Incipit d’Autore: Le Terzine perdute di Dante di Bianca Garavelli – Best BUR Rizzoli Editore

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Prologo

Aveva visto. Le immagini colpivano i suoi occhi come una insopportabile luce estiva.
Doveva agire. Si era fidato troppo di quelle persone. Non si sarebbero fermate davanti a nulla. Avrebbe dovuto fermarle lui.
Non sapeva se quella promessa di salvezza fosse un rimedio della mente per impedirgli di impazzire. Oppure se c’era davvero una via di fuga, una guida per mettersi in salvo. Non sapeva neanche più quale fosse la strada da percorrere. Sapeva solo che doveva rivelare quel che aveva visto. Salvare l’umanità da un futuro terribile.
Doveva fuggire in fretta, abbandonare quel luogo oscuro e pieno di pericoli. E non lasciare tracce.
Una lettera avrebbe rivelato troppo facilmente il suo piano. Doveva inventare qualcos’altro, lasciare un indizio che solo una persona fidata, speciale, potesse individuare.
Solo chi fosse stato in grado di capire avrebbe trovato il suo messaggio. Solo chi fosse stato abbastanza coraggioso, avveduto e assetato di conoscenza avrebbe scoperto la verità.
Erano vicini. Vedeva ondeggiare i loro mantelli rossi. Se non fosse corso via in fretta lo avrebbero raggiunto. Per l’ultima volta si guardò attorno. Il suo cuore gli diceva di non andare. Con una fitta nel petto violenta come una coltellata, lo avvertiva che ciò che stava lasciando dietro di sé era troppo importante per lui. Ma ormai sapeva quello che doveva fare. O almeno sperava di saperlo.
Anche se non aveva certezze, non poteva permettersi ripensamenti. Non poteva più tornare indietro.


1. La città sul fiume

Il ponte, senza una via di fuga dal gelo della notte, sembrava troppo lungo da attraversare. Ma doveva resistere. Ancora uno sforzo, ancora pochi passi nella fredda città, e il suo misero alloggio lo avrebbe accolto. Non poteva certo definirlo una vera casa, ma era all’ombra della grande dimora di Nostra Signora e in ogni caso poteva trovarvi rifugio e trascorrere qualche ora serena. Senza che volti ostili si affacciassero al suo orizzonte. Senza che voci nemiche pronunciassero con disprezzo il suo nome.
A quell’ora le strade erano sporche e deserte. L’animazione del giorno, la vita che si riversava nelle vie rendendole un brulicare di arti e teste in movimento si era spenta, lasciando il posto a un silenzio mortale. Solo qualche invisibile passante si trascinava con stanchezza interrompendo quell’eco di tomba vuota.
Di nuovo quei passi senza corpo, che lo perseguitavano nelle sue notti solitarie, che si fermavano davanti alla porta, che rispondevano ai suoi nel deserto notturno della città. Anche in quel momento aveva l’impressione che ci fosse qualcuno che lo seguiva. E non era la prima volta. Da un po’ di tempo si sentiva come un naufrago convinto di aver raggiunto un approdo sicuro, per poi scoprire che si trattava di una nuova terra piena di pericoli.
Ma per sua fortuna, o forse per intercessione di Maria madre di Dio, nei suoi giorni era entrato un angelo salvatore. Una presenza femminile da qualche tempo glieli aveva resi migliori. Più sereni, più dolci da vivere.
In pochi passi fu sul ponte. Una breve distanza lo separava dall’altra estremità. L’acqua del fiume, torbida nella sua oscurità invernale, scorreva in apparenza placida, come assecondando i suoi movimenti.
Quell’acqua, lo sapeva, non era mai la stessa. Soprattutto, era molto diversa da quella del suo fiume, l’Arno. Nonostante il freddo decise di fermarsi un istante, a contemplarla. Chiuse gli occhi. Ne sentì la forza silenziosa. Inalò l’odore della massa in lento movimento. Nell’oscurità, come avrebbe potuto riconoscere l’acqua del suo fiume, se non avesse avuto dei punti di riferimento esterni, il profilo della città sulle sponde, intorno a lui voci amiche che parlavano la sua lingua natia?
Si riscosse immediatamente. Voci amiche? Sapeva che non tutti quelli che avrebbe sentito parlare fiorentino sarebbero stati suoi amici. Di molti di loro non avrebbe potuto fidarsi.
Non riusciva ancora ad abituarsi a quella terra battuta da fredde correnti che anche in primavera si infilavano in casa dalle fessure delle porte facendolo rabbrividire e a volte gli impedivano di dormire. Oppure lo svegliavano nel cuore della notte, quando aveva appena iniziato il viaggio nel regno dei sogni.
Le frasi in quella lingua non suonavano molto diverse da quelle della Provenza, la dolce regione sul mare, piena di profumi a primavera e percorsa da venti che la inaridivano in estate, rendendola ancora più bianca delle sue rocce già candide.
In Provenza, ricordava bene, si parlava una lingua più melodiosa, diversa da quella del Nord. Bastava sentire i suoi abitanti pronunciare il monosillabo di affermazione, quello che per lui era il «sì», per capirne la freddezza, nascosta dietro un’apparenza sorridente. Oïl suonava come una specie di squittio. Aveva tentato di accettarlo, ma ancora non riusciva ad amare quello strano modo di esprimere l’assenso.
Riprese a camminare con un brivido, riscuotendosi a fatica. Non era solo per il freddo insistente che tremava. Stava succedendo di nuovo. Era qualcosa che non voleva, che temeva e non riusciva a impedire.
Un’ombra gli camminava al fianco.
Si voltò un poco a sinistra. Era un’ombra sottile, alta quasi quanto lui. Solo un istante ancora, per ricordare meglio il suo passo leggero, e la riconobbe. Si fermò di colpo e la fissò.
L’ombra nascondeva le sue vesti femminili sotto un mantello scuro, ampio e informe. Un cappuccio calato sulla fronte le nascondeva il volto, ma non la luminosa trasparenza della pelle, lo splendore invincibile dello sguardo chiaro. Gli occhi della donna gli sorridevano senza parole. Ammirò con calma il volto sereno, i tratti aperti, la fronte ampia, il naso sottile, la piccola ruga verticale tra gli occhi che lasciava immaginare il travaglio incessante del pensiero. Una donna giovane, troppo giovane per lo spirito che la scuoteva, e la portava fino ad altezze inaccessibili alla mente umana. Marguerite, la mistica, colei che sapeva liberare l’anima dai condizionamenti della ragione. Marguerite Porete. Anche lei in quell’ora di buio, nella tenebra fredda della città. Le sorrise, a sua volta. Sapeva che la sua compagnia non gli veniva proposta per caso.
«Dunque, i tuoi passi ti stanno già portando nel tuo rifugio, mio infelice amico proscritto? Già ti sottrai anche stasera alla vista del mondo, per dedicarti alle tue arti segrete, Dante?»

Bianca Garavelli

Bianca ritratta da Holden

digita sulla foto per saperne di più sull’autrice

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