Il debito pubblico

901_001Non so più bene quando ci siamo conosciuti, ma ricordo perfettamente dove e come: in un pub irlandese, anzi a voler essere ben precisi era il migliore pub irlandese del territorio padovano (pace alla sua memoria), e ci stavamo scolando barili di Guinnes al bancone. Diciott’anni fa, giorno più giorno meno.
Ne abbiamo passate di ogni genere, noi due. Fu grazie a te che misi piede per la prima volta in discoteca quando ero già sulla soglia della trentina, e fosti tu quella sera a farmi conoscere il tizio col quale mi tolsi il pensiero di una cotta finita male. Alto, bello, biondo (dentro soprattutto, naturale no di certo), incalmà co un oco, e una specie di tornado a letto. Per carità, non trovai per nulla gentile da parte sua tacermi d’essere sieropositivo da anni, ma son bazzecole, nevvero? Del resto tu non lo potevi certo sapere. Fortunatamente il mio istinto di conservazione mi siede sempre sulla spalla. Il tuo, invece, ha sempre vacillato un po’: fu per quello che mi chiedesti di accompagnarti la sera nella quale dovevi decidere se diventare una ragazza calendario? Di quello che scoprimmo essere un calendario per motociclisti, e vedendo l’occhio spiritato del fotografo mentre ti diceva che avrebbe dovuto gonfiarti le tette con la CGI capimmo che avresti dovuto mettere allo scoperto solo loro due. Sì, devo dire che qualche dubbio sarebbe sorto a chiunque avesse visto lo spettacolo della spogliarellista che stava facendo la verticale mentre reggeva un dildo e una candela accesa senza usare le mani.


La Guinnes ci consolava, e ci ha consolato per anni, questa benedetta Pollyanna liquida che lavava via i guai delle nostre vite come nemmeno il ciclone Mariuccia avrebbe potuto mai, e che ci permetteva di vedere la luce colorarsi d’ambra scura e bollicine. Questo però non ti ha mai autorizzata a presentarmi in giro con uno spiccio “Ci siamo conosciuti ubriacandoci”, so fare anche altre cose nella vita oltre ad assorbire quantità considerevoli di alcool, anche se allora ne sapevo fare forse qualcuna in meno.
Fosti anche la madrina di un altro incontro, stavolta più fortunato, quando mi portasti in un locale per una serata di San Valentino da single e in quel bar il caso fece arrivare anche l’uomo col quale condivisi cinque anni di vita, nel bene e nel male. Hai sempre raccontato al mondo intero di averci fatti mettere assieme, ma abbiamo fatto tutto da soli: tu non lo conoscevi nemmeno. Diventasti parte del nostro ménage familiare, aiutata anche dalla tua improntitudine che ti faceva piombare a casa ad ogni ora del giorno e della notte o invitandoti a tavola da sola, con o senza accompagnatori. Perennemente in crisi sentimentale, passando da un uomo sbagliato all’altro, e costantemente disoccupata a mesi alterni: passammo anni a spiegarti che non è saggio per un qualsiasi neo assunto iniziare fin dal primo giorno a notificare al proprio padrone che è un ebete e non sa fare il proprio lavoro ma di certo la salute dell’azienda migliorerebbe se lui mettesse in pratica i tuoi brillanti consigli; tuttavia sei sempre stata pronta a dilapidare denaro che non avevi, e non è stato il caso a darti il soprannome di Debito Pubblico. Sempre infantile, e devo dire che ne avevi delle buone ragioni perché la tua infanzia è stata rubata, noi sempre a consolarti e raccogliere i pezzi alla bisogna.
È facile capire come tu sia andata in crisi per la nostra separazione, ma di certo non è pensabile che una coppia continui a far finta di essere felice solo per non rovinare le fantasie di un’amica. È altrettanto facile capire che tu sia rimasta amica di entrambi, nel tuo modo peculiare ma amica. “Ciao, oggi vengo a pranzo da te”, “Oggi sono via tutto il giorno, vieni domani”, “Ah, ma io ho bisogno oggi!”. Capisco che lui, il bambolotto che fu catalizzatore del divorzio per così dire, ti fosse violentemente antipatico ma non so se per gelosia o perché ti eri accorta delle sue manovre al contrario di noi che non dubitavamo di nulla. Capisco, o meglio approvo di meno che lui sia diventato ai tuoi occhi la migliore persona di questo mondo dopo averti indicato un posto di lavoro vacante, ma immagino che possa essere perché ti avevo appena mandata a fare in culo per direttissima dopo l’ennesima telefonata con la quale mi informavi dei loro spostamenti e dei trastulli delle loro serate cercando di farmi capire quanto che il mio ex si stesse stancando di lui, noncurante del fatto che ti dicessi di non parlarmi mai più di quei due perché mi faceva stare male il pensarci e mi faceva male che tu non lo capissi. “Io devo farvi tornare assieme”, mi dicesti. No, tesoro: per quanto al tuo universo possa mancare quello che era il fantasma della nostra famiglia non sarà mai per un tuo pio desiderio che due persone si rimetteranno assieme dopo essersi accorte di essere così cambiate da non riconoscersi più.
Il nostro congedo non è stato dei migliori, e come poteva esserlo coronato da uno scambio di battute che sono riuscite a malapena ad esser civili?
Quello che mi sorprende, nel rivederti a distanza di anni, è che tu abbia cercato di ricominciare la lite dallo stesso punto nel quale l’avevamo lasciata.

Sai che c’è? Vaffanculo! Con amore, ma vaffanculo.

Mauro Melon

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