Punti di vista


vetrinaS
e ne stava in piedi dietro alla vetrina, accarezzandosi il mento. Sorrideva.
Passarono davanti al negozio due amiche di ritorno dalla colazione al bar. La più alta si girò verso di lui esibendosi in una finta smorfia di disapprovazione quando in realtà quell’attenzione alle sue forme da parte di un ragazzo proprio-non-male le aveva procurato un breve, piacevole brivido lungo la schiena. L’altra, cicciottella con gli occhiali, si costrinse a fingere interesse per la vecchietta che sopraggiungeva in bicicletta. I belli guardano le belle, non lei. L’aveva imparato da tempo.

La nonnina diretta al mercato le sorpassò molto, molto lentamente sulla sua Graziella scassata con l’immancabile borsa della spesa legata al manubrio. Poco più avanti una lacrima le scese tra le rughe; era anziana e non aveva abbastanza denaro per entrare in quella bottega ma non meritava d’essere derisa per questo da uno sciocco giovanotto.
Dalla direzione opposta arrivò un senegalese, emigrato come tanti per la più terribile delle cause: la fame. Campava vendendo fazzoletti, accendini e ninnoli a pochi spicci. Scelse di non tentare nemmeno con quel tipo, così altezzoso da ridere davanti alla sua povertà e tirò dritto. Forse non ho più nulla, tranne la dignità.

“Salve” disse la ricca signora sulla sua nuova bicicletta rossa incrociando l’assessore al commercio. Avrebbe salutato anche quel tipo strano della bottega, ma non aveva mai avuto l’occasione di conoscerlo. Sembrava così…strano, appunto. Se ne stava sempre lì a fissare un punto qualsiasi, a volte uno scaffale, altre il pavimento, altre ancora il pc. Oggi evidentemente toccava al muro della casa davanti. Meglio tirar dritto, coi tempi che corrono non si sa mai.

L’assessore stava per entrare a dargli il buongiorno ma all’ultimo cambiò idea. Un altro negoziante disperato che osserva la strada nella speranza di vederla piena di passanti. Non era un mistero che il paese si stesse svuotando: la crisi spingeva i giovani ad andarsene, la stessa crisi aveva svuotato le tasche dei cittadini e i turisti erano un lontano ricordo. Toh, fatalità eccone uno: cappello di paglia, occhiali con la montatura beige, calzini e ciabatte. Tettesco di Gemmania, per forza.

Hilbert cercava l’ufficio turistico: proprio non riusciva a capire dove si trovasse. Aveva anche provato a chiedere informazioni ma pareva che gli italiani non parlassero una parola d’inglese, figurarsi l’olandese o il tedesco. Chissà, forse il commesso di quel negozio avrebbe potuto aiutarlo però a giudicare da come sogghignava guardandolo non sembrava esattamente il tipo di persona che apprezza i turisti. Provò con una suora: tanto per cambiare non riuscì a farsi capire. Si girò e tornò sui suoi passi.

Niente da fare, l’inglese per lei ero uno scoglio insormontabile. Non come
per le sue ex-amiche “prima del velo”, capaci d’esibire un perfetto slang
assimilato durante l’ultima vacanza a Londra-New York- chissà dove. Locali
alla moda, corse in moto verso la spiaggia prima di passare alla fase 2:
marito premuroso e pancione. Una vita normale, quel che tutti si
aspettavano pure da lei. Suora a vent’anni? Come pretendeva d’esser presa sul serio? Gettare via la propria giovinezza così? E quel tizio?
Pensava forse che una suora potesse permettersi di comprare quelle chicche
così care? Evidentemente no. La guardava e rideva perché da lei,
incredibilmente, non si aspettava nulla. Inaspettatamente le tornò il buon umore.

Il bambino si fermò davanti alla vetrina per osservare quel bellissimo Pinocchio. Era tutto di legno e sorrideva, un po’ triste, forse perché ancora non aveva scoperto come diventare un bambino vero! Portava un curioso cappello bianco e una casacca a puntini gialli e blu, i pantaloncini corti rossi e un paio di grosse scarpe senza lacci. Anche lui avrebbe voluto le scarpe senza i lacci, così non avrebbe più dovuto chiedere alla mamma di chiuderle! Il burattino doveva per forza essere di quel signore grande e felice lì dietro. Anche lui avrebbe riso felice se gli avessero regalato un giocattolo così bello.
La mamma diede un piccolo strattone al figlioletto, tanto non le passava proprio per la mente di comprare affari così costosi. Che schifo. Aveva studiato marketing e quelle trappole le odiava. Bellissimi oggetti colorati posti circa a novanta centimetri d’altezza, in modo che i bimbi li fissassero incantati convincendo i genitori ad entrare nel negozio. Trucchi da mercante in fiera che con lei non funzionavano. E guardalo lì, il truffatore, orgoglioso della sua opera davanti alla bocca spalancata del mio Giuseppe. Lasciamolo ad altri il piacere di farsi fregare.

Lei tirò dritta, dall’altro lato della strada. Lo odiava e lo voleva con la stessa intensità. Odi et amo, faccia di merda. Lo vide con la coda dell’occhio e accelerò il passo. Supponente, saccente, bastardo come sempre eppure non riusciva a toglierselo dalla testa. Ogni sacrosanta mattina faceva jogging lungo quella via sforzandosi per non voltarsi. Lui lo sapeva, ci avrebbe scommesso l’anima che le doleva così tanto da quando l’aveva visto per la prima volta. Non gliel’aveva mai detto, ma ne era certa. Non si erano mai nemmeno rivolti la parola. Che stronzo. Che grandissimo figlio di…AH!. Con quel sorriso falso stampato sul visetto concentrato. Le rideva in faccia. E lei invece di ignorarlo non riusciva a toglierselo di dosso, l’infame. Accelerò ancora.

Se ne stava in piedi dietro alla vetrina, accarezzandosi il mento. Sorrideva. Finalmente era riuscito ad eliminare gli ultimi rimasugli di colla dal vetro; non avrebbe mai più usato quel nastro adesivo. Soddisfatto del suo operato, s’accorse che se ne stava lì a fissare la vetrina da quasi cinque minuti. Con tutto quel lavoro arretrato da sbrigare!
“Oh beh, “ disse tra sé e sé osservando il negozio deserto, “tanto qui non mi caga nessuno…”

Alessandro il Bottegaro Coppo

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4 pensieri su “Punti di vista

  1. RobyLepri

    Questo è un racconto che mi piace molto! L’autore è riuscito a sorprendermi riducendo all’essenziale la narrazione, frantumandola nei diversi punti di vista, in modo da creare una pluralità di voci, assolutamente non banale. In realtà il protagonista qui non è il Bottegaro ma un intero paese, che pensa e si narra all’unisono. Uno svolgimento che è preciso e nitido come il tempo che scorre, sempre uguale e diverso, nei luoghi che hanno ancora un’anima.

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