Sobre ‘El Canto del Caballero (diferencias)

imageSi fa presto a parlare. Madre di Dio. Ma che ne sanno, loro? Verginale: cosa è, dunque, un verginale? Un oggetto che fa musica. È forse il contrario di qualcosa di carnale? Come posso saperlo, io? Una vera donna non l’ ho mai avuta , non l’ho mai toccata.
Dunque non so cosa sia, qualcosa di carnale. Suono e accarezzo questi oggetti che si muovono. Dovrei dire tasti, Madre di Dio. Ma io non so che cosa sono i tasti. Io sono il povero cieco, il fenomeno, il mostro di natura che per natura si distingue. Un genio, dicono.
Ma se non so distinguere niente. Cosa ne sanno, loro, delle differenze? Dicono che i tasti siano neri e bianchi. Ma che cosa siano, io davvero non saprei dirlo.
Se il nero è male allora è uno degli schiaffi che mi davano da piccolo.
Burrito, stupido cieco, mi dicevano. Qualcuno tirava pugni. Qualcuno schiaffi. Io non potevo vederli. Ma se il nero è il colore del male, loro erano neri.
E se il bianco è bene, allora i capelli sono bianchi. Quelli di mia madre, li ricordo così.
Potevo attorcigliarli intorno al mio dito indice. Passarne un giro intorno al dito: spirale, si chiama. Quelli di Felipa, la serva, Madre di Dio, com’erano bianchi!
Davano fastidio, a toccarli.
Troppa bellezza da non vedere, pensavo. Dicono sia insopportabile, quando è troppa. Dicono faccia abbassare lo sguardo. Ma io lo sguardo non ce l’ ho.


Venite a sentire quando non c’è, la bellezza. Quando va rubata tra un tasto e l’altro. Perciò non l’ho voluta, Felipa, anche se lei diceva di amarmi. Non la potevo vedere, la sua bellezza. Come avrei potuto starle vicino?
Il Viceré mi vuole alla sua tavola. Dove guardano i suoi occhi, quando il brodo cade dal lato della mia bocca? La sua bocca si piega crudele in un sorriso, oppure pietoso fa un cenno al cameriere, che mi asciughi?
Dove vanno gli occhi degli altri, quando un profumo di donna mi passa vicino, e il mio corpo senza volontà alcuna si tende allora verso la vera vita?
Suoniamo, Madre di Dio!
Suono, infatti, a sfinimento. Penetro questo virginale, l’unico che mi sia concesso. Non è carne la carne che non posso vedere, che non ho mai potuto vedere, Madre di Dio. Eppure posso sentirla!… Ma è la carne degli altri. Sono i loro desideri, non i miei. Io suono per questo. Parlo con i desideri degli altri.
Questa ragazza qui accanto è appena diventata donna, posso sentire l’odore del suo sangue immaturo e la sua vergogna. Mi sporcherò? Ho l’abito bianco. È questo, che pensa.
Ma dietro quel sangue ce n’è un altro, già pronto, che viene subito dietro quello del primo pensiero. Sarà un desiderio di nozze e il suo primo grande dolore.
Chissà se è bella. Se ha i capelli bianchi come Felipa e mia madre. E chissà se l’uomo alla mia sinistra la sta guardando. Lui profuma di caccia e di spari. Non c’è polvere di iris che tenga. Si è lavato, ma profuma di morte. Perciò è nero.
E dunque l’attirerà a sé.
Il bianco e il nero, Madre di Dio! È così semplice. I tasti, la vita. Ascoltatemi, e io ve lo dirò con la mia musica, com’è fatto, il mondo che non ho. Vi racconterò l’uomo e la donna. Le differenze.
Io non ho colore. Dicono perché sono un angelo. Senza sesso, appunto. Come il fantoccio di un bambino. Sono un genio, sussurrano. Volo. Non ho colore. Nessuna differenza. Non oscillo tra gli estremi della vita.
Vivo solo tra i tasti di un virginale. E qui muoio, Madre di Dio, appena la musica tace.

Roberta Lepri

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