Non tutti i nomi vengono per nuocere

tumblr_nivsg0qJce1qa2qxto1_1280Ma che ci guardo a fare di continuo l’orologio?
Sono le sette, appena e miserevoli.
L’appuntamento con Cecilia è ancora lontanissimo, sta lassù a mezza mattina, e arriverà soltanto alle dieci: dovrò percorrere un bel po’ di tempo per arrivare fino a lei.
Provo perciò a sommare la durata di tutto quello che faccio normalmente prima di esser pronto per uscir di casa, incluso quello per una soddisfacente colazione; per soddisfacente io non intendo soltanto la quantità o la qualità di quello che consumo: metto sullo stesso piano il colore della tovaglia sopra il tavolino, e la temperatura della tazzina del caffè, e la versione del cuoco di Salò che mi arriva dalla radio.
Ci includo anche i miei pensieri, che rimescolo e sciolgo insieme con lo zucchero: meno di mezzo cucchiaino deve bastare: edulcorare troppo mi metterebbe fuori pista.
Io mi chiamo Emilio, Emilio Paino: Pàino con la prima sillaba accentata, e non Paìno con l’accento che cade sulla i. Lo preciso perché alle volte succede che qualcuno dica Paìno e questo mi procura una certa agitazione; non che la nuova cadenza mi risulti sgradita: assolutamente no, non è così, anzi trovo che nobiliti e di molto il mio cognome: il fatto è che non riesco a non considerarla una mancanza di rispetto. Di solito riprendo il mio interlocutore, e non lo faccio per correggerlo – scommetto che se ci incontrassimo ancora l’indomani accenterebbe di nuovo la vocale che sta in mezzo – quanto per non far passare impunemente quella che per me è una vera villania.


Tornando al mio problema temporale, provo ad aggiungere nella lista del da farsi anche il tempo che ci vuole per andare fino al distributore e fare il pieno di gasolio nella macchina: ma scopro che mi avanza sempre un’ora, forse anche un’ora e mezza. E’ un po’ troppo per non pensarci fin da adesso.
Decido allora di tenermi pronto come fossero già le dieci meno un quarto, e di andare nello studio, a passi lenti, misurati, per poi prendere a caso, senza premeditazione, uno dei tanti libri comprati e mai finiti o neppure cominciati.
Questa volta inizierò, o finirò, o sfoglierò soltanto, un libro con nel titolo un nome di persona che rubi l’attenzione, che riesca a regalarmi un’emozione singolare soltanto a sentirlo risuonare nella mente, anche se non ci fosse nessuna attinenza col racconto.
Scorro i volumi della libreria, più con gli occhi che con le dita, e infine scelgo e tiro fuori dal terzo ripiano della vetrinetta il volume uno di Papà Goriot.
Bellissimo, corroborante: non è un nome che rincuora?
E’ un romanzo che ho già letto, ma a più riprese e abbastanza tempo fa: ne rammento davvero pochi brani, addirittura non ne ricordo più il finale. E’ però rimasto nella mia memoria, già dalla prima volta, il nome del personaggio che mi pare di aver considerato principale: si tratta di Eugene de Rostignac, ma non chiedetemi di più perché altro non rammento.
La spiegazione è molto semplice: il suo nome mi piace da impazzire!
Sarà perché è francese, sarà il contrasto tra il nome di battesimo che scivola su quella g languida e dolcissima e la gagliarda robustezza del cognome, che invece mi trasmette sentori di battaglia.
Io, se avessi un cugino con un nome tale, lo chiamerei spesso al telefono, almeno una volta a settimana! E non gli direi semplicemente “come stai mio caro Eugene”, oppure non gli chiederei soltanto “Eugene, come te la sei passata a Besançon?” – ah, ma non sentite anche voi quest’altra musicalità? – ma gli accosterei di continuo la fragranza tosta del suo cognome.
Credo che dopo un po’ di tempo Eugene si negherebbe!
Nella realtà ho soltanto dei cugini con nomi per me assolutamente stitici quali Nino, Enzo, per non parlare poi di Pino! E infatti non li chiamo mai al telefono, anzi sono io a farmi negare.
Cecilia invece non ha un nome secco: ha buona polpa attorno, proveniente dalla elle e dal dittongo in coda. Di lei mi sono innamorato in un momento: fu quando ne lessi il nome sul segnaposto del tavolo che condividevamo, durante la cena dell’azienda, alla fine dell’anno commerciale.
In verità Cecilia l’avevo vista molte volte: lavoriamo da anni nella stessa mega società, allo stesso piano della stessa palazzina, anche se in comparti poco affini: motivo sufficiente per non averci avuto mai a che fare personalmente; né, devo confessare, mi aveva mai intrigato il suo aspetto fisico o la sua voce un po’ in falsetto.
Ma quel nome, quel nome stampato accanto al logo familiare dell’azienda: per me fu davvero fulminante!
Non potrò forse mai dire che sia stato amore a prima vista: semmai, per me, lo fu a prima lettura.

Giuseppe Pippo Visconti

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