La scelta di Beijaflor

Choices è un progetto di storytelling digitale e teatrale che parla di scelte. Le vostre, le nostre. Ogni giorno scegliamo qualcosa ma ci sono momenti particolari della vita di ognuno di noi in cui queste scelte ci aprono nuove strade e nuove porte, percorsi inaspettati e bivi sconosciuti. E ci cambiano la vita, a volte per sempre. Raccontateci la vostra scelta, così come ha fatto Beijaflor (dal sito del progetto) lo pubblicheremo su Svolgimento condividendolo poi con Choices.

beijaflorDomenica d’autunno. Sarebbe stata una domenica come tante altre se quella sera non mi avesse aspettata la mamma, con il suo compleanno. Alle otto del mattino la sveglia suona, accompagnata dall’aroma del caffè. Qualche ora più tardi un fischio d’inizio e novanta minuti di gioco mi accendono l’adrenalina, peccato però che quest’ultima non rispetta i valori concessi.

Sono le tre e mezza del pomeriggio e il primo tempo sta per giungere al termine. Indosso una divisa tendente al grigio, una maglia termica abbinata ai pantaloncini, un paio di calzettoni e scarpe con i tacchetti numero tredici. In partita si sente spesso urlare il mio nome seguito da una frase : “Sali che la stai tenendo in gioco”. Sono accanto all’area della parte di campo della mia squadra e non sento più questa voce. Vorrei correre, ma una forza mai avvertita prima me lo impedisce. Vorrei parlare al mister ma il silenzio è l’unica parola che riesco ad emettere. Ecco che quel correre in salita quel giorno mi ha tradita. Un colpo di caldo mi inghiottisce il torace e un colpo di tosse mi ruba il respiro. A terra con i pugni stretti piango di già. Sudore diverso dal vostro. Non sento rumore. Non vedo più il gioco. Vorrei rubare la forza al capitano, che si alza con la stessa energia che usa l’avversario per atterrarla. Ma in questo istante il nemico è il muscolo involontario, tanto fragile quanto bastardo.

Mi sta tradendo. Lui che scandisce i mei secondi, mi sta tradendo. Il tempo sembra aumentare ma ai miei occhi sembra infinito. Sento mani sul corpo più impaurite di me. Caldo. Tremo. Paura. Lacrime. A bordo campo una mano mi stringe forte il gomito sinistro. Apro gli occhi e riconosco le scarpe. La mia voce farfuglia parole, mentre quel tatto dolce e leggero mi accompagna in una stanza porgendomi un thè. Sono passati dieci minuti e sono sdraiata su un lettino color bianco. Ho gli occhi chiusi ma sento una voce chiedermi di sforzarmi di tenerli aperti. Io non voglio vedere quello che sta accadendo. Voglio continuare a stare qui, con la sua mano stretta alla mia a chiedermi perché. C’è un cappello nero sulla mia gamba sinistra. Sotto di esso due palmi che si incontrano, un cuore da tenere a bada e un coraggio da alimentare. Ricevo un bacio sulle labbra e sento il palmo che mi stringeva, allontanarsi. Ho di nuovo paura. Passano alcuni minuti e una musica si avvicina sempre di più. Poi si blocca e apro gli occhi. Due donne e due uomini spogliano e riempieno di strane clip il mio torace. Non sento più il contatto. Di nuovo provo paura e piango. Due ore dopo in una sala d’ospedale rimango ferma immobile a pensare, fino a quando la rivedo e la risento: la mano che mi ha dato amore, coraggio, forza e che ora mi accarezza il viso, tagliato da un sorriso ancora un po’ scosso. È il ventisette febbraio del duemilaquattordici. È passato un anno e mezzo dal giorno in cui il mio cuore ha fatto il pazzo. Continuo a farmi ancora tante domande ma la riflessione che ne ho tratto rimane sempre un motivo del mio sorriso. Quell’autunno non tanto lontano ho scelto di essere aiutata dall’amore nato dal coraggio, dal silenzio e dal dolore.

 

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