La condanna – prima parte

10877708_10205647307687921_1079543321_nEra stato così silenzioso nelle ultime settimane che pensavo fosse sul punto di lasciarmi. “Non ha il coraggio”, mi dicevo, “sta prendendo tempo, cercando l’occasione migliore per farlo, magari nel modo meno doloroso possibile”. Ma era un uomo intelligente e con abbastanza anni sulle spalle da sapere che un modo meno doloroso non esiste. Non è mai esistito. Io lo amavo ancora, invece. E tanto. Però, se era finita volevo che me lo dicesse. Per questo avevo insistito tanto per vederlo a pranzo. Avevo deciso di chiederglielo. Basta con la tortura del silenzio. Basta con gli sguardi distanti. Che la smettesse di girarci intorno e la vibrasse quella coltellata. Che mi spaccasse pure il cuore, se era questo il mio destino. Ma basta con quei silenzi.

«Ti starai chiedendo perché ti ho stressato tanto per vederci» iniziai, sottraendolo ai suoi pensieri. «Io… io non so nemmeno da dove iniziare, cosa dire. Però, i tuoi silenzi… voglio che la finisci di tenerti tutto dentro, che se non mi ami più… se è così, voglio che me lo dica».
Silenzio.
Affrontai di nuovo il mio imbarazzo e continuai: «Se hai un’altra… se hai un’altra, va bene, cioè, non è che vada bene, ma… non c’è problema, capito. Però voglio che me lo dica. Non voglio scoprirlo da altri, o ancora peggio da me… Ci siamo sempre detti tutto. Se è finita, voglio sentirmelo dire da te».


Mi guardò come se non avesse ascoltato nemmeno una parola. Mi prese la mano e giocherellò con le mie dita come faceva ai primi tempi, quando ci eravamo appena fidanzati.
«Hai mai pensato di mollare tutto e sparire? Lasciarci alle spalle questa città, tutto quanto? Ricominciare da qualche altra parte… scegliere un posto e riniziare tutto. Io e te e basta… ci hai mai pensato?» chiese, gli occhi sognanti.
Lo guardai stupita. Era davvero come se non avesse sentito una singola parola. Ma un sottile sollievo iniziò a farsi breccia dentro di me. Non aveva un’altra. C’era qualcosa, sì, ma non era un’altra donna. Una parte di me credeva che qualsiasi altra cosa fosse, sarebbe stato più facile affrontarla. E vincerla.
«Cosa stai dicendo? Perché?».
«Perché deve esserci un perché? Non abbiamo il diritto di ricominciare? Cosa ce lo vieta?».
«Non lo so… cioè, non vorrei sembrare insensibile, ma non abbiamo più vent’anni, Mauro. E nemmeno trenta… C’è mia madre che non sta bene, sai… e tra l’altro non è così facile ricominciare alla nostra età, e perché poi dovremmo farlo, poi? Non stai bene?».
Sorrise e mi lasciò andare le mani. Agitò le sue in aria, come a scacciare via del fumo, in segno di scusa.
«Ma sì… Scusami, dimentica tutto. Un semplice attacco di nostalgia, dev’essere l’età… allora, cosa fanno di buono qui?» chiese prendendo il menù, un sorriso artificiale sul suo viso.
Mi fissai le mani vuote, orfane del suo calore. Capii che avrei potuto insistere, ma non sarebbe servito a nulla. C’era qualcosa nel suo sguardo elusivo che mi diceva che non avrebbe accettato il mio aiuto. Qualsiasi cosa stesse attraversando, doveva farlo da solo.
Presi anch’io il menù e stirai le labbra in un sorriso falso, recitando anch’io la sceneggiatura della coppia perfetta.
In seguito non me lo sarei mai perdonata.

Nei giorni successivi cercai di non pensare a Mauro e a ciò che stava attraversando. Il leggergli negli occhi che non aveva un’altra mi aveva tirata su, ma al tempo stesso mi aveva reso più egoista, facendomi prendere più alla leggera la sua inquietudine. È brutto da ammettere, ma è così. Mi concentrai più su me stessa. Nella mia mente la competizione con un’altra donna mi aveva atterrita, svuotata di tutte le energie; il fatto di avere invece ancora campo libero nel suo cuore, mi rigenerò: mi iniettò la voglia di riconquistarlo, di lucidare tutti quei lati di me che il tempo e la trivialità della consuetudine avevano impolverato. Parrucchiere e nuova tinta di capelli, estetista e visagista. Qualche capo nuovo, senza esagerare, e un cambio di profumo, una cosa quasi epocale per un’abitudinaria come me. È vero, non avevamo più trent’anni, ma togliermi quel peso di dosso, mi ritemprò. Tornai a sentirmi leggera, come se avessi dieci anni di meno. Nella mia mente iniziai a proiettare un film tutto mio dove riconquistavo Mauro; un film fatto di seduzione, corteggiamento, viaggi e weekend romantici. Avrei trovato il modo di distoglierlo dalle sue preoccupazioni, ne ero certa. Ma la sconosciuta spense di colpo il proiettore. Anzi, a dirla tutta lo prese e lo sfracellò al suolo, saltandoci poi sopra.

«Eleonora Osvaldi?» disse una voce femminile alle mie spalle.
Mi voltai. Una donna sui quaranta dall’aria innocua mi sorrise.
«Mi scusi se la disturbo. Non si preoccupi, per prima cosa. Lui sta bene… ma avrei bisogno di farle qualche domanda su suo marito» disse mostrandomi un tesserino che la identificava come un funzionario di Polizia.
In queste occasioni una non sa mai come comportarsi. Il mio primo pensiero fu che mi stesse mentendo, che fosse successo qualcosa a Mauro.
«Mauro? Mi dica la verità…».
«Sta bene, mi creda. Forse è meglio se ci spostiamo di qui, cosa dice?» fece toccandomi con dolcezza un braccio.
Mi guardai intorno come se avessi perso cognizione del tempo e dello spazio. Stavo tornando in ufficio dalla pausa pranzo.
«Ok…».

Ci sedemmo al tavolino di un bar lì in zona e ordinammo due caffè.
«Quindi ha notato che suo marito è stato più taciturno del solito in questo periodo?» ripeté la poliziotta spostando di lato la tazzina vuota.
«Sì, pensavo addirittura che avesse un’altra, ma… mi ha fatto capire di no. Gli ho creduto… mi dice cos’è successo per cortesia?».
Era da una decina di minuti che mi faceva domande su Mauro, sulla sua situazione lavorativa ed economica, e il suo rapporto con me. Il suo tono era gentile, ma i suoi occhi… capii che non era una chiacchierata informale ma un interrogatorio. Carla Rame, aveva detto di chiamarsi così, stava cercando di capire se fossi coinvolta in qualcosa che vedeva implicato mio marito.
«Senta, ho risposto a tutte le sue domande anche se non ero obbligata, giusto? Mi vuol dire cosa sta succedendo?».
La donna annuì e incrociò le mani sul tavolo. «Provi a chiamare suo marito» disse.
La fissai per qualche secondo poi feci come mi aveva chiesto.
«Entra subito la segreteria telefonica…» sussurrai. «Strano. Forse sta chiamando qualcuno…?».
«No. Suo marito risulta irraggiungibile da questa mattina…».
«In che senso?».
«Quelle che le sto per dare, signora, sono informazioni ancora riservate, quindi la prego di pesare bene le mie parole e, le ribadisco, crediamo che suo marito stia bene e che non corra pericoli…».
«Non capisco…».
«La polizia tributaria questa mattina avrebbe dovuto arrestare suo marito e i suoi due soci… avrebbe. Di tutti e tre si sono perse le tracce… I colleghi hanno richiesto anche il nostro intervento per cercarli, e abbiamo scoperto che hanno lasciato il Paese. Hanno passato il confine in Francia in auto e da lì hanno preso un aereo per le Baleari… da lì abbiamo perso le loro tracce, potrebbero aver preso un altro aereo o qualche crociera o nave per l’Africa, al momento stiamo ancora indagando».
«Impossibile» scoppiai a ridere. «Perché mai avrebbe dovuto fare una cosa del genere? E senza avvisarmi, poi?».
«Truffa, concussione, falso in bilancio, e bancarotta fraudolenta… sono questi i capi d’imputazione su suo marito e i due soci. Hanno truffato i loro clienti. Per semplicità: sono scappati con la cassa, signora… Mi dispiace. Qualcuno deve averli avvertiti che stavamo per arrestarli e sono partiti all’ultimo. Credo che vogliano arrivare in qualche paradiso fiscale. I colleghi della Finanza credono che abbiano dei soldi nascosti là. Li useranno per scappare».
«Non ci credo…».
Ero basita. Lei, da brava sbirra, non mi diede tempo di metabolizzare quella notizia devastante.
«Davvero non ne sapeva nulla?» mi chiese.
Le lacrime risposero per me. Scossi la testa, mortificata dalla vergogna.
«Ha avuto sentore che suo marito stesse per scappare? Le ha detto qualcosa in proposito che l’ha fatta insospettire, o che possa aiutarci a trovarlo? Perché mi creda, è meglio se lo troviamo noi. Giuridicamente parlando, è meglio che siamo noi a trovarlo e non qualche altra forza di polizia che fa riferimento a un codice penale meno, diciamo, accomodante sui reati finanziari».
Hai mai pensato di mollare tutto e sparire? Lasciarci alle spalle questa città, tutto quanto? Ricominciare da qualche altra parte… scegliere un posto e riniziare tutto. Io e te e basta… ci hai mai pensato?
Mi tornarono in mente le sue parole. Non era un attacco di nostalgia. Lui sapeva… mi stava offrendo di partire con lui, di scappare e ricominciare insieme. Non mi aveva detto dove perché non si fidava di me. Lui mi aveva offerto di ricominciare insieme a lui, e io avevo rifiutato, non sapendo in realtà cosa stesse covando. Ero stata io ad allontanarlo, non il contrario.
«Quante persone ha… quante persone hanno truffato?» chiesi.
La poliziotta scosse la testa. «Centinaia di risparmiatori, signora».
Sentii una staffilata di vergogna attraversarmi lo stomaco.
«Non ci posso credere…».
La poliziotta mi prese gentilmente una mano e la strinse nella sua. Era una brava donna, si vedeva, forse anche troppo buona per essere una poliziotta, mi trovai a pensare.
«Avete vissuto più di vent’anni insieme. Nessuno conosce suo marito meglio di lei. Ci aiuti a trovarlo, per favore. Dove potrebbe essere? Ha mai parlato di un posto in particolare, ha mai fatto riferimento, anche casuale, a qualche località, qualcosa che ci possa aiutare a trovarlo?».
Mi sentivo abbandonata e stupida. Tradita. Aveva ingannato anche me. Eppure perché mi sentivo così viva? Perché mi sentivo ancora così innamorata di lui, nonostante ciò che aveva fatto a quella povera gente e quello che avevo fatto a me, raggirandomi e lasciandomi? Perché avevo quella viscida sensazione di orgoglio per com’era riuscito a sfuggire alla polizia prima che lo arrestassero?
«So cosa sta pensando» disse la donna. «L’essere umano è strano, e la mente pensa le cose più assurde in situazioni del genere, ma mi creda… queste cose possono solo peggiorare. È meglio se siamo noi a trovarlo».
«Io…».
«Ascolti, le confesso che stamattina abbiamo perquisito anche casa vostra in cerca di qualche indizio che ci potesse dare l’idea di dove fosse andato, ma nulla. Non abbiamo trovato niente… Era da un po’ che lo tenevamo d’occhio. Non aveva amanti, non aveva precedenti. Crediamo che siano stati i suoi soci a metterlo in mezzo, sicuramente si è trovato con le spalle al muro e non ha potuto far altro che reggere loro il gioco… mi aiuti a trovarlo, e cercheremo di alleggerire la sua posizione processuale».
Lo amavo. Nonostante tutto lo amavo. E non volevo che marcisse nelle galere di qualche posto dimenticato da Dio. Volevo rivederlo, assicurarmi che stesse bene, e rassicurarlo sul fatto che l’avrei aspettato, non importava quanto avrei dovuto aspettare. Ci sarei stata per lui.
«Per favore…» sussurrò il commissario.
«Creta…» dissi. «La baia di Balos… la laguna…. È dove abbiamo trascorso il nostro viaggio di nozze. Negli anni mi ha parlato spesso di quel posto, di quel mare paradisiaco. L’isola di Gramvousa… quei posti gli erano rimasti nel cuore. Mi aveva chiesto spesso di tornarci, ma sa, per una cosa o un’altra avevamo sempre lasciato perdere… se c’è un posto dove si è nascosto, dove vuole rifarsi una vita, credo che possa essere quello» dissi asciugandomi gli occhi.
«Grazie… ha fatto la cosa giusta».
Non ero certa di aver fatto la cosa giusta. Sapevo solo che non avrei potuto fare altro. È questa la condanna dell’amore: non puoi smettere di amare.

Piergiorgio Pulixi

(continua)

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