione Golfo Aranci, un pessimo e malumoroso viaggio di ritorno in autostop ancora con Rita, perché il mio amico Segatori -dico Fabio il futuro regista di Terra bruciata con Raoul Bova e Giancarlo Giannini- s’era messo nel frattempo con la sua amica e compagna di tenda, una biondina rincagnata e sciatta della stessa età. Questi, insomma, furono i miei aurorali rapporti con Pinco Fallo: in Sardegna, per l’appunto.
Ci penso e ci ripenso, dopo aver salutato Michele, che se ne torna a Ittiri con alle spalle una domenica di mare e lavoro: perfetto come sempre. Torno a casa e faccio la doccia. Mi vesto di freschezza e di colori. Niente Tom Ford gray vetiver, ma solo una spruzzata di Lorenzo Villoresi yerbamate: fieno e lavanda, rinforzati da erbe e legni aromatici, proprio quel che ci vuole. Prendo la macchina e arrivo al Calik: dove tutto è cominciato. Sono sulla spiaggia bianchissima che unisce Fertilia a Alghero. Mi guardo intorno distrattamente, quando le vedo: sono bellissime e mi sembrano sorelle. Camminano e ridono: un’intesa allegra e esclusiva tra di loro. Non so se gli altri vedano quello che vedo io: ma le acque, mirabile dictu, si sollevano spumose al loro passaggio. E’ la più matura delle due -avrà trentasette trentotto anni- quella che quasi mi schianta. Ci misi un attimo a pensarlo: non c’è nulla nella vita d’un uomo, dico di questa fuggevole e miseranda vita, che possa durare di più della bellezza d’una donna, quando ti scende nel cuore. Chiamiamola così, Ini: e questo basti. Per mio conto, ormai me ne sono convinto: dovevo arrivare sin qui, su quest’isola del sole e dell’assenza, per fare tutti i conti, e sino in fondo, col mio stilnovismo patologico.

Massimo Onofri (“agli amici di #Svolgimento da un etrusco estinto che è risorto in Sardegna”)

Onofri popMassimo Onofri insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Sassari. Collabora con “Avvenire”, “Il Sole-24 Ore”, “L’indice dei libri del mese”, “Nuovi Argomenti”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Storia di Sciascia” (2004), “La ragione in contumacia. La critica militante ai tempi del fondamentalismo” (2007, premio Brancati per la saggistica), “Il suicidio del socialismo. Inchiesta su Pellizza da Volpedo” (2009), “L’epopea infranta. Retorica e                                                                                          antiretorica per Garibaldi” (2011, premio De Sanctis                                                                                      per l’Unità d’Italia).

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