Fine settimana per divisa e combattente

morbidellidMia madre pensava che tutte le creature dell’universo siano parti inscindibili di un’armonia perfetta e che la nota più incline a stonare fosse l’uomo. Non giustificava nulla, mia madre.
A stento tollerava la catena alimentare. Spesso inveiva contro le guerre con una foga da profeta.
Se mi vedesse adesso, vomiterebbe fuliggine.
Forse è soltanto colpa sua se oggi le sento cantare, arrampicate sui tronchi, a rosolarsi al sole. Anche oggi, come ieri. Le cicale. Vogliono entrare e cavarmi gli occhi. So che osservano le imposte chiuse di casa mia dalla loro posizione privilegiata. Riescono a infiltrare lo sguardo tra le fessure delle serrande e soffiano i loro fiati tra le assi del tetto. Sanno che io sono il nemico. Hanno scelto questa estate torrida per assediare le mie ossa rinchiuse. Scaveranno fino al midollo e io sarò solo un ricordo destinato a scomparire.
Neanche Toutz si ricorderà più di me, tra qualche anno. Ne sono sicuro.
Guardo l’orologio. Già i mocciosi giocano a pallone.
Che ne sanno loro dell’apocalisse? Niente. Agitano le loro gambe, si rincorrono e nel loro piccolo si abituano a prendere a calci una sfera: oggi una palla di cuoio, domani il mondo.
Whisky. Bourbon da quattro soldi. Scende lungo la gola con la delicatezza di un bicchiere rotto.
Toutz mi ha detto che devo darmi una regolata. Forse Toutz ne sa qualcosa dell’apocalisse.
Qualcuno nasce per farlo, punto e basta. Siamo valvole. Immagina un uomo senza buco del culo: morirebbe gonfio. Il mondo funziona allo stesso modo. Siamo indispensabili.
Quello che Toutz non sa, però, è quanto sia pesante il senso di colpa.
Uccidere lascia un retrogusto strano e io ne ho la bocca piena. Ben altro pane mia madre avrebbe voluto per me. Piuttosto, mi avrebbe lasciato morire di fame.
Respiro aria chiusa e di tanto in tanto cerco la consolazione dell’unico spiraglio di luce che riesce a entrare in questa casa. Viene dalla mia camera: l’imposta della finestra è rimasta aperta. Una luce geometrica e perfetta.
La mia divisa è appesa alla maniglia. Pulita, stirata. Perfetta. I suoi contorni sono netti e taglienti. Mi osserva da là e io non oserei mai chiudere la porta. Ormai siamo una cosa sola: fusi come rottami storti di una scultura post atomica quando stiamo insieme, pezzi di un motore incapace di accendersi quando siamo lontani.
È il mio segnaposto nel mondo, il mio binario, la mia retta via, la mia bussola.
Nei giorni feriali è tutto più facile. La domenica, invece, brucia.
Chiudo gli occhi, provo a dormire e, come ogni volta, la voglia di una sigaretta prende il sopravvento. Accendo. Respiro.
Per loro è fuoco che scende dal cielo e tu che lo sprigioni sei un Dio. La loro presenza, in quanto tale, è una bestemmia. Perché, non dimenticarlo mai, loro hanno invaso.
Seconda boccata.
Non lasciarne vivo nemmeno uno. Non curarti dei loro lamenti. Uccidili.
Le parole dei primi giorni di annichilimento rimbombano nella mia mente ora sovrapposte, ora dilatate nelle sillabe e zoppicanti negli accenti.
Il vociare dei bambini diventa ovattato, scema in una nebulosa litania dalle frequenze basse ed eteree, rituali e ipnotiche.
Una presa acuta alla bocca dello stomaco mi costringe all’ennesima sorsata di bourbon.
Nel grigio onirico che sommerge le mie gambe fino al ginocchio, li vedo.
Agonizzano senza tregua, i miei nemici. I loro occhi sono carichi di odio ancestrale e le loro membra bruciano sotto i colpi delle armi.
Saprebbero colonizzarci e privarci di ogni libertà. Sarebbe solo una questione di tempo, se non ci fossero al mondo persone come me e Toutz. Le nostre città cadrebbero vittime delle loro architetture, fondate su precetti millenari. La loro cultura soggiogherebbe la nostra.
Noi gestiamo la guerra. Amministriamo l’apocalisse.
La mia divisa splende. Il mio fuoco è neve e i suoi fiocchi sono lacrime.
Non è per questo che siamo stati creati.
Voce di un attimo lungo quanto tutta la vita. Voce di madre.
Trovo coraggio. Mi avvicino. La raggiungo e mi specchio in lei.
Le asole della giacca sono i miei occhi privati della pietà. Vacui. Inespressivi.
Le maniche sono strette, tese, con i polsini retti e fermi: le mani che circondano tengono il potere di vita e di morte stretto nei palmi, soffocato come un granello di sabbia sul fondo del mare.
In questo mondo, siamo tutti uguali. Siamo tutti figli di Dio.
Voce di madre.
Ama il prossimo tuo come te stesso.
Voce di madre.
Ammazzali tutti, quei figli di puttana.
Voce di Toutz.
Sorso conclusivo: il sipario cala nel fondo tondo della bottiglia.
Mi gira la testa e mi manca l’aria. Poi, subendo l’imboscata più vigliacca, i miei timpani riprendono a funzionare, amplificando al massimo ogni minimo fruscio, e io torno in pasto alle cicale.
Loro rappresentano il mondo, lo sento. Rappresentanza. Ruolo. Conflitto.
La mia testa è troppo piena. Innumerevoli vite fatte a pezzi, bruciate. E altrettante parole, altrettante voci. Grida mai ascoltate, solo intuite, non curate.
Non pensarci, fallo e basta. Sterminali. Le tue crisi di coscienza, buttale nel cesso… Questa è guerra, amico mio… semplice e fottuta guerra…
Chiudo gli occhi.
Mi risveglio che è notte fonda. La testa mi fa meno male, ma le orecchie sembrano addormentate, scosse da un silenzio di pietra. Il lunedì inizia ad albeggiare sulla mia pelle.
Il riavvicinarsi della colpa quieta le tempie e narcotizza i tendini. Nel suo esercizio non c’è tempo per pensare. Solo furore, colpo d’occhio, istinto. Chiusi in una scatola rimangono i sogni di mia madre e i suoi progetti di un mondo in sintonia nelle sue parti. Chiusi in una scatola a cui è concesso di rovesciarsi soltanto nel fine settimana.
Uccidere è la cosa che so fare meglio di ogni altra. È il mio ruolo nell’universo.
Lo faccio per non pensare alla vita. Lo faccio perché avere un simbolo sulla spalla mi dà quello che non ho avuto mai, un senso di appartenenza, e perché io conosco il grande bluff dell’uomo: la ricerca dell’infelicità a ogni costo.
Questo giustifica il gioco delle parti, io lo so. Dalla partita di pallone sotto il sole cocente alla guerra totale, soltanto una è la costante: lo scontro. Il nostro pane è questo. Smettere di avere fame, anche solo per un attimo, un giorno, un fine settimana, è privilegio e dannazione.
Casa mia è un bunker e io sto tornando a essere pronto.

Il telefono squilla che sono passate da poco le otto. È Toutz.
“Sei pronto?” mi dice.
Faccio di sì con la testa, anche se non può vedermi.
Ma lui ne sa di apocalisse. Quindi mi capisce.
“Vengo a prenderti…”
Doccia. Barba.
E infine lei, la divisa.

Lo sferragliare del mezzo sulla ghiaia è sempre uguale, quasi una sigla iniziale del giorno che verrà. Sono le otto e trenta.
Faccio un respiro profondo ed esco. Il sole estivo mi aggredisce la faccia. Un chiarore divino e minimalista mi pone sotto lo sguardo giudice del creato e io so che mi sentirò infinitamente colpevole, domenica prossima.
I miei passi sono attutiti dal terreno irregolare. Se mi guardassi intorno, riuscirei a scovare cadaveri.
Toutz è pronto a uccidere.
Indossa la divisa.
È serio. Il numero deve essere molto elevato.
La sua voce cupa conferma i miei timori.
“Sono migliaia …”
Annuisco e deglutisco il deserto che ho in bocca.
Mi osserva sospettoso, poi punta l’indice contro di me.
“Non ti sarai di nuovo tormentato con la tue crisi di coscienza! Lo sai benissimo: è una guerra che qualcuno deve combattere. Dimentica tutte quelle stronzate sull’ordine delle cose e sulle creature del Signore. Pensa piuttosto alla tua divisa e a cosa questa rappresenta…”
Non rispondo. Con la morte nel cuore salgo sul mezzo, pronto a ciò che verrà.
E mentre il nostro furgone bianco, con scritto sul fianco, a caratteri cubitali, “Disinfestazione Comunale”, attraversa la città, Toutz mi parla del nemico.
“Sono fottutissime formiche rosse… Cento volte peggio degli scarafaggi di sabato scorso”.

Alessandro Morbidelli

(racconto pubblicato nell’antologia “Uomini a Pezzi”, Eclissi Editrice 2010, scritto dal collettivo Carboneria Letteraria e curato da Chiara Bertazzoni)

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