Gabrina

ob_99ca04_1385397-10201543055451495-1854904815-n-jpgI soldati accampati nella nuova ala del castello la chiamavano “vecchia sgualdrina”. Ma lei non si sentiva affatto vecchia. Alcuni di loro avrebbero potuto essere suoi figli per l’età, ma a una madre certe cose non le avrebbero di sicuro raccontate mai: non avrebbero in nessun modo mancato di rispetto né, tanto meno, piantato la testa tra le cosce calde in cerca di un’umida consolazione. La chiamavano “sgualdrina” mentre scherzavano tra di loro giocando a dadi o lucidando le spade; la cercavano con dolci parole quando erano vinti dalla nostalgia di casa o bisognosi di qualche carezza esperta, senza il pericolo di scomodi parenti tirati in mezzo o quello di dover sborsare denari. Il suo vero nome, Gabrina, lo conoscevano in pochi in quelle stanze che sapevano di piscio e sudore, eppure a tutti bastava una smorfia o l’accenno di un passo da zoppo con la mano sull’uccello, per evocarla chiaramente a qualsiasi interlocutore nei paraggi. Da quando era entrata nelle grazie del nuovo giovane Signore, scendeva sempre più raramente dai soldati: prima era suo compito accertarsi che i secchi d’acqua ne contenessero sempre di fresca. Ora poteva permettersi il lusso di prender sonno nel salone delle feste, mentre qualche musicista riempiva le sere di musica. Di strazio, pensava lei. Il suo nuovo e insperato protettore le aveva fatto avere abiti degni, qualche gioiello veneziano e una stola di pelliccia di marmotta, così da stare sempre pulita.

Da quando si era diffusa la voce che la peste si trasmetteva lavandosi, non restava altro alle signore che la pelliccia per non dover passare ore a grattarsi. I parassiti e le zecche trovavo più allettante albergare in quella che non tra le trine di una gonna. Bastava avere l’accortezza di farla passare a contatto della pelle, sulla schiena, e farla poi fuoriuscire da qualche apertura su di un lato della veste. Gabrina aveva agli occhi del Signore una dote in più, rispetto alle altre dame della corte: l’età non le avrebbe certo fatto dono di una gravidanza: niente bastardi, niente rivendicazioni o imbarazzi. E la bocca di una donna esperta è sempre preferibile che perder tempo a convincere qualche fanciulla a piaceri che preti e timorati di Dio andavano canzonando come peccato mortale. Gabrina servì a lungo, e bene, il suo Signore da essere pianta di calde e sincere lacrime il giorno che decise di non aprire più gli occhi. Non poteva che essere una sua decisione. Il buon Dio non poteva volerla a sè e il diavolo, per quanto ricco di umorismo, pare non metta becco su simili questioni. Fu nel salone, una sera di musica, mentre il troppo silenzio all’ascolto ricordava a tutti l’improvviso russare di quella serva devota ma poco incline alle arti, che al Signore venne l’idea per un degno omaggio. A metà della scala che univa la parte nobile del castello agli appartamenti dei soldati fece mettere un busto in marmo di Gabrina. Nascoste sotto di esso tre canule in bronzo avrebbero spruzzato dell’acqua addosso a quanti, passando di là, avrebbero tentato di lisciarne i seni prominenti. Per farlo si sarebbero dovuti avvicinare ad una lastra in terracotta sul pavimento, in grado di azionare il meccanismo a pompa per lo spruzzo. Una burla giocosa a far da compagnia all’epigrafe nel marmo:

Gabrina giace qui vecchia e lasciva
qua dal vago zerbin portata in groppa
che, benché sorda, stralunata e zoppa
si trastullò in amor sinché fu viva.

Gianluca Meis

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