La memoria del rosso

vilmaC’è una donna con il rossetto rosso. Dice solo le cose in cui crede, è golosa e instancabile, corre più di un treno della memoria. Da bambina si mette in bocca una lingua che non è la propria, perché qualcuno ha deciso che “qui si parla solo in italiano”. Buongiorno, passami il sale e ti voglio bene in sloveno diventano enormi gesti di resistenza: lei comincia a resistere. Vilma aspetta dalla parte giusta della barricata che arrivi il momento di scegliere da che parte stare. Sei disposta a morire per un’idea? Per un volantino? Per nascondere una lettera e portarla in montagna? Domande inutili: certo che è disposta. Se ti becchiamo, mettiamo a ferro e fiamme tutto il paese. C’è una bambina con la bicicletta rossa. Pedala controvento su una terra che vorrebbe di tutti. Compie quindici anni in carcere, all’urlo dei passi dei condannati a morte. È così minuta che parlerà, ha così tanta sete, che venderà i partigiani per un sorso d’acqua. Vilma, piuttosto, ammazzatela: non parla neanche sotto tortura, nessuna sete può vincere la sua libertà. È ancora disposta a morire per quell’idea che è sempre più forte, che è sempre più giusta. Non è vita il sopravvivere di nascosto, non è giusto salvarsi, senza poter essere davvero uguali agli altri.

C’è una ragazza con il triangolo rosso. Fa un freddo bastardo e le grida le sfondano le orecchie. Canta e resta viva. Tieni un pezzo di pane da parte per la tua compagna fragile e resta viva. Guarda le stelle di nascosto e resta viva. Non dimenticare mai che quel cielo tornerà azzurro e resta donna. Quell’idea non ha paura dei pidocchi, non si lancia sul filo spinato, non morirà di botte, di fame o per il tifo. Resistere è l’unica dignità che nessuno può portarti via. Chissà dov’è la mamma, se la mia bici mi aspetta ancora per volare lungo l’Isonzo, chissà dov’è arrivata l’Armata Rossa.

C’è una donna con la stella rossa. Ormai si riconosce guardandosi allo specchio. Certo, le orecchie prima del campo non erano proprio dove sono adesso e anche la bocca mi pare che fosse diversa. Ma non importa: c’è Vilma che torna a casa in bicicletta, dopo il coma, l’ospedale, i carretti e il treno. Cosa ci fai qui? Ci avevano detto che eri passata per il camino. C’è da tracciare il confine: su le maniche, si torna a lavorare. Sechsunddreissigtausendachthundertachtundvierzig, di soprassalto; mastica piano, di sottofondo. Reimpara a dormire, riscopri una zuppa calda, vatti a fidare del sorriso di un uomo. Non è colpa tua se non sono tornati, non è merito tuo dover ricominciare tutta la tua vita.

C’è una mamma con il basco rosso. Porta in giro il suo bimbo in bici, l’Unità nel cestino e una sigaretta in mano. Corre in fabbrica, in riunione, in consiglio comunale: questo mondo va cambiato ancora. C’è da parlare, discutere, capire e protestare. C’è da tenere aperti gli occhi della gente, cantare la libertà fino a che si ha fiato in gola. Alessandro deve diventare uomo in un mondo di tutti, ricordarsi da dove viene, sognare nella lingua che gli è stata insegnata. Vilma prende un aereo e porta un mazzo di rose rosse al Che: sono nati lo stesso giorno, in due posti diversi, dallo stesso lato della verità.

C’è una nonna con la sciarpa rossa. Cammina spedita verso il crematorio con sua nipote sottobraccio. La memoria brucia a menoventiseti, un ricordo dietro l’altro. Ragazzi, questa è la mia verità, la mia guerra, la mia idea. Ve la racconto e non m’interessa che la ricordiate: apro quei bauli pesanti perché non succeda. Mai più puntare il destino contro un uomo diverso da voi, mai più credereobbedirecombattere senza chiedersi perché, mai più farecomprarevivere senza sapere come o quali siano le conseguenze. Prendete in mano la donna che sono stata e resto e cambiate le persone che diventerete: io vivo per raccontarmi centinaia di volte.

C’è una donna con il sangue rosso, come quello di tutti. Mi ha insegnato che nella testa di un bambino ci puoi piantare un seme, che devi coltivarlo con le esperienze e l’ascolto, che devi inventare una pazienza delle parole ogni giorno. Quando mi guardo intorno e non trovo speranze, quando mi chiudo in casa e non sopporto gli altri, quando la via più comoda è una scelta miserabile, io stringo la piccola Vilma tra gli occhi. La porto con me per sempre, da quando la conosco e mi ha salvata. Ho il suo sorriso in tasca, che non smette mai, a ricordarmi che c’è sempre una soluzione faticosa a qualunque cosa succeda. Vilma custodisce la forza, la dignità e il coraggio del genere umano. È la mia fonte inesauribile di bellezza, di giustizia e di libertà. È la memoria di ciò che saremo alla fine dell’unica battaglia per cui vale la pena vivere.

Clara Abatangelo

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