Il Titolista

caretteri-mobiliTrenta caratteri in prima, qualcuno di più nelle pagine interne. Compresi spazi e punteggiatura. Alla regola si poteva derogare in caso di fatto eccezionale: la morte di un Papa, un omicidio eccellente. Qualche strage per bomba. Ma in linea di massima erano per lo più rapine, liti tra politici o relative correnti e, a seconda delle mode, un’operazione venuta male o un cane aggressivo, quello che in provincia faceva vendere qualche copia in più. Lui pensava al suo vicino seduto in cortile, a quello che gli sentiva dire al postino di passaggio, alle signore di ritorno dal mercato, al pensionato diretto al bar in piazza e poi riassumeva con poco, preparando i suoi fogli per il caporedattore. Gli articoli non li leggeva mai: gli bastava la telefonata col giornalista. O la preoccupazione delle due signore addette alle bozze. Sapeva della crisi perché si era suicidato un piccolo imprenditore della sua zona. Conosceva Monti perché in fila alle poste due anziane avevano protestato col direttore: secondo loro mancavano cinque euro al conto della pensione. Ed era volata qualche maledizione a mezza voce. Venticinque anni a riassumere contenuti, a soddisfare “a naso” richieste di qualunque tipo del suo direttore per ritrovarsi in una statistica che aveva da poco annunciato da sé in uno degli ultimi titoli: “Esondano gli esodati”. In pensione anticipata, gli dissero, con un orologio al quarzo di quelli conservati nella cassettiera della segretaria di redazione e buoni come regalo ad ogni ricorrenza. In pensione anticipata e senza assegno in attesa di chissà quale soluzione escogitata da ministri di cui aveva imparato il nome come faceva da tempo: scrivendo titoli.

Cominciai a dovermene occupare per lavoro. Porto i pasti a domicilio agli anziani. Mi raccontava spesso della sua vita, del suo lavoro. Quel giorno avrei dovuto riferirgli che l’assistente sociale lo cercava per delle comunicazioni. Per poter continuare ad usufruire del servizio doveva contribuire alle spese con altri ottanta euro mensili.
All’ingresso fui stordito dall’odore di tabacco e urina. Appena mi allontanai dalla porta, il gatto soffiando prese la via dell’uscita senza aspettare altro tempo. Resistendo ad un conato di vomito mi diressi alla finestra spalancandola. La luce parve sorprendere riviste e giornali sparsi un po’ ovunque. Ingialliti da tempo nel buio, a ristagnare col loro carico di parole sottolineate, evidenziate, ritagliate e appese disordinatamente alle pareti. Una fitta rete di intrecci di piccoli ritagli. Un puzzle minuziosamente realizzato ad estrema e ultima somiglianza del proprio autore, il quale giaceva riverso a terra, con ancora accanto forbici e colla:

Detenuto condannato per aver detto “Carabiniere” a una guardia.
Svaligiato negozio di valigie.
Si è spento l’uomo che si è dato fuoco.
Solita conferma: Il fallo da dietro è da espulsione.
Fa marcia indietro e uccide il gatto. Fa marcia avanti e uccide il cane.
Fermi tutti è una rapina! Non gli credono e lo picchiano.
Sordomuto tenta due rapine ma non riesce a farsi capire.
Divorziato fa causa alla moglie. Vuole i trenini del figlio.
Bimbo conteso tra due padri. Effettuato il test del DNA: è di un terzo.

Troveremo i soldi per le pensioni degli esodati, tassando le pensioni tra i duemila e i duemilacinquento euro.

Gianluca Meis

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