Conversazione

vittorini_bIl cielo era una struttura di tubi Innocenti che ramificava i suoi nodi oltre il loro campo visivo. Sopra le loro teste. L’aria ingiallita e il vento secco del sud scompigliava i capelli di lei.
– Mi ami?
– Ti amo.
E risero coi loro denti di tabacco e caffè.
– Sai cosa?
– Cosa?
– C’è che quando guardo al mio passato non riesco a ricordare com’era quando non c’eri tu.
– Io c’ero.
– E dov’eri tu?
– Ero dov’eri tu.
– Io avrei voluto conoscerti bambino.
– Io e te ci conoscevamo bambini
– Io non lo ricordo.
– Io ero quel bambino col quale giocavi.
– E adesso?
– Ci siamo svegliati.
– Ah. Disse lei. Buttò via la cicca che aveva fumato.


Si mise le mani in tasca lui ed era bello come uno del cinema. Mancava il lampione e la nebbia e la pioggia. E lei sorrise pensandolo. E lui sorrise anche.
– Sorridi? sorrido io anche. E trafficava con le mani in tasca fino a tirarne fuori un fazzoletto col quale si tamponò il labbro destro, la punta.
– Balliamo? Disse
– E con quale musica? E già le braccia di lui la avvinghiarono e si sentì mancare all’altezza delle ginocchia.
– Ed io ti voglio adesso e ti volevo ieri e ti voglio sempre. anche sopra a questo cielo di tubi Innocenti e con l’aria di un altro colore e con un vento che non è il nostro vento.
– Menti. E giocava con le sue ciocche immaginandone altre tinte ed altre mani che affondavano dentro alla loro vaporosità.
– Quanta crudeltà. mi infliggi pene troppo severe.
E la mano di lei prese la mano di lui e corsero. Il loro battito accelerato, i loro passi esperti nella notte illuminata di tungsteno. Da un’insegna al neon lui lesse le due ultime lettere “m o” che intermittenti catturavano gli occhi. E giocò a trovare le lettere rimanenti. Provò con un nome “Giacomo”, con un cognome “Aleramo”, con un verbo “mangiamo”, con un sostantivo “attimo” e si arrese odorando i capelli di lei. I tacchi fendevano la notte insieme ai latrati di cani e insieme a bottiglie di vetro abbandonate. Lui bloccò lei cingendola ai fianchi, da dietro. Non sopportava più la vista delle sue anche ballerine, con quell’andatura zoppicante e malferma di donna con i tacchi. Le baciò il collo e lei serrò le labbra e morirono parole amare su un rossetto amaranto. Riprese fiato e tutto d’un colpo gli parlò
– Devo andare.
– Dove devi andare?
– Lontano da noi.
– Tornerai?
– Un giorno.
– Perché?
– Voglio vederci bambini, io e te.
– Portami con te.
– Perché?
– Mi infliggi pene troppo severe.
– Ancora?
– Sempre. E spense la sua ultima sigaretta.
E allentarono quella morsa. E si separano di spalle, senza guardarsi, senza più il cielo di tubi innocenti, senza un alito di vento. Il buio li inghiottì quasi subito e una cane razionava il suo osso.

Vito Bartucca

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