7 novembre 2010

matilde pioggiaPiove. Clara ha i capelli bagnati appiccicati alla fronte. La guardo. Ormai ha raggiunto la sessantina e la bellezza che la caratterizzava è andata piano piano sfiorendo. Le rughe le circondano gli occhi stanchi, la pelle è spenta, grigiastra. Non è più bella, adesso è una qualunque. È freddo e il cielo è sempre più cupo. Il vento mi costringe a chiudere gli occhi per qualche secondo, distogliendo lo sguardo da lei. Quando li riapro, è sempre al solito posto, immobile, non un movimento, un battito di ciglia, un sospiro. La chiamo. Si gira lentamente, con gli occhi bassi e l’aria di chi non vorrebbe essere dove si trova. Quando ero al primo anno di università mi aveva chiamato, pregandomi di tornare a casa, perché da quando era morto mio padre, non aveva soldi per campare e aveva bisogno di qualcuno che si occupasse di lei. Così diceva. Non è mai stata una donna serena, felice di ciò che aveva. Da quando era successo l’incidente, era sempre in ansia e perennemente triste. Si avvicina con passo pesante, si ferma a tre metri da me, scorre velocemente lo sguardo dai miei capelli alle mie scarpe.
– Con questo tempaccio prenderai freddo e ti verrà la febbre – dice più a se stessa che a me. Lentamente infila la mano destra nella tasca del giubbotto malandato e ne estrae un piccolo sacchetto di carta marrone, chiuso da una spilletta. Me lo porge insicura, poi mi fa cenno di incamminarmi lungo il molo. L’aria salmastra si mescola alla pioggerella fina che bagna la spiaggia alle nostre spalle. Clara si stringe nel suo cappotto verde e si raccoglie i capelli da un lato.
Ricorda solo vagamente la donna che conoscevo qualche anno fa. Adesso ha tutti quegli anni che le pesano sulle spalle, è diventata quasi patetica. In quella donna magra e curva non riconosco più mia madre. In verità sono anni che non so più chi sia. Da ragazzo ho sempre creduto che l’incidente di mio padre l’avesse distrutta completamente, e non mi capacitavo di come una donna con una forza come la sua potesse farsi abbattere così dalla vita. Adesso, a distanza di quindici anni, lei non ha ancora ripreso a vivere. E io mi sono convinto che quell’evento abbia solo tirato fuori il peggio di lei, che adesso è diventato parte stessa del suo carattere.
Apro il pacchettino che mi ha dato, con curiosità e paura al tempo stesso. Dentro c’è un piccolo orologio da tasca color bronzo, con vecchie incisioni decorative. Non funziona. Le lancette sono ferme sulle cinque e venti. Me lo rigiro tra le mani, capisco immediatamente di cosa si tratta. Alzo gli occhi su mia madre, che mi sta guardando. Le mani che tiene al riparo nelle tasche arrivano in pochi secondi ad accarezzarmi il viso con un tocco lieve. Vorrei dire qualcosa in proposito, per lo meno ringraziarla, ma le parole mi muoiono in gola. Come se mi leggesse nel pensiero, Clara mi posa una mano sulla bocca e poi riabbassa gli occhi per scrutare il piccolo orologio.
– Non ringraziare me ma tuo padre. Questo era suo – Lo immaginavo. Continuo a camminare lungo il molo, fissando l’oggettino che ho tra le mani ritrovo vecchi ricordi. Mia madre piange, la sento soffocare i singhiozzi. E io non ho il coraggio di guardarla in volto.


La pioggia comincia a scendere violenta e ci costringe a correre alla macchina. Adesso l’ accompagnerò a casa e poi tornerò alla mia solita vita monotona. Lei non mi chiamerà più e io sarò così orgoglioso da fare altrettanto. E le cose torneranno come prima. Sistemerò l’orologio e lo porterò sempre con me: per il resto, la mia vita proseguirà com’è sempre stata. Lei continuerà a odiarmi per qualche motivo che ignoro e rimpiangerà gli anni andati a male senza poter fermare il tempo. Tornerà a essere un’estranea, lei che è il mio punto di riferimento.
Prima di mettere in moto la macchina, la guardo un’ultima volta. E il suo sguardo mi riporta a quella domenica sera.
Era l’undici maggio del 1995 e mio padre si schiantò con la macchina mentre tornava a casa. Era l’undici maggio del 1995 e mia madre non fu mai più la stessa.

Matilde Goracci, classe 4C liceo scientifico G.Marconi Grosseto

Progetto Scuola Twain #Piovonoparole

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5 pensieri su “7 novembre 2010

  1. #svolgimento Autore articolo

    Matilde, ma tu cosi’ giovane scrivi cosi’ bene?? 😉 Ma allora quando sarai vintage come me non oso immaginare quanto belli saranno i tuoi libri! Grazie per averci regalato un racconto così intenso pieno di #cose e #momenti che fanno riflettere.

    Braverrima a

    Anna wood

    Rispondi

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