Salutami Van Gogh

Van Gogh1 - CopiaSeduto su una panchina di fronte al museo, sudato, pallido e un poco tremante, gli occhi rivolti al cielo e la testa tirata indietro, ad accompagnare dolcemente la spalliera, Alessandro piangeva. Passò così dieci minuti, prima che una solerte guardia armata, gigantesca e nera donnona posta a salvaguardia delle opere d’arte più amate d’Olanda, si avvicinasse per chiedergli in tre lingue: come sta, signore?

Era scappato via dal museo di corsa, come se ci fosse stato qualcuno a inseguirlo.
A quel punto si riscosse. Era ancora vivo e capace di rivedere alla moviola il proprio percorso di uomo abbandonato. E le prove ce le aveva nella memoria del cellulare, tra le foto che aveva appena scattato nel museo.
Sua moglie non poteva sapere, era in Italia, si trattava solo di uno scherzo della sorte. La risposta a una domanda che aveva fatto e a cui non aveva avuto risposta. O meglio, la risposta c’era stata ma non c’entrava niente con il quesito precedente. Cercò di calmarsi.
Eppure fino a dieci minuti prima era stato un uomo felice. L’uomo che era entrato nel museo che tanto aveva sognato di visitare. Finalmente di fronte al genio che aveva popolato l’immaginazione del ragazzo che lui era stato. Quello portato per l’arte e finito a fare l’ingegnere per una multinazionale. Ieri Roma, domani Londra, dopodomani New York. Oggi, però, Amsterdam. Di tempo solitamente ce n’era poco ma per quella visita lui lo aveva trovato. Aveva liquidato il responsabile del progetto riducendo all’osso la presentazione e accusando subito dopo un malessere per non dover partecipare alla cena organizzata dalla società. Tutto progettato nei minimi dettagli.
Ci pensava fin da quando era in Italia. Ne aveva parlato a Giulia, dopo che avevano fatto l’amore e lei si era alzata dal letto per andare in bagno, la camicia da notte tra le gambe per non sporcare in terra. Lui lo sapeva, cosa pensava lei: che era tutto inutile, che non ne sarebbe venuto fuori niente nemmeno questa volta. Non bastava fare sesso. Non erano servite tre inseminazioni ma il dottore aveva consigliato di continuare a provare. Almeno vi divertite: questo non lo aveva detto ma Alessandro era certo che fosse il suo pensiero. Lo sguardo che il luminare aveva dato al fondoschiena di Giulia nel salutarla dopo l’ultima visita, glielo aveva confermato senza possibilità di errore. Buon divertimento.


Lui non avrebbe mai accettato di adottare un figlio, lei sì. Tutte quelle complicazioni, quei cambiamenti nelle abitudini: forse non gli sarebbe piaciuto nemmeno averne uno suo. Lei invece viveva solo per quello. Avevano dovuto perfino smettere di andare ai compleanni dei figli degli amici e diradare anche le visite a sua sorella. Ogni volta che vedeva un bambino, il volto di Giulia si trasfigurava, passando dall’amore per gli altri all’orrore verso se stessa. – Non sono capace della cosa più naturale di tutte – mormorava in auto, al ritorno. Poi passava la notte a piangere. Non c’erano regali o promesse che potessero consolarla. Perciò Alessandro aveva accettato anche di tentare con l’inseminazione artificiale, una, due, tre volte, e si era masturbato coscienziosamente ogni volta che era servito, senza nemmeno bisogno delle riviste porno in dotazione al laboratorio. Gli bastava pensare al culo di Giulia, per eccitarsi e fare il suo dovere in due minuti al massimo. Ma un figlio adottato, no, non lo voleva. Discorso chiuso.
– Andrò a visitare il museo di Vincent, ti immagini che bello? Poi il mese prossimo ti porto al caldo, così ci rilassiamo e ci abbronziamo un po’ – le aveva detto mentre lei stava per varcare la porta del bagno.
Lei avrebbe voluto rispondergli che ci sono gioie più grandi di un museo o di una vacanza ai tropici, piccole cose vive che hanno piedi e capelli e che aspettano da qualche parte, vicino o lontano. Pronte per smettere di soffrire insieme a te che le vuoi solo amare. Non un quadro, non una vacanza o scarpe di lusso o un’auto nuova ma un figlio. Però non gli aveva detto niente di tutto quello che aveva in mente. Era restata zitta e il volto le era diventato grigio, le sue rughe di espressione erano state tirate verso il basso da due piccole dita invisibili, e in un soffio la sua risposta era stata solo
– Salutami Van Gogh –

Seduto sulla panchina, sudato e pallido Alessandro trovò infine il coraggio di guardare la foto che aveva scattato. La sala che aveva sognato di visitare: un luogo grigio e anonimo, con luci fredde. I dipinti che aveva ammirato: macchie di colore. La vita lì dentro non c’era. E l’autoritratto di Van Gogh era a terra, spostato da una solerte donna delle pulizie che si era poi dimenticato di rimetterlo a posto. Capì che era solo un dipinto, un oggetto qualunque. Qualcosa senza sangue e senza lacrime.
E che sua moglie lo aveva lasciato.

Roberta Lepri

Annunci

Un pensiero su “Salutami Van Gogh

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...