La advertencia

blackcat

Un buon racconto che si puo’ trasformare in una bella azione !….

Quando Almamuerta e Limòn entrarono nell’appartamento, il buio era sceso da poco su Medellin. Si muovevano nell’oscurità come fantasmi, tenendo le pistole lungo i fianchi. L’incarico di quella notte era semplice.
O almeno così aveva detto loro il capo del Cartello di narcos più potente del mondo, Pablo Escobar. Alcuni lo descrivevano come un sadico. In parte era vero, ma era altrettanto vero che prima di condannare a morte qualcuno spesso dava la possibilità di rimediare. Lo faceva attraverso un avviso ribattezzato dagli affiliati La advertencia.
Una, perché non ce ne sarebbero state altre.
La advertencia di quella notte era per Chema Rodriguez, un intermediario del Cartello che aveva venduto due uomini alla Dea americana per salvare un carico di coca con destino Miami.
Qualche ora prima Escobar li aveva convocati in una delle sue ville.
«Certe cose non si fanno» aveva detto loro mentre osservava i giardinieri prendersi cura dei suoi fiori «Chema però è uno bravo, e a me serve». Aveva poi puntato un dito contro Almamuerta «lo voglio vivo e integro, entendido? Fate la advertencia a Pepe».
I due sicari si erano guardati, perplessi. «Una volta lì, capirete».
A loro bastava, non c’era nessuna ragione per porre altre domande.
Invece, ora che si trovavano nell’appartamento, capirono che c’era.
«Un gatto… Pepe è un cazzo di gatto» disse Almamuerta fissando la scritta ricamata sul collare.
Era un esemplare giovane, dal manto scuro e gli occhi azzurri. Faceva le fusa e continuò a strusciarsi fino a quando non lo prese in braccio. Era la cosa più soffice che avesse mai toccato.
«Tira le tende e accendi la luce» ordinò a Limòn.
Ciò che videro li lasciò stupiti: le pareti erano tappezzate di foto che ritraevano Chema abbracciato al gatto, Pepe e Chema al parco, Chema e Pepe naso contro naso, versione in bianco e nero. Il book fotografico dei due continuava fino al salotto con un’altra dozzina di foto.
«Dimmi che è uno scherzo»
«In due per un gatto? Se non lo è, Pablo si è rincoglionito» rispose seccato Limòn. Lo chiamavano così per la forma del busto e per il tono acido con cui spesso rispondeva.
«Su, facciamolo e andiamocene» tagliò corto Almamuerta. Rinfoderò la pistola e fece cenno all’altro di occuparsene.
«Non se ne parla nemmeno» disse Limòn alzando le mani.
«Non vuoi uccidere un gatto?»
«No»
«E perché?»
«Ne ho tre. Mica posso ammazzarne uno e tornare a coccolare i miei»
«Coccoli i gatti?»
«Cazzo, sì…mi rilassa. Ho letto che assorbono le negatività…e fanno bene al cuore».
Almamuerta scosse il capo. Pepe, ancora in braccio, allungò una zampa verso di lui. Gli occhi magnetici dell’animale si fermarono a osservare il volto del sicario, incuriositi dalla pupilla grigia e dalla cicatrice a forma di X che lo attraversava.
«Farebbe bene anche a te averne uno…» aggiunse Limòn.
«Lo avevo…quando ero piccolo».
«Come si chiamava?»
«Babàn. Aveva poche settimane di vita e qualche stronzo lo aveva abbandonato tra la spazzatura, chiuso in sacchetto. Dentro c’erano anche i suoi fratellini, ma erano tutti morti».
«Te lo sei portato a casa?»
«Sì, ma una volta cresciuto è scappato. Per tenermi buono mia madre mi diceva che era andato a cercare l’uomo che lo aveva abbandonato, ma che sarebbe tornato».
«Ed è tornato?»
«Mai. Forse era un modo per farmi capire che la vendetta è sempre una brutta storia, anche se sei un gatto».
«Secondo me lo ha fatto solo perché le rompevi le palle>> poi guardò il felino. <<Che ne facciamo?»
Almamuerta non poteva mostrarsi indeciso. Ogni incertezza è una debolezza quando sei a capo di una banda di sicari.
«Va bene. Ci penso io» ribatté. Con una mano gli afferrò la testa, con l’altra tenne fermo il corpo.
«Che hai intenzione di fare?» domandò l’altro.
«Gli tiro il collo»
«Mica è una gallina»
Pepe appoggiò lo sguardo prima su uno poi su l’altro.
«Forse è meglio sparargli» suggerì Almamuerta.
«Come no, hai una calibro .44. Un’idea magnifica per una spremuta di carne».
Limòn aveva ragione: usare la pistola era fuori discussione. Nel frattempo il micio iniziò a leccargli le dita.
«Su…Portalo a casa con te. In fin dei conti ne hai altri».
«Ma sei matto? Non lo accetterebbero e poi fanno già abbastanza casino».
«Chi siete?» la voce acuta di una bambina li fece sussultare.
«Porca puttana, e questa da dove sbuca?» domandò Limòn, dopo qualche secondo di silenzio.
Se ne stava sulla soglia del corridoio, vestita come se fosse appena uscita dal collegio. Aveva otto anni e due trecce le scendevano lungo le spalle, incorniciando un viso delicato dai tratti indio.
«Non sapevo che el cabròn avesse figli…» disse Almamuerta.
«Mi sa che almeno una ce l’ha…»
«Perché volete portare via Pepe?»
Il sicario dal viso sfregiato la ignorò.
«Che se la venga a fare Pablo la advertencia. Troppi imprevisti, io lascio perdere» disse Limòn.
«Chi è Pablo?» domandò la piccola.
Almamuerta fulminò il compare con lo sguardo.
«Dille anche come ci chiamiamo, così ricorderà meglio le nostre facce»
«Siete amici del Profesor? Mi ha detto di non chiedere mai i nomi. Altrimenti si arrabbia e mi fa male» disse con un velo di tristezza nella voce.
I due assassini si voltarono verso la bambina, colpiti da quelle parole.
«Amici di chi?» chiesero stupiti all’unisono.
«Chema, mi Profe. Mi insegna a fare l’amore. Lui dice che è bello, ma a me non piace. Prima di farlo con voi posso giocare un po’ con il gatto?».
Calò il vuoto. Un vuoto che partiva da dentro. Almamuerta ebbe la sensazione di essere sulle montagne russe, quando si arriva in cima alla salita, guardi giù e all’improvviso lo stomaco va sotto sopra.
Quel “prima di farlo con voi” giunse come una stoccata. Pensava fossero dei pedofili come Chema.
Almamuerta notò una sottile lama di luce che non aveva notato prima. Sbucava da una porta chiusa ed era l’unica di tutta la casa.
«Resta con lei» disse a Limòn.
Si diresse verso la stanza, pronto a estrarre la pistola in caso di bisogno. Aprì, vi infilò la testa e la richiuse subito dopo.
«Virgencita Santa…» esclamò.
Si appoggiò al muro e si fece il segno della croce. Respirò e pregò per qualche istante, poi entrò. Ne uscì con alcune foto mentre un conato di vomito gli mordeva lo stomaco.
«Ho bisogno di un po’ d’aria…» disse porgendole a Limòn.
«Dios mio bendito» esclamò l’altro, guardandole.
Almamuerta aprì una finestra e accese una sigaretta. Fumò in silenzio, osservando Medellin e la sua fame di vita.
La tensione nell’aria era palpabile, e la bambina scoppiò a piangere. C’era anche lei in quelle foto, nelle altre invece c’era quella che sembrava essere la sorellina da quanto si somigliavano.
«Chema ha detto che è come darsi i bacini…ma non è vero» disse tra le lacrime, quasi a giustificarsi.
Almamuerta spense la sigaretta e andò da lei. S’inginocchio e le appoggiò le mani sulle piccole spalle.
«Come ti chiami?»
«Guadalupe»
«Como la Virgencita…»
Sorrise.
La piccola annuì, asciugandosi le lacrime.
«Facciamo così, Guadalupe…» prese Pepe e glielo mise in braccio «…portalo a casa con te. Avrà bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui, puoi farlo tu per me?»
«Il Profe si arrabbierà se non lo trova a casa…»
«Non ti dovrai più preoccupare di lui».
«Mai più?»
«Mai più».
Limòn intervenne.
«Amigo…Pablo ha detto che…»
«Assicurati che i genitori la portino da un dottore. Lascia loro dei soldi, d’ora in avanti si devono prendere cura di lei come si deve, altrimenti vado a trovarli».
«Non fare cazzate, dobbiamo solo… »
Almamuerta si alzò in piedi e incollò il suo sguardo a quello dell’amico. Limòn capì che ogni tentativo di dissuasione sarebbe stato inutile.
Il sicario con il volto sfregiato tornò da Guadalupe. Dalla tasca della giacca tirò fuori un’immagine di Santa Maria Auxiliadora. La baciò e gliela porse.
«Vieni, diciamo una preghierina insieme alla Virgencita…»
Quando ebbero finito la salutò con un bacio sulla fronte, poi prese in disparte il complice.
«Se solo uno dei vicini prova a chiamare la polizia, taglierò le mani a tutta la famiglia».
«Spargo la voce».

Chema rincasò circa un’ora dopo con due sacchetti della spesa.
La prima cosa che fece fu chiamare il gatto. Provò ad accendere la luce ma notò che era saltata.
Tirò fuori l’accendino e andò verso il quadro elettrico.
«Pepe, dove sei amore? »
Qualcosa vicino a lui si mosse nell’oscurità.
«Micio, sei tu?»
«No» disse una voce roca alle sue spalle.
Ebbe giusto il tempo di spaventarsi, poi qualcosa di duro lo colpì al ginocchio, rompendoglielo.
Gridò.
Almamuerta uscì dalla penombra. La luce opaca dei fari di un’auto entrò dalla finestra, illuminandolo per un istante. In mano stringeva il manico di una scopa e l’espressione del suo volto chiamava sangue. Afferrò per i capelli Chema e lo trascinò in salotto, incurante delle urla. Lo lasciò ai piedi di una poltrona e gli si piazzò davanti.
L’intermediario del Cartello impiegò qualche secondo a capire chi fosse l’uomo che si era introdotto nel suo appartamento, ma la cicatrice e l’occhio grigio non lasciarono spazio a dubbi. Di solito le persone si spaventavano davanti a quello sguardo. Chema invece rise.
«Non pensavo mandassero… uno come te…per due mezze tacche vendute alla Dea» disse tenendosi il ginocchio rotto. «Pablo non mi vuole morto…gli servo» aggiunse.
«Non sono Escobar»
Ancora risate.
«Faccio fare soldi a palate al tuo boss. Ogni volta che mi muovo torno con milioni di dollari. Money first, dicono i gringos. Per questo non mi ucciderai. Chiamami un fottuto medico e vattene».
«No, profe…»
Quando sentì quel nome uscire dalla bocca del sicario sbiancò.
«Non…non so con chi hai parlato ma…»
Almamuerta gli lanciò addosso le foto che aveva trovato nella stanza.
«Ora mi diverto io» disse indossando un grembiule trovato in cucina «…ti spezzerò tutte le ossa, ti manterrò in vita dandoti coca di tanto in tanto e soffrirai. Arriverà un momento in cui mi pregherai di ucciderti, ma io continuerò a torturarti». Eseguì ogni movimento con estrema calma, mentre il respiro della sua vittima si faceva sempre più frequente.
«Ti…ti posso pagare» provò a dirgli l’altro alzando le mani.
Con una bastonata secca e veloce gliele spezzò.
Poi andò in cucina e da un cassetto estrasse un coltello.
«Sarà una lunga notte la tua, profe…» disse mentre lo affilava.

Finì all’alba, stanco e con le urla di Chema ancora nelle orecchie. Raggiunse un telefono pubblico, vi infilò qualche moneta e compose un numero.
«Pronto» disse don Pedro de la Ardila.
«Nazareno…sono io»
«Che succede?».
Almamuerta guardò una macchia di sangue sulla sua maglietta.
«Ho combinato un gran casino. El Patròn si incazzerà».
«Infilati in un bar. Sto arrivando».

Stefano Cosmo

#Svolgimento ha il piacere di condividere con Stefano un’ inziativa benefica a favore dell’ Associazione Lilliput ONLUS .  che causa sfratto è alla ricerca di un alloggio in grado di garantire ai bambini ed i giovani con disabilità ospitati gli spazi adeguati alle loro necessità.

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