Hypnos

Hypnos imageSolchi profondi sulla pelle, catene arrugginite che mi paralizzavano i polsi e le caviglie, delle grate spesse e una stanza buia. Ero felicissimo: avevo sempre sperato di fare un sogno di questo tipo e ora lo stavo vivendo. Non sentivo il dolore delle ferite e non riuscivo a parlare, avevo soltanto la percezione di essere in pericolo e questa cosa mi piaceva da morire! A volte è veramente noioso essere un secchione, capace di risolvere un esercizio di matematica in un batter d’occhio. Bravo anche con i problemi, quelli della vita intendo, ma solo a non farseli mai mancare. Le grate sbattevano, le catene vibravano, quando una voce ruppe il silenzio nella stanza. Ecco la mia sveglia, la voce era quella della mamma. No! Un’altra giornata di scuola, di monotonia. Cercai la chiave immaginaria per aprire le catene e richiamai i poteri dei miei fantasmi immaginari per attraversare le grate e farmi magicamente trovare dalla mamma sul letto. Questa volta sudato, così lei non avrebbe più potuto dire che non ero capace di provare i brividi dell’avventura.
Le gocce di sudore scendevano veloci, sempre più veloci. I miei capelli erano completamente zuppi. Non trovavo quelle maledette chiavi! Ora sentivo veramente dolore. Nel mio sogno così reale, ora riuscivo anche a parlare. Sarei mancato alla mamma: non ero più nel mio letto. Non era più un sogno. Per la prima volta ho iniziato ad avere paura e quelle voci cupe e grosse si facevano sempre più intense. Le sentivo ancora più vicine a me. Mi girai verso il muro sporco, nell’angolo c’era una crosta di pane mangiucchiata, ai cui margini era rimasta soltanto una nuvola di mollica. La presi e la nascosi sotto la veste. Un’ombra nera e sfuocata mi si avvicinò e di colpo mi trovai in un’altra stanza. Una forte luce a led mi impediva di aprire gli occhi, che si ridussero ad una sottile fessura. Mi guardai i polsi e, dove prima c’erano gli anelli di ferro delle catene, ora spiccavano due tagli profondi, sporchi di sangue incrostato. Mi fecero sedere su una sedia e iniziarono la tortura.
Da quel giorno, ogni giorno le ombre assassine si divertono a martoriarmi, mentre la mia schiena non fa che collezionare cicatrici e la mia anima veleno. Mi frustano ridendo e sghignazzando tra loro, urlando di piacere ad ogni colpo di mano. Violentano il mio corpo come se giocassero con un pupazzo di pezza. Si eccitano a sentire il mio dolore ogni volta che urlo, ogni volta che mi dimeno. Quando ho cominciato a vagare in questa dimensione ero molto piccolo, ma abbastanza grande per capire quanto mi era necessario farlo. Anche nel mostruoso sogno da cui non riesco a tornare, mantengo la capacità di immaginare. La notte vago per Holeland, una cittadina che si affaccia sul mare di un porto dove ci sono tantissime fogne scoperchiate e questo rende molto difficile camminare per strada: ecco perché molto spesso volo. Ho ali invisibili incastonate nelle due grandi cicatrici che gli aguzzini mi hanno fatto all’altezza dei polmoni. Come quelle di certi uccelli marini, sono completamente impermeabili e mi permettono di immergermi ogni volta che voglio nell’acqua verde e rassicurante del mio porto mentale. Ho molti amici a Holeland. Sono gli abitanti della notte, minuscoli come falene e dall’aspetto di piccoli roditori. Molto spesso li stringo tutti sotto le mie grandi ali e faccio vedere loro la città dall’alto. Da soli non potrebbero mai fare una cosa del genere, non possono volare e sono costretti a correre continuamente lungo i cunicoli delle fogne buie. In cambio, loro accarezzano le mie ferite e le fanno guarire più velocemente. Non sono più potuto tornare a casa.

In verità, ora non so più neanche molto bene cosa sia, una casa. Forse qualcosa che ti fa sentire al sicuro, che ti conforta. Una specie di pensiero felice. Un magico oggetto dei desideri. Se è questo, allora io ne ho uno tutto mio. Lo metto ogni giorno sotto la mia veste, nel cuore e nei pensieri, prima della tortura nella stanza a led, e ogni notte lo scruto dall’alto, come se lo sorvolassi. E’ Holeland, la città del sogno nell’incubo: che strano, ricorda la mia crosta di pane dalla mollica bucherellata e con il bordo dipinto da una sottile striscia di muffa, cangiante di blu e verde.
Nel corso di questa mia vita, però, non sono stato solo a Holeland. Ho visitato molti luoghi e conosciuto tante creature diverse. Mi ricordo di una in particolare: si chiamava Drudi e abitava le calde spiagge del deserto africano. Non saprei definire bene la sua natura, ma posso dire che era differente da tutto ciò che fino a quel momento avevo potuto conoscere. Aveva il corpo di un camaleonte e la testa di fata. Mi insegnò in poco tempo a mutare il colore della mia pelle per riuscire a mimetizzarmi. Usai questo suo dono per nascondermi da tutto ciò che non volevo mi sfiorasse: ogni pensiero cattivo, ogni uomo malvagio. Riuscii così a sfuggire alle alte temperature del deserto, strisciando sotto le sue sabbie, per poi uscire soltanto di notte, quando tornava a calare il freddo sulla patina dorata del suolo. Con la mia amica mi divertivo per davvero. Spesso mi perdevo nei suoi grandi occhi blu cielo, mentre lei mi raccontava le sue avventure di fatina, di come era prima che i malefici demoni del mondo da cui proveniva si appropriassero del suo bel corpo. Anche Drudi da piccola aveva avuto due grandi ali come le mie. Mi raccontava che si divertiva ad inzupparle nell’acqua fredda delle pozzanghere e poi a farle vibrare, per schizzare i suoi amici folletti dalle lunghe orecchie ricurve. Con lei ero libero, o meglio, mi sentivo libero, fino al giorno in cui se ne è andata, per sempre. Drudi è morta. La vecchiaia l’ha inaridita in un solo istante, perché è così che muoiono le fate. E io non sono riuscito nemmeno a darle un ultimo addio.
Da quel momento in poi, non ho più alternato incubi a bei sogni. Vedo soltanto il nero dei miei pensieri. Ora ho settantadue anni e da cinquantacinque sto trascorrendo la mia vita reale in un manicomio psichiatrico. I medici parlano di una grave patologia mentale, non curabile. Ho spesso allucinazioni e sono continuamente distaccato dal mondo e dalle persone fisiche. Mi somministrano pasticche ogni giorno e io, ogni giorno, le frantumo di nascosto. Loro non lo sanno, ma ho sempre pensato di essere normale. E ho sempre avuto una sola, profondissima, convinzione: sono gli uomini incapaci di sognare a occhi aperti a non possedere il senso della vita. Pensare soltanto alle cose reali impedisce di provare sentimenti intensi ed emozionanti. Sentimenti folli. Così necessari. Ho bisogno dei miei sogni e dei miei incubi, di Hypnos, la dimensione che mi ferisce e mi costringe a volare. Chi non evade mai dalla realtà è condannato a una morte eterna. Io, invece, vivrò per sempre.

Ludovica Bigozzi classe 4C liceo scientifico G.Marconi Grosseto progetto Scuola Twain #piovonoparole

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