Changes

ChangesUna lacrima le stava rigando il viso. Decisi di lasciarle qualche minuto per riprendersi. Quel volto, che conoscevo così bene, ora era deformato da qualcosa che non riuscivo a definire.
Non sembrava solo dispiacere. Era come se fosse un insieme di emozioni tutte in conflitto tra loro. Leggevo nei suoi occhi dolore, rabbia, frustrazione, senso di colpa. Ciò che più riconoscevo, però, per il modo in cui arricciava la bocca, era rassegnazione. La conoscevo tanto bene per via di tutte le discussioni che avevamo avuto. E adesso, quando capiva che qualsiasi cosa avesse detto non mi avrebbe fatto cambiare idea, smetteva all’improvviso di parlare e mi fissava, inchiodandomi con quegli occhi verdi e penetranti e facendo la sua solita espressione con la bocca arricciata. Da quello capivo che avrei vinto. Proprio come quando avevo deciso di diventare vegana o di trovare un secondo lavoro estivo. Ora lei era lì, raggomitolata sul divano accanto a me, così vicina da poter sentire il suo respiro sul mio braccio, eppure così distante. Come fosse un‘estranea. Avevamo già affrontato queste discussioni ma mai mi era capitato di vederla in quello stato e ciò mi metteva a disagio.
Respirava, in modo lento e pesante. Io ero bloccata nella mia posizione. Non sapevo che fare, come aiutarla. Pensavo a tutto e niente allo stesso tempo. Ero alla disperata ricerca di qualcosa che potesse farla stare meglio. Il suo pianto silenzioso, però, non me lo consentiva.
Sapevo che quel silenzio innaturale non sarebbe durato ancora per molto e iniziavo a sentire la tensione farsi sempre più alta. Dovevo rispondere, dirle qualcosa… ma cosa?
In fondo, non mi sentivo così turbata da ciò che mi aveva detto, non quanto lei. Ormai mi ero abituata all’idea. So di avere da sempre un problema con il riuscire a inquadrare esattamente le nuove situazioni. Mi capita infatti di ritrovarmi a realizzare i fatti solo dopo qualche settimana, non so che farci. Il lato positivo della faccenda è che questo mi consente di essere più lucida in circostanze particolarmente difficili. Ovviamente, oggi doveva essere un’eccezione. Il tempo passava, le sue lacrime scendevano, il respiro non accennava a calmarsi e io rimanevo seduta in quel modo tanto scomodo. Ormai non sentivo più nemmeno la gamba, piegata sotto il mio peso, in una posizione che non pensavo avrei tenuto così a lungo, ma giusto per un veloce resoconto della giornata.
– Clary, è tutto ok.- le dissi.
Silenzio.
– Clary, troveremo un modo, sai che lo faremo…-
Provai ad accarezzarle il braccio con cui si copriva il volto. Sentivo il gesto innaturale e rigido, come se non appartenesse al mio corpo. Sperai tanto che non se ne accorgesse.
Clary era tutto per me. Sorella, mamma e famiglia allo stesso tempo. Io avevo lei e lei aveva me, con l’unica differenza che tra le due io ero quella più piccola. Dalla prima volta che ci eravamo incontrate, in uno sperduto collegio della Louisiana, lei si era subito presa cura di me. Non sapevamo perchè fosse accaduto, eravamo due bambine, io avevo solo quattro anni, ma da quel momento non ci eravamo più separate. Tra di noi c’erano solo cinque anni di differenza, così, non appena diventò maggiorenne trovò un lavoro, riuscì a prendermi in custodia, e insieme ci trasferimmo in un piccolo appartamento. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei e vederla così mi tormentava.
Sentivo che il suo respiro si era finalmente fatto più calmo e che le lacrime erano terminate. Prese fiato.


– Jamie mi dispiace tanto!-
La voce le si spezzò.
– Ma non devi, assolutamente! Sai che non dipende da te!- mi affrettai a dire.
La sentivo reprimere i singhiozzi e sarei voluta sprofondare.
– Clary tu mi hai dato una famiglia, come potrei privarti della tua?…- aggiunsi d’impulso.
Le parole mi erano uscite prima ancora che le avessi formulate nella mente. Forse erano troppo forti. Infatti ricominciò a piangere. Subito la abbracciai.
– Sai che anche io voglio stare con te ma capisco la situazione. Ormai ho diciannove anni, tra meno di due mesi finirò la scuola, posso badare a me stessa! Prima ancora che James decidesse di riconoscere questo bambino, ci eravamo giurate che sarebbe cresciuto in una vera famiglia. Glielo dobbiamo.-
Il suo primo silenzio privo di lacrime mi diede la forza per andare avanti. Sorridendo, le accarezzai la pancia.
– Non penserai veramente di poterti liberare di me? In fondo si tratta giusto di alcuni mesi…. Saprò cavarmela! Tu così potrai essere aiutata dai genitori di lui, specialmente per quanto riguarda gli ultimi mesi. Non voglio mica dovermi svegliare nel cuore della notte con te in pieno travaglio! Lenta come sono, partoriresti in macchina! –
Finalmente alzò il viso. Con una veloce occhiata vidi che la mia ultima frase le aveva strappato un sorriso. Sapeva che non guidavo affatto piano.
– Beh, visto che vuoi studiare ostetricia, potrebbe essere una bella esperienza per te…- disse in un soffio.
– Sinceramente non ci tengo a sperimentare le mie conoscenze mediche da matricola su mio nipote!- risposi strizzando l’occhio e alzandomi.
Ecco il suono di una risata. Il peggio era passato. Sapevo che, almeno per qualche settimana, non ne avremmo più parlato. Le diedi un bacio sulla fronte, e sollevata dal suo sorriso di risposta, andai in camera con la scusa dei compiti.
Ero terrorizzata all’idea che presto sarebbe partita insieme al suo ragazzo per New York. Non che non potessi cavarmela da sola, ma non riuscivo a capire come avremmo fatto l’una senza l’altra. Potevo riuscirci solo pensando che era per il suo bene. Dovevo convincermi di questo. Velocemente entrai in camera e chiusi la porta. Mi gettai sul letto con la testa sul cuscino. Iniziai a pensare alla lezione che di lì a poco avrei dovuto iniziare a fare, ed eccole. Con mia grande sorpresa mi stavano già rigando il viso. Ora però non era il momento. Cacciai indietro le altre lacrime e mi affrettai a prendere il libro di storia.

Sara Giannetti, classe 4C liceo scientifico G.Marconi Grosseto Progetto Scuola Twain #Piovonoparole

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