La regola del buio

imageIL LATO OSCURO
È freddo, immobile. Il materiale carnoso delle narici ha mutato colore e le cartilagini alari sembrano diventate piccole radici grigie, rigide, con la punta acuminata, senza che un alito d’aria possa filtrare. Guardo quel naso, appoggiato sul pavimento, quasi come un corpo estraneo. È tutto buio. Non accendo la luce, ma un fascio luminoso arriva dalla finestra, oltrepassa il vetro e si assottiglia, avvolto dalla polvere, con quel tanto di bagliore da rompere l’oscurità.
Le ginocchia sono raggomitolate, chiuse a forma di compasso. Non ha un pigiama, ha i suoi pantaloni. Il dorso della mano sinistra è appoggiato dietro alla gamba, con il palmo lasciato aperto. L’altra mano è appena dietro, sembra quasi appesa, legata. Gli occhi, quelli neri, sono aperti e fissano l’angolo del lenzuolo, senza muoversi. Il letto di ferro nello stanzino è ancora disfatto, con il cuscino, però, caduto a terra. Intravedo nel fitto buio anche il solito armadio, due sedie di legno chiaro e un tavolino. Non c’è il televisore. Non l’ha mai voluto. Sento una musica, un accordo di chitarra, lontano. Sento solo quello. I miei occhi sono incollati a quei pantaloni con le pieghe stirate.

Giorno uno. La sentenza.
Si alzi. Lei, signor Singh, è colpevole. E in nome del Popolo Italiano, io la condanno…
Nulla, non ti sento, non ti guardo. Tanto non mi capisci. Cosa vuoi che faccia? Devo morire o mangiare? Ero seduto per terra, con un telone bianco, rettangolare sul quale avevo poggiato qualche occhiale e degli accessori per cellulare. Neanche me ne sono accorto. Due grosse mani mi sono piombate addosso. Ho visto un distintivo, una macchina con la sirena spenta e un fuggi fuggi. Io no. Ero lì, inerme, con le spalle ricurve, un fazzoletto e due monete. Poi la cella.
Che ti ho fatto di male?
Sono venuto in Italia su un barcone. Ho chiuso gli occhi quando sono passate sopra la mia testa quelle pale d’acciaio che roteavano vorticosamente, seguite da un rombo, forte, più di un tamburo. «E-l-i-c-o-t-t-e-r-o» ho sentito dire. Lo urlavano, in tutte le lingue. Non mangiavo, e avevo bevuto acqua. Tanta. E poi il freddo e quelle maledette onde. Tonnellate di cavalloni d’acqua, dura come l’acciaio, che sballottavano l’imbarcazione su tutti i lati, ad un soffio dall’essere distrutta, buttata per aria, o sommersa. E io pregavo di non finire giù, in mezzo al mare, e di non spaccarmi le ossa. Mi aggrappavo ad ogni cosa. E tra un’onda e l’altra ho perso il mio giubbetto, appoggiato a fianco a me. Non sono riuscito a metterlo in tempo. La maglietta era fradicia. Ed è rimasta così per tutta la notte. Ed il giorno. Fino a quando è risorto il sole. Tremavo.
Sono arrivato sulla tua terra, Giudice, e l’ho toccata. E ho pianto per l’emozione. Salvo. Eravamo tanti, all’inizio. Poi no. Meno. Nell’isola dove mi hanno fatto sbarcare c’era il sole.

Ero salito sul peschereccio, uno di quelli di legno, pennellato di blu, con una striscia longitudinale bianca lungo la fiancata e la chiglia danneggiata. Odore di mare, salsedine mista a sudore. E poi c’era Alì, con quella sua maledetta bottiglia di vino. Se l’è tenuta accanto per tutto il tragitto. Ondeggiava come il mare mentre camminava su e giù, lasciando il timone. Era grosso, e tra i più scuri di pelle. Prendeva a calci quelli che gli capitavano sotto tiro. Me lo ricordo, lo ha fatto anche ad una donna, mentre aveva in braccio il suo bambino. Là non ci ho visto più. Gli ho urlato. Inutile. Ero troppo lontano ed io ero schiacciato sull’estremità opposta tra altri, come noi, che guardavamo il mare, lo fissavamo intontiti dal caldo, dal freddo, da tutto, per riuscire a vedere la terra. E poi, di notte, è arrivato lui, con un bastone. Me l’ha dato sulla gamba. Una volta sola. Mi ha scaraventato addosso tutta la sua forza muscolare, quella dell’avambraccio. Ma io non ho urlato. Ero troppo stanco, esausto, senza un briciolo di pane, e avevo bevuto acqua, quella di mare. Con la pancia che mi scoppiava. Alì puzzava, questa volta di hashish. Io di vomito.
E poi il tonfo. Lo sapevo, prima o poi sarebbe successo. Quel deficiente che lasciava il timone, tracannava vino e si sentiva il padrone. La barca si è scontrata con qualche cosa. E l’acqua ha cominciato ad entrare a fiumi. Una falla maledetta che nessuno riusciva a tamponare. Quando ho riaperto gli occhi eravamo rimasti meno di 50. Quelli caduti in acqua erano per Alì una benedizione. Una cosa in meno a cui pensare. La gamba ora mi faceva male.
«Giudice, io ho denunciato Alì.»
Niente, non mi ha capito. Ma io sono una persona onesta. E quel maledetto è stato arrestato per merito mio. Era una bestia. Un vile. Senza pietà.
«Io sono innocente, ho denunciato Alì. Capisce? Mi capisci tu? Traducilo, ti prego» mi rivolgo a quella signora che chiamano traduttrice.
«L’imputato è stato condannato, agenti portatelo via. Il prossimo.»

Giorno due. Il negozio.
Lei era bellissima con tutti quei colori. Era con me nel barcone. Aveva i capelli neri e lunghi ed un profumo inconfondibile. E poi lo sguardo. Era con me quando ho denunciato Alì. Lei mi crede. Anche se dice che parlo poco. Lei mi ha voluto sposare. «Marito e moglie un solo spirito in due corpi», dice Guru Granth Sahib.
Abbiamo aperto questo negozio insieme. Il sogno, il nostro sogno. La sua famiglia ci ha aiutato, mandando soldi. E abbiamo preso in affitto a Trastevere questo piccolo locale.
Io sono indiano, e mi chiamo Singh. Vengo dal Punjab e ho il turbante. Il più bello, e ne vado fiero. Me lo guardano tutti in Italia, molto più che in India. Guardano anche la mia barba. E poi comprano. Comprano tante cose, latte, acqua, biscotti, formaggio, e con questo ho dato da mangiare alla mia famiglia. Frutta, io la raccoglievo una volta; appena sbarcato mi hanno portato in macchina per ore e poi schiaffato lì, in una baracca, a fare da schiavo. E qui, invece, ora la vendo. Un sogno, un altro mio sogno. Ho cancellato quei momenti, quando lavoravo per un euro l’ora tutto il giorno e volevano farmi togliere il turbante. E poi è arrivato un uomo che mi ha detto che dovevo tagliarmi anche la barba, e ho pianto. Ho consegnato a lui 500 euro per comprare una carta d’identità, mai arrivata. Tutto falso. Quando siamo scappati Kaur era incinta, e neanche lo sapevamo.
Nella mia terra giravo tra i campi di grano e le piantagioni di cotone, e mi fermavo ad osservare queste interminabili distese bianche con quelle strane capsule rivestite di peli lunghi fino a mezzo centimetro.
Quando vedo ora mia moglie entrare nel negozio e guardo la frutta dimentico tutto, le voci, i suoni e il barcone maledetto, quello di color blu, che torna di notte, irrompendo quando vuole lui. E al risveglio mi provoca ancora vertigini.
Io dentro al negozio ci vivo. Non tornerei mai a casa. C’è anche uno spicchio di sole che entra dentro, dove ho messo la sedia. E io lì, ogni giorno, aspetto che arrivi, senza fretta. Ad un certo punto apro la mano ed un fascio di luce si posa sul palmo. È di colore bianco, tendente al giallo, entra longitudinalmente, cade verso il basso e forma una riga, come quella di un quaderno.
«Gurmukhi, io parlo così. Significa dalla bocca del Guru Sikh. Questa è nostro alfabeto. Cosa sacra. Come Dio vostro.» Stavo rispondendo ad una signora che viene spesso nel negozio; ormai ci conosciamo e mi ha visto scrivere cose per lei indecifrabili. Così mi ha chiesto.
«Lui ha fondato scrittura per noi Sikh.»
«Quindi voi parlate Gurmukhi?»
«Punjabi è nostra lingua. Con Gurmukhi noi scriviamo, ha parole punjabi, persiane e sanscrite.»
«Ah, ok, ora ho capito. Quando sorridi sembri più contento.»
Ho sorriso.

Tre ore dopo.
«Muoviti, indiano di merda.»
Chi sono questi? Perché lui dice così?
«Dai, sbrigati. Cazzo, dammi tutto l’incasso.»
Non rispondo. Io non rispondo.
E poi arriva il calcio. Fa male come la bastonata di Alì. Ma questo è uomo italiano, bianco, giovane, con barba. Puzza anche lui di alcool. E non è da solo. Vuole i miei soldi. Ma la cassa è più vicina a lui. È aperta, io non la chiudo mai. Non voglio problemi, niente problemi.
Tocco le mele. Ieri ho fatto una frittata di mele e cipolle, con il curry. La cassetta delle mele che sta qui, a destra, è arrivata oggi.
Il calcio è sul polpaccio.
Poi arriva qualcuno che mi difende. È un italiano anche lui. Mi sembra anche di riconoscerlo. Ma sì, è lui, quello che arriva con il giornale. Che ci fa qui, a quest’ora, e proprio oggi?
Quei due hanno grosse gambe. Anche lui viene preso a calci. Io non cado, sono rimasto in piedi e mi appoggio al bancone. Gli apro la cassa, sempre senza parlare, magari se ne vanno. Andatevene via. Oggi no. Proprio oggi no.
E, invece, accade il contrario. Mi vengono addosso in due, dopo aver colpito e fatto star zitto l’altro. Continuo a non parlare, non li guardo. Non li voglio guardare. E loro mi prendono in giro.
«Indianino del cazzo, ora te ne vai da un’altra parte, non vieni qui a fare i tuoi porci comodi. Ma che cavolo di colore di pelle hai? Lo vedi, la mia è bianca, pura.»
E uno di dei due tenta di spingermi in basso per terra, schiacciandomi la testa. Mi vogliono far cadere a terra. L’altro si è infilato il passamontagna, perché quando alzo la testa lo guardo. E lui diventa una bestia. Si butta addosso a me con tutto il suo peso e mi fa perdere la presa che avevo con la mano sul bancone. Cado, con la faccia in giù. Cado. Come le vertigini. Ma questa volta è diverso. Non sono nel letto, non dormo, non c’è il mare. Poi tutte e due mi sono sopra. E mi colpiscono alla schiena con dei pugni. Tanti, troppi. Dolore. Incredulità. Assenza di tempo. Sento uscire dalla mia bocca un suono, gutturale, non è una parola. E poi il buio.
E al risveglio le corde. L’apnea, i sogni, la mia casa, la pianura, la città, il negozio. E accanto a me qualcosa. Non capisco cosa. Un corpo. Un corpo che parla. Ho bisogno di aria. Tanta aria. Luce, quella del mio spicchio di sole. Saliva che sale. Sudore. Caldo improvviso. Mi giro, e mi rigiro. Lo vedo. Un altro uomo, il mio difensore. Siamo chiusi in una stanza. E poi freddo. Altre parole. Non le mie. Io non parlo. Giro la guancia, ho ancora il mio turbante. Lui mi dice qualcosa. Sento all’inizio qualcosa, poi sempre di meno. Tossisco e sento il mio sangue nella bocca. E penso al deserto del Thar, i campi con la canna da zucchero, il granoturco. Ad un certo punto mi sembra di vedere Guru Nanak Dew, immenso, bellissimo. E la sua mano.
Esplodo.

Mezzanotte del giorno due. La chiave.
«Scendi a vedere se tuo padre ha chiuso il negozio. Sta facendo troppo tardi.»
Io sono sceso. È a due passi. Entro da dietro, l’ingresso segreto. Lo conosciamo solo io e lui. È una piccola porta che si affaccia in un cortile interno. È di ferro, un po’ arrugginita. Dopo qualche tempo è stata cambiata la serratura. La chiave ce l’abbiamo solo noi, nessun altro del palazzo. È tozza, di ferro e non molto lunga con ai lati due ali, dove sono ritagliati i tasselli a mo’ di scaletta. La infilo nella toppa. Appena apro la porta sento uno strano odore. Non c’è mai stato questo odore. Faccio due passi, poggio per terra il pallone rosso, quello che mi ha regalato lo scorso anno. Le luci del negozio sono spente. Ma dall’esterno penetra un barlume, quel che basta. Strano che siano spente. Doveva essere qui. Mio padre doveva essere qui. Entro nell’altra parte del negozio, aprendo un’altra porta, facendo attenzione a non inciampare.
Nessuno, non c’è nessuno. Forse è in magazzino. Mi avvicino. E poi sento delle voci. Due persone che parlano, a bassa voce. Sono italiani.
Cerco di fare piano, ho la pelle d’oca. Comincio a tremare. Non riesco poi più a camminare. Rimango con la suola delle scarpe incollato al pavimento, e allora le gambe cominciano ad abbassarsi, da sole, quasi per riflesso.
«Legali beni ‘sti due stronzi.»
L’ho sentito. E poi ad un certo punto è calato il silenzio.
«Vai, vai.»
«Aspetta, hai visto lì?»
«Cosa?»
«Sembra un’altra cassa. Ah, ma è aperta.»
«Sbrigati, usciamo fuori.»
Ero lì, ho sentito aprire la porta, li ho visti correre. Avevano in mano un sacchetto marrone, quello per la frutta, con dentro qualche cos’altro. Hanno oltrepassato il piccolo corridoio. Uno dei due ha messo un piede sul mio laccio delle scarpe. Non le chiudo mai, dannazione! Rimango immobile. Chiudo gli occhi. È finita. Sento qualche rumore. Ma rimango immobile. Passa del tempo, per me sono ore. Una perla di sudore scende dalla fronte, e cola, lentamente, sulla mia guancia.
Guardo l’orologio. È passato molto tempo.
«Quando hai paura devi ricordarti del Libro Sacro, l’Adi Granth, mi diceva mio padre, e tu dovrai fare lo stesso, figlio mio. Quando viene letto si ondeggia sopra di esso una piuma chauri, è sacra, creata con i peli della coda di un bue tibetano, perché significa venerazione della parola rivelata.»
Io qui in Italia non ho conosciuto il padre di mio padre. È morto. I suoi racconti sono quelli che sento da mio padre. Mi ha rivelato che i suoi avi hanno combattuto nella guerra con gli inglesi. E non sono mai stato a Chandigarh, la città, ma a casa se ne parla tanto. Voglio vedere il giardino delle pietre di Nek Chand. Un giorno ci andrò. Mio padre me lo ha promesso. Non ho con me il Libro Sacro e qui, ora, non vedo un Gurdwara, un luogo sacro.
«Non perdere mai l’autocontrollo, sarebbe una grande sventura. Ogni Sikh deve saper controllare le proprie emozioni», così avrebbe detto mio padre.
Mi alzo lentamente, entro nella stanza, anche qui non accendo la luce.
Sento nuovamente quell’odore. Faccio qualche passo e inciampo. Non vedo quasi nulla. La luce che viene dall’esterno illumina solo una parte della stanza, non qui.
Mi chino e cerco di toccare con mano quello su cui sono inciampato.
L’odore si diffonde nelle mie narici.
Allungo la mano e sento le ossa di una gamba. E poi l’altra. Mi piego ancora di più verso il pavimento, con il dito indice della mano proteso in avanti, fino a quando, improvvisamente, tocco una corda. Le caviglie sono legate.
Sento tutti i muscoli irrigidirsi e comincio a rabbrividire. Ho la pelle d’oca, è incontenibile, è come se qualcuno, al di sopra di me, avesse ordinato ai pori della mia pelle di stringersi, ed io non potessi fare nulla.
Sento ancora quell’odore.
È un uomo, gli ho toccato il viso. Non lo conosco. Ma cosa ci fa qui? E cosa faccio io, ora?
Scappo. Devo scappare. Ritocco l’uomo, non si muove e non respira. Poi sento un liquido ai suoi polsi. È sangue. Tanto sangue.
E arriva un frastuono, un’onda gigantesca che attraversa il mio cervello, che mi catapulta per terra, mi blocca la gola, il fiato, e vedo una nebbia che si diffonde nella stanza, negli occhi, nel cervello, tra i capelli, sulle mani, sulle mie gambe.
Scivolo e cado all’indietro, battendo la schiena. Mi è sembrato che l’uomo si muovesse. Ho paura, rimango fermo. Ancora, e poi ancora.
Il mio karma è segnato. Morirò qui.
Poi, ad un certo punto, capisco che mi devo rialzare. Devo tornare a casa, subito. Striscio all’indietro con gli avambracci puntati sul pavimento, e il dorso della mano che fa da leva. Le gambe sembrano due molle. Faccio due, tre, quattro passi.
E poi mi alzo. Vedo la porta, la riconosco, e faccio un balzo per raggiungerla.
Odore. Di nuovo quell’odore, acre. Ricordi. Molecole odoranti sparse in aria che arrivano dritte al mio naso. Tocco la maniglia e apro la porta. Rimango un secondo sull’uscio, poi il mio cervello inizia a decodificare quell’odore, un segnale. Ricordo olfattivo. Immagini.
Torno indietro, lentamente arrivo alle spalle dell’uomo, cercando di non sbattere in qualche altra cosa. E poi intravedo una sagoma.
«Guardami.»
Sento una musica da lontano. E guardo il turbante, la barba, i pantaloni, le scarpe, e il letto di ferro.
Mio padre mi fissava negli occhi. Una volta. Ora guarda il lembo del lenzuolo del suo lettino di ferro, quello dove normalmente si riposa, con un occhio vitreo, appannato.
Scappo, inciampando tra gli scalini. È Natale, voglio andare a casa.

«Hai sentito?»
«Cosa?»
«Quello che è successo stanotte qui sotto?»
«Non so nulla.»
«Ma le sirene le hai sentite?»
«Uffa quanto rompi; dai, dimmi tutto che devo andare via, è tardi.»
«Sono state uccise due persone, il negoziante, sai, quello indiano, e un altro uomo.»
«Brutta faccenda.»
«Sì. E per due spiccioli.»
«Non si fermano per niente e nessuno.»
«Sai un’altra cosa?»
«Cosa?»
«Ma tu, lo ricordi lui?»
«Certo.»
«Ecco…anche il figlio. Morto, con il cranio fracassato.»

Giorno quattro. Incubi.
“Repubblica, 26 dicembre 2014. Trovato sulla strada un uomo riverso per terra. Alcuni passanti lo hanno soccorso. È il titolare di un negozio a Trastevere. È un indiano. La notte di Natale, uscito dal suo negozio, è stato colpito con un pugno. È il gioco preferito dei balordi di Trastevere, si chiama knock-out game. L’uomo, che ha ancora indosso il suo turbante blu, si chiama Singh, ha una moglie, Kaur, e un figlio. Ora è in coma. Movida violenta dei giovanissimi nel cuore di Roma, che filmano tutto e poi mettono su YouTube. Bevono, fumano, e poi compiono atti di violenza pura sui passanti, la più becera, scambiandola come passatempo. La vittima è conosciuta per essere un uomo molto mite, gentile e che parla poco. I vicini lo portano sul palmo della mano.
«Distruggono così i sogni dei lavoratori. Singh ama l’Italia. Ed è lui a poter insegnarci qualcosa» ha detto il dirimpettaio.
Ha una forte ecchimosi sul volto ed è caduto per terra battendo la testa. Un’aggressione priva di senso. Siamo ancora indietro nella promozione di un linguaggio universale che contenga tutte le culture. Un testimone ha visto fuggire l’assalitore e ha fornito alle autorità un identikit: giovanissimo, all’incirca 16/18 anni, di nazionalità italiana, capelli rasati ai lati, giubbotto scuro, e un tatuaggio. Aveva l’accento romano.”

Primo giorno del mese di Baisakh, 14 aprile dell’anno 2015. Giorno del Vaisakhi, festa della primavera per la Comunità Sikh.

Piazza Vittorio è pulitissima, senza un granello di polvere, cosparsa di petali, giovani sikh offrono frutta secca, bevande e caramelle. Mangiano e scambiano cibo. Abiti colorati, uomini col turbante arancione o blu, molti scalzi, dietro ad un carro ornato di fiori e simboli; dentro c’è il Libro Sacro. E poi il Nagar Kirtan, inni sacri tra le vie della città.
«Oggi la festa è più bella del solito. Tuo padre l’avrebbe voluta vedere.»
«Non viene?»
«No, dorme. Dorme in Ospedale. Ancora.»
«Perché dorme così tanto?»
«Non sta bene. Ma io lo conosco, quando dorme così fa lunghi e interminabili sogni. Crea storie e poi le racconta, come faceva suo nonno.»
«Anche quando era per terra dopo il pugno?»
«Te l’ho detto, nella sua famiglia è tradizione avere visioni. Io l’ho visto aveva gli occhi chiusi e ti pensava.»

Ai lati della strada ci sono molti passanti, abitanti di zona, e i soliti curiosi. Nella parte sinistra della piazza c’è un gruppetto di ragazzi. Uno di loro ha la testa rasata, indossa una camicia celeste, con il colletto liso, un paio di jeans, e ha una cicatrice sul collo sinistro. Si guarda intorno e tocca freneticamente la borchia di metallo della sua cinta e poi fissa il piccolo indiano.
«Mamma, posso andare a dare un po’ di caramelle?»
«Certo, vai.»
Scalzo, con i pantaloni color zafferano ed un sacchetto pieno di caramelle, il bambino del Punjab si avvicina al lato destro della piazza e ne regala alcune, prima ad una donna, poi ad un signore anziano, con il cappello degli alpini in testa e una pipa, nonostante il caldo. Il ragazzo con la testa rasata si avvicina e tende la mano per prenderne una. Allungando il braccio, una parte della manica della camicia si ritrae e scopre un tatuaggio: è una barca a vela enorme, di quelle antiche, con tre alberi, un galeone, incasellato nel contrasto tra il vuoto e il nero. Sotto la chiglia sono disegnate le onde del mare, ed in alto ha una piccola bandiera che svetta tra piccoli segni neri ricurvi, ai lati, di contorno, volatili che sembrano sbattere le ali.

Il sacchetto delle caramelle cade.

Alberto Sagna

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