Alla salute di Plutone

Plutoni Summano aliisq. dis Stigyis

caronteTutto ciò che ha inizio nel bosco deve finire nel bosco.
Questo non è nemmeno lontanamente il pensiero di Angelo Manea, imprenditore vicentino di classe cinquantaquattro, due figlie all’università, un figlio morto di incidente, dicevano che l’altro fosse ubriaco ma non s’è fatto manco tre giorni di galera il figlio di puttana, non è il suo pensiero perché al momento non ha altro da fare che correre, correre affondando i piedi nel terriccio umido, la pioggia ha battuto incessantemente il bosco durante gli ultimi due giorni e il sole non poteva di certo trapassare le fronde imponenti, lì il dominio è del buio, dell’umidità, dell’ombra, Angelo Manea non è avvezzo all’oscurità, un imprenditore è abituato a fare le cose alla luce del sole, lui poi che non aveva mai fatto un centesimo di nero in vita sua, una vita spesa dietro la piccola azienda edile portata avanti nonostante non spiccicasse una sola parola di italiano avendo imparato da una vita a questa parte solo il dialetto, quel dialetto grezzo e scontroso che non conosce il passato remoto, e come può una terra di venditori, negoziatori e commercianti sopportare il passato remoto?

Il passato remoto sottintende l’irrecuperabilità di eventi trascorsi e un imprenditore non può permettersi il lusso dell’irrecuperabilità, ogni cosa deve essere ritrattabile, rinegoziabile, manipolabile, altrimenti è il caos, il dominio dell’anarchia, ecco forse cosa sta passando per la testa di Angelo Manea, l’anarchia e il caos, dal momento che non ha la più pallida idea del motivo per il quale si trova lì, in mezzo a quel bosco che gli prende tutti i centimetri quadrati di visibilità tant’è nero il nero e non sa il motivo per il quale è inseguito da quel pazzo furioso vestito con un cappotto pesante e un passamontagna come un rapinatore da quattro soldi, “rapinatore da quattro soldi” gli aveva detto, ma in dialetto, quando l’aguzzino l’aveva legato come un salame all’uscita dal suo ufficio, l’altro aveva riso, non era una rapinatore da quattro soldi, dei soldi non gliene fregava un cazzo, ora Angelo Manea corre, incespica, e l’unico pensiero è sopravvivere, sfuggirgli, guadagnarsi un altro giorno su questa terra, anche se all’uscita dall’ufficio il suo proposito era quello di suicidarsi, sì, si sarebbe impiccato in cantina, aveva persino scritto una lettera per le figlie e la moglie, una lettera con quella calligrafia scarsamente istruita e allenata, quei segni quasi illeggibili che dicevano più o meno “non c’è più speranza, sono infelice e non voglio più vivere”, ma allora perché Angelo Manea, imbrattato di fango e muschi, adesso corre in cerca di sopravvivenza? E chi è quel bastardo che lo osserva senza essere osservato, ombra tra le ombre del bosco, confuso tra gli alberi con la vista aguzza e allenata a quel buio infernale, chi è che lo vuole così tanto uccidere, lui che ha deciso di morire e che per questo ora vuole salvarsi, e valla a capire la contraddizione di un omuncolo poco istruito così irrimediabilmente permeato di animalità, ma questo lo sta pensando l’assassino, l’aguzzino, nascosto dietro una delle conifere che fa ombra alla notte, lo pensa osservando la sua preda che rovina giù per un lieve pendio scambiandolo per un burrone, rotola giù con quella pancia nutrita e soddisfatta, un uomo che vuol morire perché quest’anno ha fatturato quindicimila euro in meno, la sconfitta di una vita come se la vita fosse fatturato, come se il fatturato fosse vita, eppure lui ha tutto, una moglie e due figlie, una bella casa senza mutui, forse un’ipoteca ma a chi importa delle ipoteche, oppure: a quale uomo di buon senso importa delle ipoteche quando hai pranzi luculliani in famiglia e una libreria piena di libri mai letti, questo passa per la testa dell’uomo mascherato, il Filosofo, così ama farsi chiamare ma solo da se stesso perché in realtà nessun abitante dei paesini ai piedi del monte è conscio della sua esistenza, il Filosofo perché gli piace conoscere l’abisso dell’animo umano guardandoli dagli occhi di una vittima che se lo merita, e Angelo Manea se lo merita di morire, ma prima di morire si merita di desiderare nuovamente la vita e sì, il piacere, l’eccitazione che il Filosofo prova nel togliere la vita a un uomo che ha deciso di morire ma che, nel momento del trapasso violento, prega per la propria salvezza, quella contraddizione che deride qualsiasi principio aristotelico, quella spettacolare insensatezza che mette da parte qualsiasi sentimento cristiano per dar voce all’animalità priva di intelletto, quell’istinto che emerge e che viene mozzato come la miccia di un candelotto prima di esplodere, quell’eccitazione di uccidere Angelo Manea, e prima di lui le sue altre numerose vittime che avevano deciso di uccidersi per via della crisi e di una polizza sulla vita da centomila e passa euro con la quale volevano tramutare il proprio decesso in un finanziamento, come se la morte fosse un risarcimento, ma a pensarci bene per gli uomini di questa terra la vita stessa è un investimento quindi chi se ne importa di perderla, gli investimenti si perdono, e ah! il dolore nel vedere quella montagna imponente, con la sua gobba di cammello, con quel suo glorioso passato pagano, sapevate sì che sulle pendici del Monte Summano si compivano sacrifici umani, che il dio Plutone imperversava, e così le sue ancelle degli inferi con le fiche infiammate e lame nella pancia di neonati immolati, lo sapevate che i cristiani vennero e rasero al suolo i templi, massacrarono i cultisti, i sacerdoti di Plutone e Summano, i cristiani mangiadio vennero e uccisero gli uomini più forti e potenti del mondo, disintegrando l’anima di una terra che, da allora, si rintanò nelle profondità di questa montagna, prendendo la forma delle trenta orchidee diverse che crescono sulla cima, degli alberi imponenti ebbri del sangue di Plutone e delle sue ancelle ancora vive dentro la terra che ora si prenderà parte della sua vendetta, si prenderà Angelo Manea, sbiadita immagine dell’umanità, un’umanità avida di nulla e pronta solo ad arraffare la precarietà dell’economia, del successo, dell’ego, completamente dimentica del glorioso passato remoto, dei suoi antenati, inghiottita dal tessuto industriale, così chiamano la nuova religione priva di dei, inghiottita dal cristianesimo cannibale, perché è più comodo divorarsi la propria divinità rispetto a diventare il suo pasto, ma il Monte Summano e i suoi boschi stanno riprendendosi ciò che è loro per mano di creature come il Filosofo, vendicandosi sulla carne da macello che brulica sotto le pendici, queste pedine dell’universo che prima o poi fa pagare a caro prezzo la stoltezza, il tradimento di un passato così straordinario, l’amnesia di tutto ciò da cui proveniamo, tutto questo pensa il Filosofo mentre con calma si avvicina ad Angelo Manea che ha pagato fior di quattrini per una polizza sulla vita che coprisse anche il suicidio, “ma non preoccuparti”, dice il Filosofo, “dopo di te andrò a trovare l’assicuratore che te l’ha proposta”, dopodiché il coltello si conficca nella pancia piena di coriandoli rossi che riversa sul terreno ogni goccia di paura, squarciato come un pesce Angelo Manea prega il Filosofo, “non vojo morire!”, così dice, anche se nella sua auto c’è un cappio bello saldo per appendersi alla trave più alta del cielo, e il Filosofo lo osserva con un sorriso nascosto, sente le budella che cadono a terra come la catena di una bicicletta da rottamare, sente il fiato della preda, sa di ferro e terrore, quale terrore poi, hai avuto ciò che volevi, “ma no, non vojo morire” dice l’anima di un uomo che non ha mai conosciuto niente di non negoziabile, e persino la sua decisione di suicidarsi in quel momento diventa ritrattabile, la possibilità di cambiare il passato che, non essendo mai remoto, è sempre a disposizione, “non go mia deciso de comparme” dice lui, mentendo senza saper di mentire, ma ormai il coltello l’ha attraversato come il burro, dai coglioni allo sterno, Angelo Manea si sta spaccando in due per mano del Filosofo, bevuto e divorato dal bosco del Monte Summano, dal passato, dagli dei, dalle fiche infernali di Plutone e le sue sacerdotesse, dal buio e da una terra che non sopporta più l’ipocrisia, e ci penserà lui, ci penserà il Filosofo a trasformare quel macello in una scomparsa di persona così da annullare il contratto con l’assicurazione, ché la morte è morte e non ha niente a che fare col denaro, ché la vita è vita e va sacrificata al dio Plutone, al suo servo Summano, alle orchidee e alle ombre, e tutto ciò che viene dal bosco, persino questo piccolo uomo, persino questo sangue, questo coltello, questo cielo, questi alberi e questo fiato che sa di ferro, tutto ciò che viene dal bosco, “prima o poi deve ritornare nel bosco”.
Il corpo cade floscio, il monte mangia e beve alla salute di Plutone.

Riccardo Dal Ferro

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8 pensieri su “Alla salute di Plutone

    1. riccardodalferro

      è un tentativo di rendere ansiogeno il testo, di lasciare col fiato mozzo il lettore, mi sono ispirato a “L’incarico” di Friedrich Dürrenmatt che ha fatto uso di questa tecnica: ogni capitolo del romanzo è un unico paragrafo.

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  1. CervelloBacato

    Toglie il fiato davvero, su questo hai fatto centro. Per come sono comunque sono sempre un po’ disorientato con stili simili, però qui non ho avuto problemi, ho gradito 🙂 Che poi è inventata di sana pianta il background del monte summano e del suo passato o c’è un fondo di verità su ciò che dici? Perché non ne sapevo molto 🙂

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