La rossa della savana

Liberamente ispirato alla favola di Cappuccetto rosso

6b33ff701a9c5b84eacdacb72b0558b7Ero nella capanna a friggere le banane.
Sotto di me la mia fedele lupa, un bravo cane che avevo trovato abbandonato fra l’immondizia di Dakar un giorno che mi ero spostata dal villaggio alla città per recuperare i viveri per tutta la tribù. Aveva il solo difetto che era fifona. Pur essendo grande e grossa, si prendeva paura di tutto, non solo degli elefanti e dei serpenti, ma perfino della musica ritmata che ballavano gli abitanti del villaggio là fuori. Chiudeva le orecchie infastidita dalle percussioni e si ficcava sotto i miei piedi, mentre le banane si doravano nell’olio di palma bollente.
Nell’altra stanza della capanna riposava Carmen, una zia sorda che mi ero portata dall’Italia perché la prendevano tutti per il culo. Le dicevano: “Vai a San Remo, che sicuramente vinci” e altre battute di bassa lega. Lei non sentiva ma io sì e mi incazzavo.
Invece qui in Africa avevamo trovato una gran solidarietà. La nostra missione era quella di costruire una scuola e un’infermeria per la Onlus di zio Alfredo, l’altro fratello di mia mamma che era rimasto in Italia.
La zia era anche una bella donna, aveva solo dieci anni in più di me, non sentiva con le orecchie ma era molto intelligente ed era in grado di percepire con il resto del corpo le vibrazioni del terreno e di mettersi a ballare con gli africani al ritmo dei tamburi.
Sul tavolo aveva lasciato un bigliettino:
“Ricordati che domani all’alba devi andare al pozzo a prendere l’acqua per la nonna”.
Cavolo già una settimana è passata.
Pensai.


Era arrivato il giorno in cui dovevo andare verso sud a prendere l’acqua e portarla alla nonna, che poi non era la mia nonna vera, ma una veggente che viveva isolata dal resto del villaggio. Esperta di magia nera, era in grado di prevedere il futuro a tutti e di compiere ogni tipo di incantesimo.
“Se vai per la città – proseguiva il biglietto- non ti fermare con i quei mandrilli dei neri. Ricordati che a casa c’è Giovanni tuo che ti aspetta”.
Ma come fa a saperlo? Anche zia Carmen ha i poteri paranormali? Oppure questi africani sono più pettegoli delle comari di paese italiane? Alla fin fine zia Carmen si intende benissimo con questi qui, grazie al linguaggio dei gesti e la voce deve essere corsa veloce.
Effettivamente l’ultima volta ero passata per la città e avevo trascorso una notte infuocata con un ragazzo autoctono.
Altro che Giovanni. Quello che dicono dei neri è proprio vero. E insomma io non mi dimentico perché sono qui, la Onlus di zio Alfredo, zia Carmen e tutto il resto ma ho sempre 19 anni ed è giusto che io mi viva le mie esperienze. Non per altro mi chiamano “la rossa della savana”, non solo per il colore ramato dei miei capelli.
“Se invece vai per la savana, attenta agli animali selvaggi.
Zia Carmen”.
Per evitare tentazioni decisi che non sarei passata per la città.
E così feci la mattina appresso. Presi l’acqua al pozzo e mi addentrai nella vegetazione, in mezzo ai baobab. Costeggiai il fiume e proseguii con il mio vaso d’acqua sulla testa.
Ero tranquilla. Abbastanza.
Quando mi accorsi che qualcosa mi seguiva.
O qualcuno.
Non si vedeva niente però.
Pensai che magari fosse solo una sensazione.
E tirai avanti.
Sentii un rumore sordo, come di qualcosa che strisciava.
E infatti era un serpente. Giallo e viscido.
Amo gli animali, ma si sa. . . Eva.
Me la stavo facendo quasi sotto.
L’essere strisciante fece marcia indietro, verso la città.
Ma che cavolo fa? Pensai perplessa. Va verso la città? Mannaggia, se fossi passata io per la città non mi sarei presa questo spaghetto e poi la strada è più breve.
Infatti arrivai dalla nonna che il sole era a picco. Ero stremata, avevo solo voglia di mettermi i piedi a bagno e magari di mangiare anche qualcosa, ma la nonna non c’era.
Al suo posto trovai il serpente giallo.
Il bastardo era passato per la città per superarmi e adesso aveva la panza gonfia come se avesse ingoiato una giara. Che schifo. Era tutto sottile con questo rigonfiamento in mezzo e tirava su la testa mostrandomi i denti.
Tentai di colpirlo con la brocca d’acqua che avevo in testa ma lo stronzo la schivò.
Mi girai per cercare fra gli oggetti di nonna qualcos’altro per colpirlo e mi sentii risucchiare in un buco nero.
“Ciao Alice”.
La voce di nonna l’avrei riconosciuta fra mille al mondo. E poi qui era una delle poche a conoscere l’italiano.
Avessi avuto ancora qualche dubbio, diede pure un colpo di tosse. Non poteva essere che lei.
Con tutte le sigarette che si rollava e che si fumava.
Non la vedevo, era tutto nero.
Mi toccai.
Ero intera.
Il serpente mi aveva inghiottita senza masticarmi.
La nonna scostò qualcosa. La tastai. Era una spugna.
“Ma questo è proprio scemo, s’è magnato un asciugamano- disse- Vieni qui piccola mia fatti abbracciare”.
Tolto l’asciugamano si intravedeva una luce fioca, forse erano i villi intestinali del serpente. O forse…
Non ci volevo pensare.
In quella penombra viscida ci abbracciammo forte e subito mi sentii meglio.
Poi sobbalzammo e avvertii qualcosa pungermi il sedere.
Il cretino aveva ruttato. In città si doveva essere mangiato pure una forchetta, o qualche altro oggetto appuntito, che magari aveva trovato nella spazzatura.
Qualsiasi cosa fosse mi punse le natiche.
“Nonna per favore fai una delle tue magie. Usciamo di qui”. Mi veniva quasi da piangere.
“No. È rimasto tutto fuori, le carte, la sfera di cristallo, le pozioni magiche.”
Scoppiai a piangere. Non ce la facevo più. Oramai mi vedevo morta.
“Non fare la bambina, se sei adulta per trombare con i mandrilli puoi anche mantenere un contegno”.
“Ma pure tu lo sai?”
“Certo, io prevedo il futuro. So tutto.”.
“E non potevi prevedere pure che il serpente ci avrebbe mangiato?”.
Mi stavo facendo prendere dal panico.
La nonna invece aveva sempre la risposta pronta.
“No, perché tu dovevi passare dalla città a prendermi il fumo. Io ho la preveggenza del futuro ma tu hai il libero arbitrio, sei passata per la savana e ti sei fatta notare da questo qui.”
“E ades…”
Non feci in tempo a finire la frase che sobbalzammo di nuovo.
Il serpente provava a spostarsi ma non ci riusciva, aveva mangiato troppo e poi non aveva spazio. Non è che la capanna della nonna fosse una reggia. Forse voleva uscire ma non ci riusciva.
“Oddio”
Gridai e mi sentii trascinare per i piedi verso la bocca, almeno credo fosse la bocca, dell’animale.
Era lo stesso buco da cui ero entrata. La direzione era quella.
Io ero a testa in giù. I miei lunghi capelli erano ribaltati verso il basso. Tutti melmosi e lerci.
Se già prima vedevo poco adesso non vedevo quasi niente.
Sentivo solo la voce di nonna che mi gridava dal buco nero di stare tranquilla e il serpente che dava i conati di vomito.
Un odore di acido da paura.
Stava provando a rigettarmi, ma rimasi incastrata proprio all’altezza della femorale, la mia, nella sua bocca.
A quanto ne so i serpenti o mordono o stritolano. In quel momento di terrore mi sembrava che potesse farmi entrambe le cose: avvelenarmi e stritolarmi.
E poi se fosse morto soffocato in quell’esatto istante, soffocato da me, senza riuscire a tirarmi fuori intera, noi saremmo morte tutte e due con lui.
Sentivo dolore alla gamba.
E se invece fossi morta dissanguata?
Non riuscivo a stare tranquilla come la nonna mi raccomandava.
E la sentivo sempre più lontana.
Il tanfo si era fatto insopportabile e il serpente sibilava.
Stava soffocando.
Era finita.
L’istinto di sopravvivenza mi fece dare un ultimo strattone. Inutile. Non mi spostai di un millimetro e il dolore alla gamba era sempre più lancinante.
“Nonna, la gamba mi sta andando in trombosi”.
“Tranquilla piccola” mi urlava da lontano.
“Ci penso io” .
Prese il forcone che quell’imbecille si era inghiottito e lo punse.
Deve averlo preso in un punto vitale, perché non solo ci vomitò, si disintegrò completamente.
La capanna era piena dei suoi resti, budella, sangue, pelle, denti.
Uno schifo. Ma almeno eravamo vive.
“Nonnina come stai?”
Mi alzai in piedi.
La gamba era indolenzita, la chiappa pure, ma riuscivo a camminare. Alla fin fine non mi ero fatta un gran che. Solo tanta paura.
“Sto benone”, disse la nonna con la sua voce roca.
“Adesso che siamo sane e salve dobbiamo pulire, dove hai messo l’acqua?” aggiunse.
“Oddio l’acqua”.
Non avevo il coraggio di dirlo. L’avevo gettata con tutta la giara nel tentativo invano di salvarmi da quel pirla.
Feci un gesto eloquente.
Presi un coccio da terra e lo porsi alla nonna, che capì subito.
Sotto il coccio era andata a ficcarsi l’orbita di uno dei due occhi del serpente.
In assenza dell’acqua dovemmo grattare con le unghie e con le dita.
Ci impiegammo parecchie ore per pulire alla bene e meglio e fare un po’ di ordine.
Nell’urto molte suppellettili erano cadute, comprese le pozioni magiche della nonna.
Tentammo di ricomporre il componibile.
Dei resti del serpente facemmo un mucchietto e gli demmo anche una degna sepoltura fuori della capanna.
Fosse stato per me si poteva anche evitare, ma la nonna era una donna molto buona e volle così.
Diceva che non era colpa del serpente, lui si era solo comportato in base al suo istinto. “Ogni essere vivente agisce secondo la sua natura, non è né buono né cattivo, siamo noi umani che attribuiamo queste etichette”.
Aveva ragione la mia nonnina saggia.
Nel frattempo si era fatta sera.
Mi ero dimenticata di ringraziarla.
“Grazie nonna, ti devo la vita, cosa posso fare per ricompensarti?”, le dissi mentre zappava la terra. La nonna era una donna piccola, sul metro e sessanta appena, magra ma molto energica. Aveva i capelli lunghi al sedere bianchi e legati in una coda.
“Piccola mia- si accoccolò stremata alla base di un albero- ora ti racconto una storiella:
Quando facevo la scuola di magia in Sud Africa…”
“Hai fatto la scuola di magia?” la interruppi curiosa.
“Certo era una scuola di magia e spettacolo a Cape Town. Ne sono usciti tanti di quegli impostori che ora vagano per il mondo. Io sola sono ritornata al mio villaggio”.
“E hai deciso di vivere isolata?”
Nel frattempo mi ero seduta pure io.
“No quello dopo, ma insomma mi fai raccontare?”
“Sì, scusa nonna”.
“Ci fecero fare un esercizio. L’insegnante, una grassona da paura, ci spiegò:
<<Immaginate di essere su un aereo che sta per cadere. Uno solo di voi si può salvare, perché c’è a disposizione un solo paracadute. Avete un minuto a testa per convincere gli altri che voi avete diritto al paracadute più degli altri. Un minuto di palcoscenico per giocarvi la vita. E non dovrete solo parlare, ma creare anche un personaggio. Chi sarà il più convincente vince>>.”
“Scommetto che hai vinto tu, nonna”.
“Certo che vinsi io. Tutti si immaginarono storie strappalacrime, chi aveva i genitori infermi, chi il fratello drogato, chi non aveva mai conosciuto la madre o il padre. Uno disse addirittura di essere il Papa. E interpretarono i loro personaggi in modo calcato, grottesco, finto. Io invece interpretai una bambina. Mi misi in ginocchio e dissi: <<Ho più diritto di vivere di voi, perché ho vissuto meno. Il paracadute è mio. Scelsi la soluzione più semplice e vinsi>>.”
“Grande nonna e che cosa hai vinto?”
“Niente, anzi l’insegnante prese spunto dalla mia idea per scrivere un libro e pubblicarlo, pensa te che infame”.
“Ma che schifo”. Mi venne in mente la canzone di Venditti, In questo mondo di Ladri, che in Africa ci stava come i cavoli a merenda.
“Ma lei rimarrà sempre una persona misera, priva di intelligenza e di idee, capace solo di copiare dagli altri, approfittando della sua posizione per di più, con questi giochetti meschini. Io invece adesso ho la soddisfazione di raccontarla a te. La vita è profonda nella sua semplicità, piccola mia. Lo diceva anche il grande Bukowski. E anche oggi se fra me e te avessi dovuto scegliere chi doveva sopravvivere era giusto che vivessi tu, che sei la più piccola. Poi mi sono salvata anche io, tanto meglio”.
Ci abbracciammo sotto la luce della luna. Avevamo ancora pezzetti di serpente attaccati addosso, ma fu uno dei momenti più appaganti della mia vita. Purtroppo come tutte la cose belle durò poco.
La nonna si stacco e se ne andò nella capanna.
Tornò con una scatoletta nelle mani.
“Se vorrai ti insegnerò tutti i miei segreti e la magia nera, ma la prossima volta che andrai al pozzo dovrai lavarti la testa con questa polverina”.
Mi mise la scatola fra le mani.
“Che bello nonna grazie, è Hennè”.
Non potevo dire cosa più banale.
“Ma no è una polvere nera, altrimenti che magia nera è?”.
Il viso della nonna si era contorto in una smorfia di disappunto.
“Hai ragione nonna, scusa”.
“Diventerai nera”.
Dopo questa esperienza non mi avrebbero più chiamato la rossa della savana, ero maturata e sarei diventata nera, o almeno mora.
“E la prossima volta che vieni a portarmi l’acqua- aggiunse la nonna- non passare più per la savana, per favore, passa per la città, fatti tutti i mandrilli che vuoi e portami il fumo. Non venire più a mani vuote”.
“Va bene nonnina”.

Miriam Caputo

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