Start up! (prima parte)

imageIo e Il Biscio stavamo sempre insieme. Non so che tipo di bene gli volessi, ma non m’importava molto. Era il 1988 e avevamo undici anni, e questo è tutto.
Il nostro territorio comprendeva via Sicilia – dove abitavamo -, la prima parte di via Calabria e la porzione meridionale dei giardini di fronte alla basilica del Sacro Cuore. Fino ad allora, la nostra idea di mondo si era mantenuta piuttosto costante, ma dopo gli esami di quinta subì un primo, grande terremoto. Successe pressappoco così:

Nella piccola e polverosa vetrina della bottega di Attila, il vecchio ciclista in fondo alla via, da alcune settimane era comparso un oggetto miracoloso. L’avevamo scrutato per ore, nei lunghi dopo pranzo domenicali, amandolo fin da subito con grande rispetto. I nostri genitori ce lo avevano promesso in regalo, perciò il giorno dell’affissione dei risultati alla bacheca della scuola ci piazzammo di buon ora di fronte alla serranda della bottega. Più ansioso che mai, Il Biscio andava avanti e indietro sul marciapiede.
Attila arrivò e ci disse subito di portare le bici dentro. Il vecchio, che aveva capelli ricci e neri, una tuta da meccanico blu e un paio di occhiali dal lungo cordino sulla punta del naso, ce li montò in silenzio, scandendo, ogni qual volta cadeva una vite o non trovava un bullone, parolacce molto forti e a volte qualche bestemmia. Al Biscio Attila piaceva proprio per questo, ma eravamo troppo emozionati per ridere alle sue imprecazioni. Non facevamo volare una mosca, avevamo occhi solo per le bici.
Il vecchio finì, si pulì le mani a uno straccio lurido e ce le mise fuori, sul marciapiede. Fu il suo saluto.
Il Biscio si asciugò la fronte con la mano, il pentolino biondo dei capelli riluceva al caldo sole del pomeriggio. Disse che dall’agitazione gli era venuta fame, così salì in casa a farsi fare un panino con la mortadella. Lo aspettai nell’atrio del palazzo. Tornò in un baleno, saltando molti gradini per volta. Aveva la bocca piena e in una mano stringeva mezzo filoncino da cui pendevano grandi fette di mortadella. Gli occhi azzurri, allegri e brillanti, parevano punte di diamante su quel corpicino liscio e biancastro, esile come una cannuccia.
Buttò giù una parte del boccone, che gli vidi passare sul collo.
– È il più grande progetto che abbia mai avuto la nostra città –, disse continuando a masticare. Poi strizzò gli occhi e si dette un colpetto sullo sterno, poi un altro un po’ più forte. Deglutì: – E solo grazie a noi, – precisò. Poi mi venne vicino e con la mano mi scosse la spalla: – Siamo dei geni, lo capisci? Siamo i più grandi, i più grandi di tutti!
Il Biscio dette un morso così grande al panino che non riuscì a chiudere la bocca. Diventò tutto rosso. Io lo guardavo. Dopo alcuni secondi, con immenso sforzo, cominciò a impastare con la saliva e quindi, pian piano, il viso riprese il consueto colore. Masticò a lungo, con grande appetito. Alla fine disse: – Primo, studiare a menadito il TuttoCittà. Secondo, pensare a tutto il resto.
Uscimmo in strada, poggiammo le bici sul cancello del campo da calcio e ci sedemmo sul bordo del marciapiede. Tirai fuori da una tasca una pagina di giornale: – Guarda, – gli dissi, – ho trovato tutte le misure…
Al Biscio gli brillarono gli occhi.
Decidemmo per una media aritmetica. Ma il mio amico era preciso, voleva certezze. Si alzò, ingollò un altro pezzo di panino e andò a suonare al campanello di casa. Rispose la mamma. – Mamma, mi tiri la calcolatrice?
Era difficile sentire ciò che rispose la donna, Il Biscio però si scaldò: – Ma mamma! Non c’è tempo! Dai, su! Tiramela, la stoppo col piede!
Dopo un altro tira e molla, la madre capitolò. Sbucò dal terrazzino del terzo piano. Il Biscio poggiò i resti del panino sul cofano di una macchina e fece cenno alla mamma di lanciare. La calcolatrice volò dritta come un proiettile, e lui, incredibilmente intimorito, cercò di prenderla con le mani. La calcolatrice rimbalzò davanti ai suoi occhi e poi si schiantò a terra, facendo un rumore simile ad una mela che cade dall’albero.

Il Biscio la prese, alzò un attimo gli occhi verso il balcone di casa e poi disse: – No… cazzo! Si è aperta in due… –. E me la mostrò. Lo consolai: – Si farà come gli antichi, Biscio, a settembre andiamo alle medie, saremo in grado di fare due conti!
Serio in volto, Il Biscio si rimise seduto. Dopo circa mezz’ora il lavoro era finito. A quel punto, pieno di sé, gonfiò quei sui magrissimi pettorali in segno di vittoria.
Passammo al TuttoCittà.
– Il TuttoCittà? – mi chiese.
Pensai un attimo.
– Purtroppo non l’ho portato.
Il Biscio mi guardò un po’ deluso. Si rialzò e tornò a suonare al campanello di casa. A rispondere fu di nuovo la madre: – Mamma? Per favore, mi potresti tirare il TuttoCittà?
La sentii dire qualcosa, poi dal citofono uscì un breve fischio seguito da due colpetti. Il portone scattò e il povero Biscio vi sfilò dentro a testa bassa. Lo aspettai. Riuscì poco dopo facendo un gran sospiro, il TuttoCittà in mano.
Concentrati nello studio, discutemmo di molti aspetti tecnici. Era un momento magico. Alla fine scrivemmo su un blocchetto per appunti che mi ero premurato di portare i punti salienti di tutto il lavoro. Li rileggemmo. Ci guardammo e ci stringemmo la mano. Eravamo stati attenti a tutto, la nostra ex maestra sarebbe stata orgogliosa.
Il sole brillava sopra la facciata del Sacro Cuore, la grande cupola rifletteva la luce come uno specchio. Sulla cima, dorata e maestosa, la statua di Gesù appariva lontana come il cielo, quasi indefinita. Mi ritrovavo spesso ad osservarla, ammirato, e ogni volta immaginavo in che modo, tanti anni prima, l’avessero portata fin lassù. Che tipo di gru avevano usato? O forse l’avevano issata tramite carrucole da un’impalcatura all’altra? Erano domande alle quali non riuscivo a rispondere. Di fianco all’entrata della chiesa, sul viale della Pace, c’era l’ingresso per il salone seminterrato dove ogni tanto organizzavano delle feste. Io e Il Biscio ci andavamo sempre per carnevale. In fondo al salone, che era veramente molto grande, si trovava un palco e sul lato sinistro di questo una porta che conduceva ad una saletta adibita per i videogiochi, sempre piena di ragazzi. A me, al contrario del Biscio, non importava molto dei videogiochi, c’erano però, nel corridoio adiacente che collegava la saletta con gli spogliatoi del campo da calcio, alcune vecchie fotografie della chiesa, ed erano quelle che mi interessavano: grandi fotografie in bianco e nero che sembravano stampate sul legno, ed erano vecchie, anzi, vecchissime. Ero letteralmente innamorato di quella scattata dall’elicottero che ritraeva il Sacro Cuore dall’alto, in cui si vedeva la chiesa in costruzione con un buco gigante al posto della cupola. In un’altra invece c’era scritto “Consacrazione 26 aprile 1958” e ogni volta mi ci soffermavo per vedere se in mezzo a tutta quella gente riuscivo finalmente a scovare la mia nonna. L’ultima raffigurava la chiesa finita, con la misteriosa statua già installata che riluceva a quel lontano sole primaverile. Non è che fossi molto religioso, in fin dei conti a me piaceva la chiesa perché era davvero enorme e aveva le campane di gran lunga più grandi e belle di tutta la città. Quando suonavano vibravano sempre i vetri di casa, e col Biscio una volta riuscimmo a sentirle nitidamente perfino dall’argine del fiume, dalle parti della Steccaia, dove ci eravamo spinti in cerca di lucertole giganti da sacrificare per alcuni nostri esperimenti.
Era per tutto questo che all’altezza della basilica, situata perfettamente al centro del viale della Pace, secondo il mio punto di vista dovevamo collocare il palco delle autorità. Era un luogo che tutte le altre città ci avrebbe invidiato, saremmo diventati famosi in tutto il mondo. Il solo pensiero mi trasmetteva un’emozione incredibile, ed ero già lì che vedevo mamma abbracciarmi forte, baciarmi sulle guance, sulla fronte, complimentandosi per quel grande, grandissimo progetto che avevamo realizzato.
Le persone si sarebbero affacciate dalle finestre dei palazzi, i balconi addobbati a festa. Dalle fioriere il vento avrebbe diffuso dappertutto il profumo dei giacinti e delle rose. Sarebbe stato bellissimo, fantastico.

I piccioni, intanto, tubavano nascosti sotto alle altissime grondaie della chiesa.
– Allora, – dissi, – la zona sotto agli alberi, quella di fronte alla canonica, è perfetta per metterci il palchetto d’onore. Al primo posto ci sarà il sindaco. Poi il comandante dei Carabinieri, quello della Finanza, quello dei Vigili Urbani, dei Vigili del Fuoco…
– E quello della Forestale? – chiese Il Biscio preoccupato.
– Certo. Tutti i comandanti. È un evento troppo importante per dimenticarsi qualcuno.
– Anche gli assessori, – precisò.
– Certo. Tutti. Non si possono mica fare preferenze. All’inizio, pensavo ad una specie di parata…
– Sì, sì, giusto! – esclamò alzandosi di scatto. – E ci saranno anche dei camioncini con un sacco di cose da mangiare. Assolutamente. Almeno due, o forse anche tre… con gli hot dog e i pop corn di quelli giganti, hai visto, quelli enormi così – e allargò le braccia -, perché magari vengono anche un sacco di americani e loro, hai visto, ne mangiano a quintali… come noi mangiamo il pollo con le patate al forno. E poi, poi… ci vogliono assolutamente anche i panini con la mostarda. Eh sì, per forza. Quelli ci vanno matti per la mostarda –. Il Biscio annuì tra sé. Poi fece uno scatto improvviso con quel suo collo magro, il pentolino biondo tremò tutto. – E il burro di noccioline? Cacchio, e mica possiamo dimenticarci del burro di noccioline! Gli americani lo mettono da tutte le parti! Ci vanno completamente fuori di testa!
Già, erano tutte cose che non potevano dimenticare.
– Cavolo, oh cavolo… – cominciò a lamentarsi. – Gli americani sono troppo esigenti… Ce la faremo?
– Biscio, stai calmo, – dissi poggiandogli una mano sul ginocchio. – Dobbiamo comportarci da professionisti, o non ci prenderanno mai sul serio.
Ripensai alla foto del Sacro Cuore in costruzione, e immaginai la nostra piccola città al centro del mondo, invasa dagli americani, dagli australiani, da tutti. Mi vennero in mente i giapponesi. Sarebbero giunti a frotte, sicuro. Lo dissi al Biscio, che si mise le mani nei capelli. Quei gomiti a punta, al riverbero della luce, parevano ossa senza pelle.
– I giappo! I giappo!… – cominciò a piagnucolare. – E chi ci pensava! E ora?… Forza, scrivi, – mi disse poi con risolutezza. – Allora, le cose che dobbiamo assolutamente ricordarci sono: pesce fresco; hai visto, i giappo sono letteralmente impazziti per il pesce crudo, anzi, lo hanno addirittura inventato… Poi, tappetini per farli sedere per terra; come saprai i giappo non si siedono come noi. Vuoi fare figurette? Quelli mica hanno il nostro senso dell’umorismo. Non ti ricordi le foto nel sussidiario?
Non me le ricordavo, ma quel giorno, per la prima volta nella mia vita, sentii che avevo deciso di fare qualcosa di grande, qualcosa da adulto, a cui mai e poi mai avrei rinunciato.
Successivamente ai giapponesi discutemmo sulle abitudini dei tedeschi, dei francesi e degli spagnoli, rimandando certe decisioni a dopo una breve consultazione dell’enciclopedia. Per fare bella figura dovevamo essere pronti a tutto. Decidemmo perfino di allertare il prete, caso mai qualcuno avesse espresso desiderio di confessarsi o fare la comunione cristiana.

Francesco Serino (continua…)

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