Una favola moderna (l’altra danza)

boteroQuando eravamo bambine, ovvero non molti anni fa, io e mia sorella Asia frequentavamo la scuola di danza.
Ad Asia non poteva e non può tuttora fregare di meno della danza. È sempre andata all’accademia solo per fare un favore a mamma e papà, in particolare a mamma, che, d’accordo con la direttrice, ne voleva fare una etoile.
Noi due non sapevamo cosa fosse questa etoile. Per Asia era un’eroina dei videogiochi. Allora stava tutto il giorno a giocare con il telefonino. Oggi pure. Passa la giornata a farsi i selfie, in bagno, in motorino, mentre prepara o prende il caffè, mentre si depila. Sempre. E poi li posta su facebook, instagram, twitter, e chi più ne ha più ne metta.
Io invece credevo che Etoile fosse un nome perfetto per una marca di carta igienica. Uno psichiatra o psicanalista o, secondo la letteratura cinematografica americana, uno strizza cervelli, direbbe che ero rosa dall’invidia. Non rosa nel senso che avevo la pelle rosa come un maiale, nel senso che l’invidia mi divorava tutta, dalle budella ai capelli.
In realtà a me etoile faceva venire in mente la carta igienica profumata. E basta. Non provavo invidia per mia sorella, sebbene fosse stata lei la prescelta per diventare la ballerina di casa, perché era secca come un grissino e la direttrice diceva fosse perfetta, aveva un collo del piede stupendo e un’apertura eccezionale a centottanta gradi, senza bisogno di esercitarsi, per fare la spaccata. Un dono, diceva, una così nasce ogni dieci anni.
Io invece ero sfigata, ero cicciottella e la spaccata proprio non mi veniva a centottanta gradi, mi fermavo un po’ prima.


Oggi le parti si sono invertite. Mia sorella sta sempre seduta con lo smartphone in mano e le è venuto un culo da portaerei, io invece mi sono smagrita. Nessuna delle due fa la ballerina.
Mamma costringeva Asia a frequentare questa benedetta scuola, e io avevo costretto mamma e papà a portare anche me. Non me ne fregava niente se mi sbattevano nel gruppo delle “cozze” oppure se mi mettevano sempre indietro, a me piaceva muovermi sulla musica.
Anche quando non ero alla scuola di danza mi piaceva guardare i film quelli vecchi sui balletti, i musical di Broadway, oppure Ginger Rogers e Fred Astaire. Mi prendeva ogni volta una sorta di frenesia, sentivo la musica che si espandeva dentro di me. Con Ginger e Fred, poi, andavo in visibilio.
Alla fine mamma e papà purché non ballassi più in salotto, e la smettessi di rompere lampadari e soprammobili, mi accontentarono e mi iscrissero all’accademia.
Un giorno come tanti mamma ci accompagnò alla scuola, ma, diversamente dal solito, parcheggiò ed entrò con noi. Che ci fosse una lezione aperta al pubblico non mi risultava. Glielo dissi ma lei mi rispose seccata di non fare troppe domande.
Entrata nell’aula non c’era la mia maestra preferita, quella che ci faceva improvvisare come dei selvaggi. Trovai invece la direttrice, una donna alta come un calzascarpe, magrissima, resa ancora più magra dal fatto che indossasse sempre vestiti neri, mezzepunte comprese, con mani grandi e rugose, come la ragnatela che aveva attorno alla bocca a culo di gallina.
Mi mise in prima fila insieme a mia sorella. Quante cose strane in un giorno solo!
“La variazione per il saggio di fine anno la sapete tutte iniziamo a provare” disse.
Asia mi guardava pallida, con l’entusiasmo di un paziente che sta per entrare in sala operatoria. Poi mi lanciò un’occhiata che tra noi significava: “copio da te”. Io riunii le dita della mano destra in un unico punto e mossi la mano davanti al mento, come dire “che vuoi?” e mi beccai la prima potente sgridata della direttrice: “Questi sono gesti di una scaricatrice di porto non di una ballerina”.
Certamente, come darle torto.
E attaccò la musica.
La melodia si impossessò di me, mi sentii prima piccola piccola, poi grande grande ed erano tutti minuscoli sotto i miei piedoni nelle scarpette rosa, come “Alice nel paese delle meraviglie”. Poi tornai a grandezza normale. Gli altri non esistevano più, io ero oltre il tempo e altrove nello spazio. Mi trovavo in una stanza vuota con tanti fogli che svolazzavano nell’aria, ogni foglio recava una nota e davanti a me un pianoforte con una lunghissima coda e un coniglio bianco che suonava. Sentivo l’aria fresca e leggera e con il mio corpo, con le gambe, con le braccia con il busto, disegnavo a terra e in aria delle figure: una carrozza, una teiera, una nuvola.
“Ma cosa fai? Inventi?”
La voce stridula e anche un po’ goduta della direttrice mi svegliò, come una secchiata di ghiaccio, dal mio sogno.
“Hai fatto tutte le pirouettes dalla parte sbagliata, non hai tirato le punte, sei andata fuori tempo, sei un disastro”.
Ce l’aveva proprio con me.
E tutta la sala mi guardava.
La cascata di ghiaccio dal secchiello dello champagne mi fu utile anche a capire perché mamma ci avesse accompagnate dentro. Evidentemente mentre mi cambiavo deve aver parlato con la direttrice. Altrimenti col cavolo che questa mi metteva davanti.
“Ora per colpa tua, riproviamo da capo. Tutti gli altri, bene”.
Mia sorella mi lanciò un’occhiata a dire “me la paghi” e scosse entrambe le mani davanti al pube a significare “che palle”. Tipico gesto da ballerina. Solo che lei, a differenza di me, non si fece beccare.
La musica era la stessa di prima ma erano spariti tutti. Il pianoforte, il coniglio, i fogli, non li vedevo più. Vedevo solo mia sorella violacea, sembrava le avessero appena tolto un rene. Si muoveva come un metronomo sulla musica, perfetta, austera nella sua capigliatura raccolta, bionda e fine, non sbagliava un passo, alzava la gamba alla grande. Altro che lei copiare da me, ero io che copiavo da lei, se non volevo che questa strega ci facesse andare avanti all’infinito. Diedi un’occhiata allo specchio, tutte copiavano da Asia. Ci muovevamo come una corazzata armata in un’esercitazione. Tutte con i capelli tirati all’indietro e ben lucidi, leccati da un bovino. Tranne me. I miei boccoli castani scappavano sempre dallo chignon. Nell’aria c’era un odore di sudore che non si respirava. E quando alzai le braccia per fare il port de bras vidi nello specchio che pure io avevo le ascelle pezzate. Per un attimo, quando mi giravo, ero tentata di volare anche senza il mio amico coniglio, senza i fogli, senza il piano, ma poi la strega mi guardava male.
Finita la musica.
“Brave bravissime, continuate così”
E a me, per non illudermi: “Meglio, molto meglio, ma non ti distrarre sempre, e controlla i tuoi capelli che ti scappano”.
Ma come si farà a controllare i capelli ricci e ribelli? Una volta ho anche provato a chiederlo. Per carità, le ho visto negli occhi, profondi come una pozzanghera, l’imbarazzo di chi si crede onnipotente ma non sa rispondere alla domanda.
Sarà anche andata meglio ma io non mi ero divertita proprio per niente.
Asia si era fiondata nello spogliatoio, non vedeva l’ora di farsi la doccia e scappare via.
La trovai in lacrime, perché le altre ballerine, dall’animo gentile, le avevano messo il suo amato telefonino sotto il rubinetto. Erano invidiose perché lei era la più brava. Il telefonino fradicio non dava segni di vita. Ogni tanto una riga, come un encefalogramma piatto, ma non si accendeva. Abbiamo anche provato ad asciugarlo con il phon, senza alcun risultato. Asia era in preda a una crisi di pianto, io non sapevo più cosa fare per calmarla e soprattutto per non farla sentire da mamma.
“Mi devi promettere che mi coprirai per sempre, perché io in questo posto non ci voglio venire mai più”. Mia sorella disperata mi sussurrò queste parole nell’orecchio, senza urlare, con una voce roca, diversa dalla sua e gli occhi fuori dalle orbite. Sembrava posseduta dal demonio, mi fece paura più che se avesse urlato. Non chiamai l’esorcista, ma glielo promisi. Si placò perché mi conosce e sa che mantengo le promesse. Infatti la coprii a lezione fino al saggio di fine anno, quando inevitabilmente si scoprì tutto. Mamma e papà diedero la colpa a me per la mancata carriera da Carla Fracci di mia sorella, fino a quando Asia, un po’ più cresciuta, non trovò il coraggio di dirglielo in faccia, che la danza le faceva schifo, che ogni volta ballava con la felicità di una a cui stavano strappando i peli.
Io finii l’anno ma pure io non rividi più il coniglio, i fogli e il piano. Almeno non li vidi più nella scuola di danza, perché ogni tanto vengono a farmi visita.

Miriam Caputo

N.d.A: La prima versione di “Una favola moderna” l’ho scritta nel 2012 e fa parte della raccolta di racconti “La ragazza dagli occhi grandi” pubblicato sempre nel 2012.
Ad oggi l’ho riscritto in questa versione, nuova e diversa.
Lo dedico a tutte le persone che sono sempre oltre il tempo e altrove nello spazio, a coloro che si sentono sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato.

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4 pensieri su “Una favola moderna (l’altra danza)

  1. Mauretto

    Mai fatto danza in vita mia, mai cantato, ma conosco perfettamente la sensazione. E per fortuna quando ero ragazzino i miei non hanno mai voluto farmi diventare un’étoile!

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