Legami

167638_491166538771_79913188771_6047542_2472765_nMonica uscì dall’auto e chiuse lo sportello con un colpo secco, facendo scattare la chiusura centralizzata con un clack e l’ammiccare delle quattro frecce. Era molto tardi, lo sapeva. L’auto nera di Fabio, già posteggiata, la fissava con occhi cattivi. Spostò dietro l’orecchio la ciocca ribelle caduta davanti agli occhi pensando nuovamente che le sarebbe piaciuto tenerli corti, poi attraversò il giardino e si fermò davanti alla porta di casa. Mentre rovistava nella borsa per trovare le chiavi provò nuovamente quella sensazione di claustrofobia.
Si era già manifestata qualche tempo prima quando, dopo aver ascoltato alla radio una recensione sul saggio di Virginia Woolf, si era resa conto di non avere uno spazio per sé. Non che volesse una stanza intera ma non aveva nemmeno un angolo, dove potersi concedere del tempo. Persino quando era immersa nella vasca da bagno Fabio trovava sempre una scusa per spalancare la porta.
Poi aveva cominciato a pesarle anche la quotidianità. Ora s’irritava per l’abitudine di Fabio di cambiare canale senza chiedere, si schifava a togliere il grumo dei suoi peli da sotto il tappo del bidet e l’ultima volta che lui aveva finito l’acqua senza rimettere una bottiglia nel frigo, le era venuta voglia di urlare.
Si sentiva osservata, come se Fabio cercasse di leggere i suoi pensieri. A volte alzava di scatto lo sguardo dal libro e lui era lì che la fissava muto, invece che guardare lo schermo del televisore. Quando accendeva il PC per sbrigare un po’ di lavoro da casa lui, magari con la scusa di un bacio, trovava il modo per dare una sbirciata al monitor. Un paio di volte aveva anche trovato il cellulare spostato rispetto a come ricordava di averlo posato.

Trovate le chiavi aprì la porta. Respirò a fondo e le arrivò il profumo dolciastro della pipa di Fabio. Lui non diede segno di averla sentita. Era piantato davanti alla finestra con le mani chiuse a pugno. Monica represse l’istinto di riaprire la porta e scappare via. Notò anche che i capelli sulla nuca di Fabio cominciavano a diradarsi e la sorprese un’antica tenerezza.
Sgusciò fuori dalle scarpe restando a piedi nudi sul pavimento di legno e sfilò dal collo il foulard di seta.
– Ti sembra l’ora di arrivare? Dove cazzo sei stata?
– Sssst non parlare. – gli sussurrò da dietro le spalle, facendogli scivolare il foulard sugli occhi e annodandoglielo sulla nuca.
Così bendato, lo spinse a sedere sul divano. Poteva quasi leggergli nel movimento delle rughe sulla fronte il susseguirsi di dubbio, rabbia e desiderio. Sollevò la gonna e si sedette a cavalcioni sulle sue gambe, strofinandosi. Gli prese le mani, l’obbligò ad aprire i pugni e si mise le sue palme sui fianchi.
Lui le lasciò lì, rigide.
Monica sfiorò il foulard sugli occhi di Fabio. Era liscia la seta, liscia e molto resistente. Si sarebbe potuto farne dei nodi. E con quelli, stringere forte. Spostò le dita dal foulard chiudendogli il viso tra le mani, in una parentesi calda. Lentamente con gli indici cominciò ad accarezzargli piano le rughe sulla fronte, spianandogliele fin quando la fronte tornò distesa.
Le mani di lui, ammorbidite, cominciarono ad accennare una carezza.
Allora Monica cominciò a baciarlo piano, con dolcezza.

Un’ora dopo, nuda nel letto, Monica fissava il soffitto ascoltando Fabio fischiettare sotto la doccia. Girò la testa per guardare l’ora e i capelli le scivolarono sull’occhio.

– Domani. – si disse, mentre li spostava dietro l’orecchio – Domani ci darò un taglio. Di quelli netti.

Manuela Barban

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