Incipit d’autore : “E le stelle non stanno a guardare” di Loredana Limone – Ed. Salani

STELLE. (1)

Correva il secolo decimoquinto

Vi aspettavo, carissimi! Tutti, chi mi conosce già e chi varca la porta per la prima volta.
La porta… la porta… Oh, sì, è qui! Me l’hanno restaurata così bene che a volte non la vedo.
Infatti ora, l’Arcus Propitius da cui si domina tutta la vallata, riposante di verde e colorata di primavera in questo bel mese di marzo, a volte pare un dipinto… come si dice? Un trompe l’oeil.
Ma quello è un inganno per gli occhi, questo no: è tutto vero. Talmente vero che mi sembra irreale.
Sì, perché ancora non riesco ad abituarmi, lo credereste?, al mio ultimo, sorprendente e repentino cambiamento. Ero già rassegnato a tirare le cuoia e nei momenti di massima depressione mi vedevo cancellato dalle carte geografiche, cosa non tanto improbabile visto che contavo appena centottantasei anime di cui una buona metà con intento migratorio.
E invece eccomi qua, ringiovanito.
Rinato!
Solo l’amore ha potuto compiere questo miracolo. L’amore dimostratomi da una straordinaria armata Brancaleone che un bel giorno è approdata qui, rivoluzionando la mia vita.
Guardatemi: ora sono bello, decorato, tirato a lucido e prezioso, e me ne vanto! Non che prima mi vergognassi di me stesso, però se nessuno mi vedeva lo preferivo.

Son felice!
Non ricordo di esserlo stato così tanto nemmeno quando Aldighiero il Cortese, signorotto dell’epoca, da Borgo Asinaio mi ribattezzò Propizio perché le cose, buttati definitivamente alle spalle i secoli bui del Medioevo, gli andavano di un bene, ma di un bene… Trionfava sugli avversari (più con l’astuzia che con la violenza, come ogni uomo intelligente), si attorniava dei migliori artisti, le sue terre erano le più fertili e conquistava affascinanti dame di ogni contado. Finché s’innamorò della soave Rolanda la Minuta, unica figlia del suo acerrimo nemico, nonché largo cugino, Manfredi il Fiero, che gli divenne suocero gettando alle ortiche un odio antico di cui si era ormai persa la ragione. Unite le forze, i due sovrani sembravano invincibili e realmente lo furono, e lo rimasero anche nell’aldilà. Infatti, parecchie generazioni a seguire ne beneficiarono, mentre io attraversavo anni felici e fruttuosi, in cui da me vivevano bene non solo le classi elevate, ma anche i contadini. E perfino i servi della gleba, perché non c’erano soprusi e vessazioni – cioè, non più di quanto il minino della decenza richiedesse – da parte dei signori che pensavano, sì, ai loro interessi però facendo anche il bene del popolo (una politica insolita e malaccetta ai governanti, ma che ripaga già nel breve termine, posso garantirlo).
Il borgo, cioè il sottoscritto, era un luogo ameno e invidiabile, e la popolazione raddoppiò, triplicò. Che meraviglia, che armonia e che fervore! Uomini e donne sempre indaffarati, i bambini al loro seguito con i moccoloni che gli colavano dal naso, i musetti impiastricciati, le manine curiose, golose. La terra fertile e feconda, e poi feste liturgiche, carnevali, sagre paesane… Insomma, la mano del Signore era perennemente posata sulle nostre teste.
Fino al giorno in cui, purtroppo, l’invidia a qualcuno si mangiò pure le budella e un terribile tradimento cambiò il corso della storia.
Conoscete quell’episodio che si studia a scuola, quello del dono del cavallo di legno che conteneva i soldati dell’esercito nemico…? Be’, accadde qualcosa del genere. Ma, invece di un cavallo, a me arrivò un…
Oh, no, non voglio parlarne, mi fa ancora troppo male. Voglio dimenticarne finanche il ricordo. Pensiamo al bene, orsù, che il male non tarda mai a ricomparire.
Dunque, torniamo al nome. Correva il secolo decimoquinto. Non ricordo l’esatto anno di grazia, ma vi assicuro che, come vi ho detto, era un periodo lungo e splendente in cui gli uccelli, come i loro progenitori dell’antico impero romano, arrivavano da oriente sempre puntuali, la qual cosa era considerata propiziatoria. Ed ecco perché Aldighiero, detto il Cortese per l’innato garbo nei gesti e nei pensieri, volle sostituirmi il nome. Tirai un sospiro di sollievo: sentirmi appellare asino mi aveva sempre dato sui nervi.
Asinaio, dite? Siete preparati, vedo. Bravi, tuttavia Asino o Asinaio non cambia poi di molto.
Il Cortese era un uomo colto e raffinato, grande ammiratore – oggi si direbbe fan, come Letizia lo è del Gran Musicante, ad esempio – di quel Magnifico Lorenzo di cui emulò le gesta e condivise le passioni, e al quale dedicò la mia piazza principale che fu, sì, centro di commerci, ma anche di arti e di saperi. Dunque, cotanta sensibilità mal tollerava il mio vecchio nome e, con mia somma gioia, diventai Propizio. Rimanendo eternamente grato a quel principe e pure a quei pennuti.

Per fatal combinazione è ancora a un volatile che devo la mia buona sorte. Stavolta però non si tratta di un uccello, ancorché ne porti il nome: è il mio sindaco. Si chiama Rondinella, infatti, ed è un bravo ragazzo, che conosco sin da bambino e che sta facendo un ottimo lavoro per tutta la nostra comunità. Ha mantenuto quanto promesso, ed è andato – nientepopodimeno! – a scavare e riscavare nel passato, a recuperare cimeli medievali abbandonati, nascosti e ignorati, e li ha collocati nel nostro Castelluccio. Dove ha inaugurato un grandioso museo, per visitare il quale voi fate lunghe file.
A tal proposito gli chiederò che faccia in modo di snellirle. Giusto?

Vi giuro che neanche nei miei sogni più perversi e spregiudicati sarei mai arrivato a immaginare tutto ciò: godere dello scalpiccio dei vostri passi che mi solleticano il selciato; sfoggiare nella piazza del Municipio un elegante pavé a coda di pavone; avere il Castelluccio restaurato e le case del contado tutte ben ristrutturate; far respirare già fuori della cinta muraria un elettrizzante fermento culturale che rode il fegato a fior di città d’arte.
E pensare che tutto è cominciato grazie a una testarda signorina che, sfidando leggende e fantasmi, si era incaponita di trasferirsi qui, proprio qui, contro il volere paterno, e aprire una latteria.
Una latteria!
Nessuno ci avrebbe scommesso sopra un centesimo bucato. Neanch’io.
Ricordo molto bene la mattina in cui dietro la vetrina della vecchia bottega del ciabattino, quella da cui tutti i borghigiani stavano prudentemente alla larga, apparvero dei fogli di giornale che celavano l’interno, e i rari passanti mormorarono a stento qualche «Mah!», esprimendo così la loro disapprovazione, la perplessità, la meraviglia. Intorno alla novità si eresse un muro di freddezza.
Perché dovete sapere che fino ad allora…

Oh, no, scusatemi, questa storia la conoscete già.
Allora, andiamo oltre.

Loredana Limone

loredana limone @ PorfidoLoredana Limone, napoletana di nascita e milanese per matrimonio, dopo una decina di libri che spaziano tra fiabe e gastronomia, ha esordito nella narrativa con BORGO PROPIZIO (Guanda 2012 – TEA 2013), creando un luogo dell’anima molto amato dai lettori. Primo di una trilogia, è stato premiato al Premio Fellini 2012 e tradotto in Spagna, Germania, Bulgaria. Il sequel dal titolo E LE STELLE NON STANNO A GUARDARE è uscito presso Salani a marzo 2014, mentre il terzo romanzo della saga è previsto nel 2015. Loredana, inoltre, ha ideato e conduce il laboratorio di scrittura creativa gastronomica SAPORI LETTERARI di cui ha curato, partecipandovi, l’antologia omonima (Terra Ferma 2008) e 13 DONNE A TAVOLA (Fefè 2015).

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