Come la neve non fa rumore

DentelloNelle sere d’estate Lucio si concede l’abitudine di leggere un libro raggomitolato su una poltrona che accosta contro il muro, sotto il vano della finestra che affaccia sulla strada. Le ante aperte, legge al cerchio di luce del lampione che incombe sulla facciata dello stabile nel quale vive. E in questa sera tiepida di giugno è chino sulle pagine dell’ultimo Vila-Matas. D’un tratto ha bisogno di riprendere fiato, di riposare la vista. Si concede una sosta per orientare lo sguardo sulla strada, lasciandosi distrarre dal transito di un’auto, dal viavai di qualche passante. Dapprima non mette subito a fuoco ma poi distingue nitidamente, dall’altra parte della strada, nel parchetto spelacchiato che spezza la geometria monocorde dei due condomini che stanno dirimpetto al suo, una donna riversa a terra. L’occhio di bue del lampione, isola, nel ritaglio di buio, un seno scoperto. La vittima di un’aggressione, certifica lui, sconsolato. E riprende, con una specie di rinnovata voluttà, la lettura dell’amato Vila-Matas.

Stefano, mollemente supino sul divano, simula a intervalli regolari misurati colpetti di tosse, fintanto che Lucio, in un nuovo distacco dalla lettura, non deragli lo sguardo fino ai suoi occhi e lo contraccambi con un sorriso di complicità.
Lucio è sposato con una scrittrice di romanzi rosa e proprio questa sera lei torna a casa, reduce da un festival letterario.
Stefano si solleva con un balzo, si libera di uno sbadiglio e farfuglia: “Sai che pensavo? Che non ho mai visto quel film di quel regista iraniano, quello che racconta la storia di tizio che si innamora di tizia e che poi muoiono insieme durante gli scontri di non so quale rivolta. Dicono sia un capolavoro.”
Lucio non lo degna di attenzione, richiamato dalle sirene e dai lampeggianti che illuminano ora a intermittenza la penombra del salotto. Si alza dalla poltrona e si sporge fuori con il busto, i gomiti inchiodati sul davanzale. Un’ambulanza sta trasportando via la donna aggredita. Improvvisamente, come per ogni disgrazia, un capannello di spettatori morbosi si è adunato nel volgere di pochi minuti. Stefano, richiamato dal trambusto, raggiunge Lucio e, compresa d’istinto la dinamica, mormora: “Certo che vivere qui è folle. Fuori c’è tanto male, troppo male”. Lucio si irrigidisce, lascia trascorrere qualche istante di silenzio e si abbandona a un laconico: “Il male è dentro. Dentro di noi.”
Stefano sospira con ostentata rassegnazione e si lascia di nuovo cadere a peso morto sul divano. Accende la tv con il telecomando, si spinge a un’estremità del divano e invita Lucio a sedersi. “Dai, vediamoci quel film che ti dicevo. Lo danno ora su Rai5.” Lucio, con la voce che gli trema per il disappunto, lo ammonisce: “Ma che dici? Devo andare a prendere Irene alla stazione. Piuttosto al mio rientro non voglio vederti qui. Pensa come reagirebbe se ti scoprisse afflosciato sul suo divano”. Stefano sbuffa annoiato, come irritato da un puntiglio che deve ritenere molesto e aumenta al massimo il volume del televisore proprio nel momento in cui partono i titoli di testa del film.

Lucio è in macchina, procede a ritmo rallentato, come volesse assorbire tutto il buio che, come una pellicola, avvolge il serpente di edifici e negozi che si lascia via via alle spalle. Il finestrino abbassato fa filtrare nell’abitacolo le voci superstiti dei nottambuli, gli odori prosciugati della notte. E quel tragitto su quattro ruote diventa per lui un piccolo viaggio sulla rotta di una malinconia conosciuta. Lui è uno di quegli uomini a cui piace indulgere nella lenta contemplazione di un ricordo lontano e triste.
Nel parcheggio deserto della stazione la individua subito. Riparata sotto la banchina esterna, Irene ha lo sguardo mobile di chi teme un agguato e tiene il bagaglio stretto tra le gambe. Gli basta guardarla un istante per percepirne la tensione nervosa. Scopre in quel momento di essere giunto in ritardo ma non si infiamma in lui alcun senso di colpa, nessuna premura di doversi scusare. Non l’ha fatto deliberatamente, non è stata nemmeno distrazione o fraintendimento sull’orario. Il caso, semplicemente la disumana precisione del caso. Lucio le si accosta in auto a distanza ravvicinata, come un cliente abituale abborda la sua puttana sul ciglio della strada. “Sali” le dice e in quella secca esortazione le sta intimando di non scegliere il ring, di non abbandonarsi a un isterico pugilato verbale.
Mentre la macchina corre a ritroso in direzione della zona residenziale dove abitano, lui, per coprire con una pennellata qualsiasi quel silenzio che non accenna a incrinarsi, preme play sul lettore cd. Parte la prima traccia di un disco celebre. Lungo la strada, mentre le luci sopravvissute si fanno sempre più rade, una voce esile e rotta sussurra “capire tu non puoi, tu chiamale, se vuoi, emozioni”. La canzone si arena prima delle note finali perché lei con un polpastrello stizzito spegne il lettore. Il gesto sembra preludere a uno scoppio di risentimento. Irene, al contrario, come se avesse interrotto pochi istanti prima un discorso già avviato, sbotta: “I soliti critici stronzi. Che razza di recensioni balorde. Ai festival poi te li becchi, questi boriosi professoroni che spurgano veleno come insetti dispettosi. Trovano ributtanti i sentimentalismi. Poi la sera, li sorprendi con il capo poggiato sul seno delle loro mogliettine, a logorarsi la voce a furia di “ti amo” sdolcinati. Eh, l’amore. Io scrivo sul tema più importante. Per questo tante donne mi leggono. Io so cos’è l’amore”. E poi, smorzando la voce: “Io so cos’è l’amore grazie a te”. Lui, ritto sul volante, con lo sguardo teso in avanti, allunga un braccio e le poggia una mano sul ginocchio. Irene si sente incoraggiata, aggiunge: “Un successo. Tutte le mie lettrici a gratificarmi di complimenti. Ma ora ho voglia di tradirle un po’. Sto pensando a un nuovo romanzo. Una storia d’amore senza lieto fine. Così i critici magari la smetteranno di darmi della melensa.”
Giunti a destinazione, in prossimità del loro numero civico, Lucio è costretto a parcheggiare a diversi metri di distanza dal suo posto auto riservato. Un’ambulanza lampeggia in mezzo alla strada, circondata da una nuova mezzaluna di curiosi. Davanti al portone del loro stabile, Irene si avvicina a un uomo corpulento che fuma e che osserva i barellieri caricare un corpo esanime. “Cosa è successo?” domanda. L’uomo, scuotendo il capo: “Una donna. Violentata e assassinata. E’ la seconda stasera”.
Nel soggiorno, disteso sul divano, Stefano ronfa seminudo, con indosso soltanto un paio di boxer. Quell’abbandonarsi al sonno ha una postura sconcia, da sauna per voyeur. Irene resta impassibile. Si approssima silenziosa, a passi felpati. Lo osserva in piedi per interminabili minuti. Poi, sempre misurando i passi come un artificiere, solleva una sedia dal pavimento e la trascina fino al divano. Seduta a distanza ravvicinata, sembra raccolta in una veglia al capezzale di un congiunto. Il fiato è appena un po’ accelerato ma i lineamenti del viso non lasciano filtrare alcuna emozione.
Lucio, inquieto come un leone in gabbia, è scivolato in cucina e da lì proviene l’eco di uno sportello sbattuto con violenza, di un bicchiere poggiato con malagrazia sulla superficie del tavolo. Sono rumori deliberati, dettati da una furia trattenuta a stento. E non si capisce se per provocare il risveglio di Stefano o per manifestare la propria irritazione a Irene. Tira il fiato e raggiunge il salotto a falcate. Agguanta Irene per un braccio e come in un tiro alla fune la sospinge verso di sé. “Basta con questa sceneggiata, vieni via di qui” le intima. Irene oppone resistenza, si fa rigida, lo sguardo perennemente depositato sul corpo di Stefano. Lucio allora la solleva a forza della sedia mentre lei scalcia come una bestia al mattatoio e grida: “No, io voglio restare qua! Io voglio capire! Lasciami! Lasciami!”. Le urla di Irene riverberano per la casa come in un concerto di heavy metal e strappano dal sonno Stefano, che apre gli occhi di colpo come chi si ridesta da un terribile incubo.
Lucio raggiunge Irene che ora è distesa sul divano finalmente bonificato. Stefano si è rivestito in tutta fretta e ha infilato la porta come fuggisse da una retata. “Usciamo” dice lui. Lei pare rasserenarsi, accenna un sorriso, dice: “Ho perso la testa, scusami”. Lucio la guarda dritto negli occhi, il suo sguardo è neutro, appannato da pensieri inespressi.
Ha temuto di dover condividere l’aria rarefatta di quel bar aperto anche in piena notte con la solita slavina di adolescenti reduci dai postumi della movida. Il locale è invece stranamente deserto. Il cameriere, silenzioso sullo sfondo, ha servito solo lui e Irene, unici due avventori di quella frazione di tempo che sembra dilatarsi e non finire mai.
Si sente il sibilo dei loro respiri, il lieve trambusto del cameriere al bancone, il transitare di un camion fuori. Lei sorseggia l’ultimo dito di cappuccino e strofinando un polpastrello sul bordo della tazza, sussurra: “Come la nostra prima volta. Grazie amore”. Lucio ascolta le sue parole con lo sguardo puntato sulla vetrata che dà sulla strada. Lei, incurante del suo apparente esilio mentale, continua: “Questa notte, nonostante tutto, sento che la felicità è tra noi. Non voglio dire che è ritornata. Mi piace pensare che non se ne sia mai andata. Si è solo nascosta e noi, temendo di averla perduta, abbiamo fatto ballare un piede nel baratro”. Lui non riesce a trattenere un moto di stizza, sospira, sgancia lo sguardo dalla vetrata e si spinge su di lei, dentro le sue pupille umide e intanto distende le mani sul tavolo e le strofina su e giù. “Ho voglia di fare due passi. La macchina verrò a prenderla domani” fa con affanno improvviso, come se uscire di lì e camminare fosse un’urgenza dalla quale dipendesse la sua possibilità di sopravvivere.
Percorrono lentamente la strada, passo dopo passo, in silenzio. Nessuno, oltre a loro, abita quella porzione di notte ormai fonda. Lui la cinge con un braccio. A un tratto si arresta, scuote il capo. Sfila il braccio da lei. Si dirige pochi passi più avanti, distanziandola. Poi si volta e la contempla lungamente. Lei, colta da imbarazzo, si muove come un’educanda molestata dallo sguardo morboso di uno sconosciuto. Inclina la testa, lo guarda con un lieve sorriso ebete. “E’ che tu ti ostini a non capire” ringhia lui, le vene del collo gonfie, le narici dilatate. “Tu fingi che nulla sia accaduto. Io non sono più l’uomo che hai sposato”. Esita sull’orlo di un’altra possibile frase, la bocca aperta a risucchiare aria.
Irene lancia un urlo che lacera l’aria, pare un conato di vomito. Lucio le dà le spalle, camminando lentamente si allontana da lei. Sembra il tipico addio di un solitario eroe del west.
Lei è paralizzata, i piedi incollati al suolo. Pensa al nuovo romanzo che ha in animo di scrivere, la storia d’amore senza lieto fine. Si riscuote, prende fiato, si sfila le scarpe e a piedi nudi comincia a correre disperata per raggiungerlo. Lucio si ferma quando lei gli si para di fronte, pronto a fronteggiare una grandinata di ingiurie. Lei, inclinata in avanti, con le mani poggiate sulle gambe, ansimante e con la voce bruciata dalla tristezza gli mormora appena: “Domani vengo a prendere le mie cose”. Solo questo, solo “domani vengo a prendere le mie cose”, come congedo.
Sul lungo viale che lo riporta al suo appartamento, Lucio gradualmente accelera il passo, poi comincia a saltellare, infine si mette a correre come un maratoneta che in prossimità del traguardo veda sfumare il podio. Antistante al suo palazzo, sull’altro lato della strada, nel parchetto spelacchiato, scorge una donna riversa, sembra morta. E’ vestita come Irene, con un impermeabile verde. Anche le scarpe sembrano le sue. E il colore dei capelli. Lucio è certo che non sia lei, anche se da quella distanza le somiglia moltissimo. Lei è immobile, nessun gemito. Nessuna ambulanza, nessun curioso, nessun testimone, questa volta. Lucio dovrebbe fare una scelta che sarebbe comunque un passo indietro. L’ultima cosa al mondo che vorrebbe fare.
A casa si butta sul divano, a sfiatare per minuti. Poi, riacquistata la calma, prende il telefonino dalla tasca dei jeans. Compone un numero. Al decimo squillo a vuoto, in procinto di desistere, ecco il “Pronto” che ha desiderio di sentire.
“Amore mio, ti amo” dice con un filo di voce, “ti amo, ho bisogno di te. Vieni prima che puoi, Stefano. Prima che puoi”.

Crocifisso Andrea Dentello

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