La condanna – seconda parte

Tre settimane dopo

10877708_10205647307687921_1079543321_nParcheggiai la macchina a qualche centinaio di metri dal complesso del faro che sormontava Nest Point, nell’isola di Skye, Scozia. Il vento profumava di oceano, e come la prima volta che avevo visitato le Ebridi, mi chiesi come potessero esistere colori così accesi, e quello stacco così netto tra l’azzurro piombo del mare e il verde elettrico dell’erba che quasi come un affronto cresceva sulle scogliere, manco volesse con la sua sfrontatezza sedurre il cielo indaco.
Mi strinsi nel cappotto e camminai verso il faro. Le nuvole correvano a perdifiato nel cielo. Mi sembrava di essere dentro un quadro.
Lo trovai che dalla staccionata fissava il vento frugare tra le pieghe dell’acqua, fumando. Quando mi vide, sorrise e mi strinse forte.
«Sapevo che saresti venuta».
«Ho deciso solo all’ultimo, credimi» dissi affondando il viso sui suoi vestiti, perdendomi di nuovo nel suo odore. Volevo prenderlo a schiaffi, picchiarlo, ma al tempo stesso non riuscivo a staccarmi dalle sue braccia e dal calore rassicurante del suo corpo.
«Mi dispiace… ho cercato di risolvere le cose, ma… non ce l’ho fatta. Alla fine non avevo alternative, se non scappare… li hai mandati fuori pista, ho sentito».
Annuii contro il suo corpo.
«Grazie. Mi hai dato tempo per far perdere le tracce».
«Gli altri dove sono?».
«Brasile, credo… mi hanno detto che ero un pazzo a rintanarmi qui, ma sapevo che saresti venuta. Ci ho sperato con tutto me stesso… Non potevo non aspettarti».


Era lì che ci eravamo conosciuti. In quel faro. Una gita scolastica in Scozia di quasi trent’anni prima. Ci eravamo detti che avremmo passato lì la vecchiaia, se la vita non si fosse messa in mezzo. E nonostante tutto, eravamo di nuovo lì. Contro il tempo, contro la Legge. Quando la poliziotta mi aveva chiesto dove poteva essersi rifugiato, una parte di me aveva implorato che almeno su quello non mi avesse mentito; il mio cuore si era aggrappato all’idea che Mauro fosse alle Ebridi ad aspettarmi, che non se ne sarebbe andato senza di me. Per questo le avevo mentito.
«Mio Dio… siamo due pazzi… cosa facciamo ora?» gli chiesi.
Non mi rispose. Mi abbracciò soltanto più forte.
«Come mi hai trovato?».
«Il pub dove stai dormendo. Ho chiesto di te… mi hanno detto che eri qui, e allora ho pensato di venire al faro».
«Bene… Che facciamo, boh, non lo so… possiamo andare da qualsiasi parte. Possiamo ricominciare. Ho un sacco di soldi…».
«Non sono soldi nostri».
«Ora è troppo tardi per fare gli schizzinosi, Elo. Non possiamo tornare indietro».
«Lo so».
«Mi dispiace averti tenuto all’oscuro di tutto, ma non volevo coinvolgerti… avevo paura, io…».
«Ora non ha più importanza».
Era vero. L’unica cosa importante era che fossimo di nuovo insieme.
Camminammo verso il faro, lasciandoci alle spalle quella situazione e reimmergendoci in vecchi ricordi, compagni di scuola, aneddoti di quando eravamo stati lì per la prima volta. Ridemmo, di colpo più leggeri. Facemmo l’amore in cima al faro con passione adolescenziale, la mente sgombra di pensieri, senza paura.
«Dobbiamo partire stasera stesso» disse Mauro rivestendosi. «Non possiamo rischiare».
«Lo so».
«Ti amo, Elo» disse baciandomi.
«Ci mancherebbe altro» lo spinsi via.
Scoppiammo a ridere e tornammo giù, incamminandoci verso l’auto.
Mi sentivo bene. Mi sentivo giovane, di nuovo. Il sangue non scorreva più, ma semplicemente bruciava nelle vene. Era il brivido del rischio, della fuga. Ma era anche il brivido dell’amore che messo alla prova era risorto più forte di prima.
Quando eravamo a pochi metri dall’auto, due uomini ci vennero incontro.
«Dammi le chiavi» disse Mauro al mio fianco, la voce tesa.
Come se ci avesse sentito, uno dei due estrasse una pistola. La tenne sul fianco, ma lo sguardo… non avrebbe esitato a usarla.
«Don’t do it, mate» disse con marcato accento scozzese.
Il cuore mi si bloccò.
L’altro estrasse un distintivo. «Detective inspector Marcus Sakey, and this is my chief constable… Hands up, guys. Let’s make it neat and clean, all right?».
«Non ci credo…» disse Mauro.
Gli presi la mano e la strinsi con tutta me stessa.
«Cos’hanno detto?» mi chiese.
«Di alzare le mani… vogliono arrestarci».
«Ma’am’» disse l’uomo più anziano aprendo un foglietto. «Chief constable Carla Rame says hi, and sorry… Now, please, come with us» disse rimettendosi in tasca il biglietto.
Ero stata io a portarli lì. In qualche modo la poliziotta l’aveva capito.
«Non può finire così…» sussurrai, stringendogli ancora più forte la mano.
«No».
«Come on, sir, we’re fucking freezin’ here».
«Quanto dista la scogliera?».
Mauro mi fissò e il suo sguardo s’addolcì. «Non lo so, due, trecento metri».
Gli accarezzai le labbra con le dita e per un istante fu come se il tempo si fermasse, lì, nel posto più bello e solitario del mondo.
«No need to make it harsh, ma’am’, c’mon».
Mi alzai sulle punte e lo baciai sulle labbra, poi gli lasciai andare la mano e dissi: «Corri».

Piergiorgio Pulixi

(fine)

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Un pensiero su “La condanna – seconda parte

  1. Vanessa

    Mi aspetto tantissimi colpi di scena e spero di leggere una storia ricca di particolari, capaci di farmi catapultare dentro il libro e vivere in prima persona, questa bellissima avventura. Complimenti, Piergiorgio Pulixi!

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