Start up! (seconda parte)

imageLa città era tutta per noi. Andammo ai giardini per bere alla fontanella. Il panino aveva messo al Biscio una sete incredibile. Il sole del tardo pomeriggio tagliava il cielo cominciando a proiettare ampie ombre sulle facciate dei palazzi, stemperando il calore delle lamiere dei garage, delle ringhiere sui balconi. Era l’ora in cui le signore cominciano a riavvolgere le tende, ad innaffiare i fiori nei vasi. La prima, come al solito, fu la vecchina del primo piano all’angolo di via Aquileia. La guardammo per la millesima volta compiere i soliti gesti.
Ma adesso era tutto diverso. In mano, in testa, avevamo l’idea che avrebbe cambiato per sempre le sorti della città, donando benessere e gloria a quei luoghi tanto familiari da sembrarci chiusi dentro a una bolla di sapone. Attaccate ai tronchi dei tigli, le cicale cantavano. Sollazzandoci al pensiero di diventare famosi, ci sdraiammo sulle nostre panchine preferite. Partendo dall’angolo formato dalle vie Sicilia e Calabria, la mia era la terza in senso orario, quella del Biscio la quarta. Io avevo scelto la terza perché era la più pulita, Il Biscio, invece, aveva scelto la quarta perché a differenza delle altre un grande arbusto la nascondeva un po’ dalla strada. Al Biscio piaceva moltissimo, pure se gli mancava una delle barre di ferro, quella proprio in cima allo schienale.
Di comune accordo, avevamo deciso che quella notte l’avrei passata da lui. Il suo babbo possedeva una nuovissima macchina da scrivere: da quei tasti sarebbe uscita la versione ufficiale del progetto. L’aveva detto anche Il Biscio che non c’era tempo da perdere, qualcun altro pronto a fregarti l’idea era sempre in agguato.
Giunse così l’ora del tramonto, e il caldo s’attenuò quasi all’improvviso. Il sole sparì dietro alle case che portavano alla stazione, mentre il viale della Pace, con tutti quei platani e la grande carreggiata d’asfalto, si accese di verde scuro e grigio. Io e Il Biscio riposavamo beati. Non saprei spiegare il motivo per cui eravamo soliti metterci con la testa rivolta verso via Sicilia, certo è che quel giorno, almeno per Il Biscio, fu davvero una fortuna.
Inspiegabilmente, da un alto ramo sopra le nostre teste, qualcosa si staccò, cadde in picchiata e andò a sbattere proprio sopra ai suoi piedi, facendogli cacciare un urlo dallo spavento. Lo vidi fare un balzo incredibile, di almeno tre metri. Poi tutto si acquietò. Il Biscio, allungando quel suo magro corpicino, guardò sopra la panchina tenendosi a debita distanza.
– Che schifo… – disse disgustato. – Mi sono preso un colpo! È una gazza morta, sarà morta nel sonno e poi è caduta. La sposti tu? – mi chiese.
Io non avevo nessuna intenzione di toccare una gazza morta, così lo esortai a prendere un legnetto e spostarla lui, almeno per toglierla dalla panchina. Un vento fresco e leggero alzò per un attimo il suo pentolino biondo mostrando alla città un piccolo, bianchissimo orecchio. Alzai d’istinto gli occhi al cielo, un certo colore blu e nero tingeva lo spazio aperto sopra al campo da calcio. Era bellissimo, di sfumature che mi sembrò non avere mai visto.
Il Biscio controllò l’orologio: – Forza, è notte, si parte.

Era la prima volta che vedevo la lancetta del mio nuovissimo contachilometri salire grazie a me, ai miei piedi, alla forza che riuscivo ad imprimere alle pedalate. Era la cosa più emozionante che avessi mai provato. Era incredibile. Se rilassavo i muscoli anche di un niente, la vedevo fermarsi e poi ridiscendere lentamente, ed era come un miracolo, perché sembrava conoscere a memoria i miei istinti, perfino le mie paure. Il contachilometri era davvero lo strumento che incarnava la magia della tecnica, forse perfino della meccanica (chi poteva saperlo?), ci aveva per sempre affrancato dalla subordinazione ai grandi, agli adulti. Lungo via Oberdan mi alzai sui pedali e corsi più forte che potevo, stringendo i denti, con il cuore che pompava all’impazzata. In fondo alla leggerissima discesa prima di piazza della Vasca guardai il quadrante: 36 km all’ora. “Cavolo, com’è poco”, pensai. “In macchina sembra di andare pianissimo, invece…” Facemmo il curvone della piazza superando il palazzo delle Poste e per un attimo guardai la nostra futura scuola. Le strade erano deserte, e allora le immaginai in tumulto, liberate per sempre dalla periferia della piccola provincia, traboccanti di americani, di tedeschi e svedesi, di norvegesi, di finlandesi, accorsi per vedere la cosa più spettacolare del mondo. Il Biscio virò come un razzo costeggiando le antiche mura del centro storico, poi, nel breve rettilineo, si alzò in piedi e portò la testa indietro, scaricando l’adrenalina. All’ingresso sul viale Manetti la folla si accalcava sugli spalti. Erano altissimi, e con una specie di ponte si riusciva ad accedere al bastione della Sala Eden, che per l’occasione era stata adibita a ufficio stampa, il più grande ufficio stampa del mondo, pari solo a quello dei Mondiali di calcio.

Il contachilometri andava. “Chissà”, pensavo, “cosa mi dirà la nonna, se riuscirò a spiegarle con parole semplici tutta la complessità di questa cosa, tutta l’importanza.” La strada correva sotto alle nostre piccole ruote, la città dormiva, inconsapevole. Guardavo i palazzi, le finestre spente, i portoni illuminati. Li guardavo, e solo allora mi resi conto di quante persone abitassero la mia piccola città. Quante nonne, quanti bambini, quanti ragazzi potevano mai esserci in tutte quelle case? Sopra di me, la notte e le stelle mi tenevano in scacco. Dentro di me, cominciarono ad agitarsi mille domande, e più tempo passava più quelle aumentavano, s’ingrandivano, e alla fine mi sembrò di perdere il filo delle cose, delle strade. Seppure conoscessi ogni incrocio, ogni singolo scalino, nel mio petto cominciò ad affiorare una specie di paura.
Fu allora che pregai Gesù. E la sua immagine dorata, in cima alla cupola del Sacro Cuore, s’impresse per sempre nella mia mente.

Eravamo sicuri che fossero le otto del mattino, ma in giro non c’era anima viva. Mi ero messo una giacca blu – in realtà era l’unica che avevo -, e un paio di mocassini che mi ero fatto regalare dalla mamma per il compleanno; Il Biscio, forse per un eccesso di protagonismo, al completo indossato per la Comunione aveva abbinato un vistoso papillon giallo del padre che, almeno secondo la datazione da lui proposta, avrebbe avuto la bellezza di trentacinque anni. Ci presentammo così presso gli uffici del Comune. L’emozione mi chiudeva lo stomaco, la cartellina che stringevo tra le mani era impregnata di sudore. Più e più volte avevo ripassato nella mente le raccomandazioni di mia mamma. Arrivati di fronte al gabbiotto dell’usciere tirai un profondo sospiro. Quello ci squadrò. Aveva gli occhi strabici e la mia agitazione aumentò almeno del doppio. Il Biscio sembrava di marmo, era così rigido che invece di camminare disinvolto sembrava scivolare lentamente sul pavimento.
Solo dopo un po’ l’usciere ci disse che il sindaco ci stava aspettando. Salimmo.
La stanza del sindaco aveva dei soffitti altissimi, sicuramente i più alti che una stanza avesse mai avuto. Il sindaco stava di tre quarti, con le mani immerse in grandi cassetti. Ci disse di sederci, di dirgli. Il Biscio non si mosse di un millimetro. Aveva la bocca aperta. Gli tirai di gomito, così lui mi guardò e poi la chiuse. Dalla cartellina estrassi la grandissima mappa della città che avevamo realizzato fotocopiando il TuttoCittà e attaccandone insieme le varie parti. Poi misi sul tavolo il foglio che avevamo meticolosamente battuto a macchina. Avevo la gola molto secca.
– Ecco, – dissi, – questo è il nostro progetto.
– Di cosa si tratta? – chiese il sindaco mentre si girava e apriva la mappa.
– È il progetto più ambizioso che sia mai stato presentato per la nostra città, – dissi tutto d’un fiato. – È il progetto per il Gran Prix, il Gran Premio di Formula 1.

Francesco Serino.

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