Spaventosi dettagli

imageL’opportunità di cambiare la mia vita arrivò alle nove di mattina di una cupa giornata di febbraio del 1687. Un paggio infreddolito, con una lettera nella mano guantata, si presentò alla porta della mia casa, che si trovava poco lontano da Beauvais. Lo ammetto, la prima cosa che notai fu la fattura raffinatissima della busta chiusa con la ceralacca. Emozionato, presi la missiva e congedai il paggio. Il mio cuore ebbe un sussulto quando lessi il mittente: avevo ricevuto un messaggio dal più importante produttore di arazzi del paese.
“Gentilissimo signor Emile Lemaire,
Vi scrivo per richiedere le vostre competenze di pittore. Ho deciso infatti di affidarVi un incarico molto importante. Dovrete dipingere il ritratto della mia cara consorte, nella maniera in cui Vi verrà indicato. So che non avete una fama ancora consolidata ma ho comunque fiducia nelle vostre capacità.
A questo scopo, siete pregato di presentarvi domani in Rue des Clements.
Se accettate, riceverete un compenso di due scudi per giorno lavorativo.
Con i miei rispetti,
Jacques Gautier.”

Per qualche momento restai senza fiato. La mia poco fortunata carriera forse avrebbe potuto subire una svolta. Il motivo per cui non riuscivo ad affermarmi come artista era che le persone non si fidavano di me. Avevo una cattiva reputazione da quando le guardie, trovandomi a vagare vicino al fiume completamente ubriaco, mi avevano arrestato. La gente non poteva capire, le idee migliori per un quadro mi venivano solo al calare della sera e con l’aiuto di qualche bicchiere di vino. Di tanto in tanto avevo anche delle allucinazioni ma appena la mia mente si rischiarava, in un attimo tornavo ad essere l’uomo un po’ strano ma alla fine innocuo che tutti conoscevano. Le ricche famiglie borghesi di Beauvais però non mi affidavano quasi mai incarichi: avendo a disposizione molto denaro da spendere, preferivano servirsi di pittori più famosi e di buona reputazione. Questa poteva essere la mia occasione di riscatto. Sicuramente, grazie al ritratto della moglie di Jacques Gautier, noto produttore di arazzi dai colori meravigliosi e grande appassionato di arte, avrei acquistato rispetto. Volevo assolutamente fare una buona impressione su questa famiglia.
Il mattino dopo mi recai all’appuntamento. La casa dei Gautier si trovava in una delle vie più belle di Beauvais, e il gusto artistico del padrone di casa s’intuiva già dalla facciata. Quando entrai, fui accolto da una domestica dal viso grassoccio, che mi scortò lungo il corridoio. Mentre camminavo tenevo gli occhi fissi sulle pareti, ricoperte da enormi arazzi con fantasie esotiche: adesso capivo perché monsieur Gautier nella propria arte era considerato il migliore. Giungemmo davanti alla porta dello studio del padrone di casa. La domestica bussò piano e mi lasciò entrare.
– Buongiorno. Sono contento che abbiate accolto la mia richiesta – disse Gautier. Era alto e robusto, probabilmente sulla trentina. La cosa che più mi colpì di lui furono gli occhi, scuri ed estremamente mobili, pronti a incamerare ogni immagine proveniente dal mondo esterno.
– Lieto di fare la vostra conoscenza, monsieur. Sono al vostro servizio, pronto a dipingere quello che mi avete richiesto. –
– Già, meglio non perdere tempo. Il ritratto che desidero dovrà essere molto grande, come grande è l’amore che provo per mia moglie. Venite con me. –
Il mio committente mi guidò per il palazzo. Era impossibile non guardarsi intorno: ogni dettaglio denotava gusto per le cose belle e costose. Vasi di fiori, busti marmorei di dee greche, candelabri splendenti, e naturalmente arazzi di ogni dimensione e fantasia.
Arrivammo nel salone, dove erano schierati tutti i famigliari di monsieur Jacques. Venne subito verso di me una donna giovane con una pettinatura elaborata: pensai che potesse essere lei il soggetto del mio quadro.
– Questa è madame Delphine, la mia adorata moglie.- disse il signor Gautier.
-Bonjour- sussurrò lei, facendo un piccolo inchino.
-Bonjour madame, sono onorato di fare la vostra conoscenza.- le risposi e nel frattempo la osservai. Non doveva avere più di venticinque anni. I capelli biondi e gli occhi color del cielo la rendevano simile a un angelo. Indossava un abito da casa verde smeraldo, e lo portava con una grazia indicibile. I miei pensieri su di lei furono interrotti dagli schiamazzi di quattro bambini che si fecero avanti per essere presentati.
– Figlioli, salutate il signor Lemaire.- monsieur Gautier aveva un tono di voce molto tenero. Si capiva che amava immensamente la propria famiglia. I due maschietti e le due femminucce, di età compresa tra i dieci e i due anni, obbedirono al padre. Appena terminati i convenevoli, scapparono a giocare.
-Abbiamo anche una domestica, una bambinaia, una cuoca e due paggi, ma ora sono impegnati nella preparazione di una cena di gala che daremo questa sera. Li conoscerete più tardi. E’ giunto il momento di passare nel mio studio per parlare del quadro. Vieni, cara.- disse Gautier, prendendo sotto braccio la moglie.
Mi vennero perciò comunicati in modo minuzioso i particolari che dovevano assolutamente comparire nel dipinto.
-Desidero essere ritratta nella mia stanza personale, dove conservo alcuni strumenti musicali e numerosi libri di poesie. Il quadro dovrà rappresentarmi seduta alla scrivania e intenta a comporre poemi. – disse la signora.
-Vedete, Lamaire, questo quadro è un regalo per il compleanno di mia moglie, quindi il mio unico volere è che siano soddisfatte tutte le sue richieste.- precisò l’uomo.
Iniziai subito il mio incarico. Monsieur Jacques ci accompagnò nella camera della moglie e ci lasciò soli perché doveva occuparsi degli affari relativi al proprio commercio.
-Bene – dissi appena entrato nella stanza – Vedo che la scrivania è vicino alla finestra. Questo è un grande vantaggio, nelle ore mattutine avremo una splendida luce. Vi chiedo di sedervi come fate sempre.-
Madame Delphine seguì le mie indicazioni. Prese una piuma d’oca in mano e fece finta di scrivere.
-Adesso vi chiedo la cortesia di spostare i capelli su un lato del collo: in questo modo potrò dipingere al meglio il vostro volto.-
La donna seguì i miei suggerimenti. Il soggetto era adesso pronto per essere dipinto. Mi sistemai davanti al cavalletto che era stato preparato per me e iniziai il disegno preparatorio. Cinque ore passarono velocemente. Alla fine della mia giornata lavorativa lo schizzo era pronto e avevo già iniziato a stendere il colore di fondo. Monsieur Gautier mi congedò.
-Preferisco non vedere il quadro durante la sua realizzazione. Sarà bello avere la sorpresa finale.- disse.
Tornai un paio di giorni dopo. Io e madame Delphine entrammo nella sua stanza personale. Lei si diresse subito verso la scrivania e cercò di replicare la posizione della volta precedente. Guardando lo schizzo che avevo già fatto, però, qualcosa non mi tornava. La donna appena abbozzata sulla tela non aveva il capo chino come lo ricordavo io, ma lo teneva leggermente alzato, in direzione della porta della camera, che nel quadro non compariva. Pensai che i quadri non si dipingono da soli e che dovevo aver dimenticato la reale posizione del soggetto. Dopotutto, erano trascorsi due giorni. Mi rivolsi quindi alla signora Gautier, dicendole di alzare leggermente la testa, in modo da far combaciare la donna in carne ed ossa con quella del ritratto. Lei non obiettò e il mio lavoro poté tranquillamente continuare. Diverse ore dopo, monsieur Jacques bussò e mi informò che era arrivato il momento di congedarmi. Ancora una volta, i coniugi Gautier non vollero vedere il quadro incompleto.
Giorno dopo giorno, il dipinto prendeva forma. Madame Gautier sedeva alla sua scrivania con la piuma in mano e lo sguardo rivolto verso la porta. Avevo ormai dimenticato la strana sensazione della settimana prima e l’attività procedeva ottimamente.

Il martedì della seconda settimana di lavoro capitò un altro episodio insolito. Avevo chiuso le palpebre un attimo per riposare la vista, e, quando le avevo riaperte, per un unico gelido istante avevo visto che gli occhi della donna nel mio dipinto avevano un’espressione terribile: erano spalancati e sconvolti, e fissavano verso l’entrata della stanza. Sobbalzai sullo sgabello e sbattei più volte le palpebre. Tornando ad osservare il quadro, notai però che tutto era tornato alla normalità.
-Monsieur Lamaire, vi sentite bene? – la signora Delphine si era accorta del mio turbamento.
– S-Si … Non vi preoccupate, continuiamo.- Pensai di aver avuto una delle mie solite allucinazioni: dopotutto la sera prima mi ero ubriacato e avevo passato la notte insonne. Quando mi venne dato il permesso di smettere di lavorare, avevo ormai dimenticato l’episodio. Per rinfrescare le idee, decisi di passare la sera sulle rive del fiume Therain. Riuscii a evitare spiacevoli incontri con le guardie e me ne tornai a casa verso mezzanotte.
Il giorno seguente, mi trovavo di nuovo nell’abitazione dei Gautier. Il quadro era quasi terminato: mancavano solo alcuni dettagli, come le ombreggiature e le sfumature di tessuti e mobili. I coniugi non lo avevano ancora mai visto, ma non avrebbero dovuto attendere molto. Ero felice del risultato e mi sentivo perfettamente a mio agio, certo che avrei avuto il plauso dei miei committenti. Tutto cambiò il giorno seguente, 29 marzo 1687. Avevo terminato il dipinto nella tarda mattinata. Pieno di orgoglio, avevo chiamato i Gautier.
Ci eravamo diretti insieme verso il centro della stanza, dove era collocato il cavalletto. Io ero arrivato per primo davanti al dipinto. Con espressione soddisfatta, avevo lanciato uno sguardo alla tela prima di ricevere il giudizio dei due. Quello che vidi, però, mi lasciò paralizzato. La donna ritratta, che io avevo rappresentato seduta e tranquilla, era ora in piedi e teneva le mani strette sulla testa in un atteggiamento di sgomento e paura. I suoi occhi azzurri possedevano la stessa espressione che mi aveva fatto trasalire qualche settimana prima, e guardavano verso l’uscita della stanza. Aveva la bocca spalancata in un grido muto, che però mi feriva le orecchie, quasi fosse stato reale. La poltrona su cui il soggetto del quadro era seduto adesso si trovava rovesciata a terra, probabilmente a causa del suo alzarsi improvviso. A terra erano caduti anche il calamaio con l’inchiostro e la piuma d’oca. Per un unico terribile istante io vidi tutto questo, ma quando sbattei le ciglia il quadro tornò come era prima. Non poteva essere un’allucinazione, non accettavo l’idea di essere impazzito fino a questo punto … era tutto così reale, che sentivo ancora dentro di me l’urlo della donna dipinta. Non riuscii a resistere un minuto di più: volevo fuggire da quella casa, da quel quadro diabolico e maledetto. Con le mani sulle orecchie e le lacrime agli occhi corsi verso la porta e, quasi alla cieca, percorsi tutti i corridoi che mi separavano dal portone di ingresso. Dietro di me sentivo i coniugi Gautier che mi richiamavano:
-Monsieur Lamaire, tornate qui, cosa vi succede! Il quadro è molto bello e raffinato. Non abbiate tanta paura del nostro giudizio!! –
Evidentemente, essi non avevano visto nulla. Le loro menti lucide si erano limitate a osservare il ritratto di una bella donna seduta alla scrivania, intenta a comporre poesie. Questo pensiero mi diede la conferma della mia insanità mentale. Evidentemente, ero totalmente caduto in balia delle visioni, che in precedenza mi avevano fatto visita in maniera lieve. Non riuscendo ad accettare questo terribile destino, fuggito dalla dimora dei Gautier, andai a rifugiarmi sulla riva del fiume Therain. Rimasi seduto lì per parecchie ore, preoccupandomi di riordinare le idee e di scacciare dalla mente quel pensiero agghiacciante. Mi riscossi solo in tarda serata e tremando tornai verso la mia abitazione. Non mi interessava il pagamento, volevo solo dimenticare quello a cui avevo assistito. Risposi in malo modo anche al paggio, che era venuto a bussare alla mia porta chiedendomi spiegazioni per conto del mio committente. Rifiutai perfino la borsa di monete d’argento che mi porgeva e lo rispedii a casa di monsieur Jacques. Rimasi a letto per i tre giorni successivi con il cuscino premuto sulla faccia, in modo da non sentire i rumori provenienti dalla strada. Pian piano riuscii a riacquistare un minimo di lucidità. E il quarto giorno, finalmente, decisi di uscire a prendere un po’ d’aria.
Non seppi subito dell’accaduto. Mi colpirono mezze frasi su una disgrazia grave che era successa, e perciò mi decisi a chiedere a un ragazzo di passaggio spiegazioni sulle voci che sentivo in giro.
-Ma come, signore, voi non sapete niente? Non si parla d’altro da tre giorni! Il 30 marzo è scoppiato un terribile incendio nell’abitazione dei Gautier, in Rue des Clements! Sono morti tutti: il capofamiglia, la moglie, i loro quattro figli e tutto il personale di servizio! La casa è stata rasa al suolo! Una disgrazia enorme! La famiglia era da poco rientrata dalla messa domenicale e nessuno si era accorto che un candelabro aveva dato fuoco a uno dei loro famosi arazzi … Le guardie non sono arrivate in tempo: hanno potuto soltanto spegnere l’incendio con l’aiuto di secchi d’acqua e recuperare i morti. Se ci ripenso, mi vengono i brividi … Ma ci pensate, quelle povere persone non hanno nemmeno potuto darsi un ultimo abbraccio prima della fine! Le guardie hanno ritrovato i corpi in stanze diverse della casa. Quelli più vicini all’arazzo incendiato sono morti per primi, poveretti. La signora invece era nella propria stanza, al lato opposto della casa … Quando la domestica si è accorta di ciò che era accaduto ha spalancato la porta, gridandole della tragedia in corso. Immagino la faccia che avrà fatto quella povera donna nel sentire che i suoi cari stavano morendo … si sarà messa le mani nei capelli e avrà urlato, suppongo … dicono che fosse seduta alla sua scrivania e che, nell’apprendere la notizia, si sia alzata di scatto e abbia rovesciato la sedia per terra … forse lei e la cameriera si sarebbero potute salvare calandosi dalla finestra, ma il profondo amore che le legava al resto della famiglia le ha spinte a gettarsi tra le fiamme per raggiungere i loro cari. Che storia triste …. Signore, vi sentite bene? Siete così pallido! Mi dispiace di avervi turbato … beh … non posso trattenermi oltre, arrivederci … –
Rimasi immobile nello stesso punto per non so quanto tempo. Tra il racconto di quel giovane e quello che avevo visto giorni prima in quel dipinto diabolico non c’era alcuna differenza. Quando rientrai a casa, tremavo in modo incontrollato. Presi tutti i pennelli, i colori a olio, le tele di ogni misura e il cavalletto e li gettai fuori dalla finestra.
Non sapevo che strada avrei intrapreso, quale avvenire mi sarei ricostruito o quale mestiere avrei imparato. Una sola cosa sapevo: non avrei più dipinto in vita mia.

Erica Piccirilli classe 4C liceo scientifico G.Marconi

Progetto Scuola Twain #piovonoparole

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