Legami imperfetti

images (1)Dentro. Ero al buio. Sentivo perfino l’odore della mia pelle increspata. E un frastuono. Onde gigantesche di voci mescolate, irriconoscibili. Strillavano, come se stessero scendendo dalle tortuose serpentine di montagne russe, ed irrompevano nei miei timpani, precipitando nelle cavità più profonde del mio cervello.
E poi suoni, che lentamente si insinuavano nelle cavità più profonde delle mie viscere. Mi facevano male. Alzai la testa. Non vidi nulla. Cominciavo a sentire sempre più dolore.
Con voce rauca e nasale riuscii a distinguere perfettamente da lontano il venditore degli hot dogs, quello all’angolo con Via della Lungara. Oggi era lì. Lo avevo visto.
Non vedevo più le luci della notte, quelle delle insegne luminose ad intermittenza. Avevo le vene del collo rigonfie, sentivo scendere il mio sangue. E il pulsare. Incessante.
Cercai di toccare con la mano sinistra la mia gola, per massaggiarla. Non deglutivo.
Il respiro divenne improvvisamente ghiaccio solido, come un cubo piantato a mille metri di profondità nel mare del Nord.
Non riuscivo a muovere la mano. Tentai con l’altra. Nulla.
Avevo le mani legate. Ed ero imbavagliato.
Cercai di scalciare come un mulo, e mi resi conto d’essere con i piedi nudi e legati. Sentii il tonfo pesante del mio tallone rompersi contro un muro.
La mia schiena era rigida.
Che pezzo d’imbecille!
«Stai lontano da quella via di notte» Giuseppe Tosti, il mio amico, me lo aveva detto. Era un medico, un po’ troppo prudente, per i miei gusti, un timorato di Dio.
Ero dentro al suo studio, quando mi aveva avvisato. Ricordo quell’odore cancerogeno della cenere, sparso ovunque, attaccato come una vischiosa pellicola alla poltrona dove sedevo, ai quadri. Persino soverchiante quello della carta dei libri e delle ricette scritte tra quelle quattro linee verticali rosse. Era davvero inconfondibile.


Eppure, in questo momento, quell’odore stava assumendo un non so che di familiare. Un ricordo di libertà, un frammento di vita, anche tumultuosa. Come quella dei black panters col pugno chiuso, che rivendicavano la parola, il diritto alla scuola, il grano, il cotone, ma non quello per i ricchi, la bibbia, il sangue, e la rivoluzione. Tutto. Contro l’indifferenza. Contro il mondo.
Come me, adesso.
I polsi mi stavano scoppiando. E sembravano sempre più piccoli, per far posto al nodo scorsoio di una corda dura, pesante. E maledettamene stretta.
Urlai. Per inneggiare al sovvertimento. Per fare appello a tutte le mie forze. Per liberarmi da quella corda imbevuta di sangue. Era il mio.
Ne ero certo.
Poi mi venne in mente che era Natale. Cazzo, Natale.
Ero legato, dentro una stanza buia, solo e sentivo il mio respiro.
Mi ero ficcato in un guaio di merda.
«Massimo, torna presto. La cena si fredda.»
Ma è mai possibile che capiti tutto a me? Volevo fare l’eroe. In quel dannato mini market volevo fare l’eroe. Due balordi, romani, che sono entrati e si sono messi a prendere per i fondelli il proprietario, un indiano. Che se ne stava lì, calmo, non rispondendo, facendo finta di mettere a posto le mele, verdognole, nella cassetta di legno.
«Cojone, dacce tutta la cassetta di frutta, sbrigate!» e giù a ridere i bulletti.
Ecco, è cominciato così il mio 24 dicembre. Alle ore 20:15, in una sera, a Trastevere.
Rumore, sento un rumore. Mi devo girare. Ho la bocca incerottata. Poi capisco. È il mio cellulare che squilla, con la vibrazione. Quei deficienti non se sono accorti. Squilla…vibra, più che altro.
«E basta! Non vedete che lo state spaventando?» gridai, innervosito.
«E ora, chi è ‘sto deficiente ricciolone?»
L’altro si infilò il passamontagna. E non rispose.
Il primo si avvicinò a me. Era alto, almeno cinque centimetri più alto di me. E poi aveva le mani in tasca. La carnagione olivastra, e due scarpe da ginnastica bianche, estive, senza marca, e i calzini appallottolati. Faceva freddo. Era un palmo da me, sentivo salire la prepotenza dalla sua vena, la giugulare, che pompava sangue. E arrivò la spinta.
Con un occhio vidi fermarsi il ragazzo indiano. Aveva una mano poggiata sulle mele e con l’altra si appoggiava al bancone. Ma era immobile, senza guardare nessuno. Percepiva, però, tutto, dal vento, dal suono, dagli odori, dal formicolio delle mani.
«Te devi stare zitto.» E arrivò la seconda spinta. Più forte. E mi ritrovai con la schiena incastrata nel frigorifero, esattamente nello spigolo del frigorifero.
Mi dovevo divincolare. Con il braccio destro feci forza per fare una torsione. Ma l’uomo mise un piede per impedirmi di uscire da quell’angolo, da quell’incastro.
Non volevo affrontarlo. Squillò il cellulare. Era mia figlia.
«Sto coglione…» e mi arrivo un calcio sugli stinchi.
Vedevo già le palle rosse, da Natale, l’albero, e i regali che avevo messo sotto.
Il calcio mi fece male.
Se riuscissi ad agguantare il cellulare… E arrivò anche la seconda chiamata. La corda non si muoveva era stretta. Mi rotolai per terra. Dovevo arrivare da qualche parte. Piano piano, per non rompere il cellulare. Uno, due, uno due. Alla quarta giravolta intruppai in qualche cosa che non era rigido, né solido. Con un odore quasi d’incenso. Mi girai per 45 gradi, andando con il baricentro verso destra. E poi cominciai ad usare il fondo della mano. E le dita.
«Ti è piaciuto? Se ti muovi te ne do un altro. In mezzo alle palle.»
Non mi ricordo esattamente come avvenne, ma il secondo dopo la mia busta della spesa era a terra. E io pure, avvinghiato al corpo di quel balordo, con il collo graffiato. E avevo perso di vista la scena, la vita, il Natale. Poi, ad un certo punto, con un pugno assestato in faccia mi ritrovai sopra di lui. A dominarlo. E poi il nulla. Non ricordo più nulla. Se non rumori veloci, mani veloci, parole veloci e balzi veloci. Alle mie spalle. E un tonfo. Sordido rumore.
Teoria del conflitto. Un corpo contro un altro corpo genera conflitto. Uno dei due prima o poi soccombe. Se lo scontro non è a parole ed è tra sconosciuti, il fattore muscolare decide, e prende il sopravvento. Scontro tra simili non è scontro tra pari.
Tocco con il pollice destro qualche cosa di molliccio. È carne. Carne umana. Mi struscio all’indietro spingendomi con il gomito. Per avvicinarmi di più, cautamente. Era un uomo. Era l’indiano. Eravamo in due. Mi girai sull’altro lato. O, almeno, ci provai. Lui non si muoveva. Dovevo fare qualcosa, in fretta. Questa inerzia del suo corpo mi preoccupava. Cominciai prima a stendermi, e poi mi rotolai dall’altra parte. Volevo guardarlo e non stargli più alle sue spalle, da dietro. Allungai le gambe, e poi il bacino e, infine, con la scapola cominciai a curvare il tronco. La prima prova fallì miseramente. Avevo fatto solo un piccolo inutile spostamento. Poi mi ritrovai appiattito su di lui. Aveva gli occhi aperti. Non chiusi. Sbarrati. Non, erano, però, dipinti dalla paura, ma di libertà, di ricerca di un angolo libero, di una porta libera. Intravedevo uno spicchio di luce, quello di una segregazione negata, da sempre. Conosciuta e respinta, come la peste, ma nel silenzio.
Io cosa rappresentavo per quest’uomo?
Anche lui aveva un cerotto grigio sulla bocca. Ma sono sicuro che non avrebbe parlato comunque, non sarebbe uscito niente da quella bocca. In ogni caso.
Non riuscivo neppure a sentire che respirava. Ma respirava. D’altronde era vivo, quindi qualche respiro lo doveva pure emettere.
«Auguri. Auguri.»
E capii che era Natale. Mezzanotte. Il cellulare non squillava più. E io ero qui. Da solo. Anzi, con uno sconosciuto indiano. Inerme. Immobile.
Lentamente cominciai ad abituarmi al suo silenzio. Ci guardavamo. In quella strana posizione. L’un l’altro. E poi cominciai a capire. Lo sguardo, il suo volto, con le diramazioni scure, più scure delle mie, della pelle. Il viso, gli zigomi, le guance, le labbra erano immobili. Ma solo quelle. In realtà si stava divincolando dalla corda. Da molto tempo. Era una prospettiva che non avevo capito. Quel luccicare dell’occhio non era terrore, ma il risultato di una mirata contrazione del polso della mano, o forse di qualche falange, e ora risucchiava aria, a più non posso. E poi sbuffava. Cavolo, stava cercando di fare qualche mossa strana. Per divincolarsi. E allora mi spostai, cadendo prima sopra di lui e poi dall’altra parte dove aveva le mani legate dalla corda.
Il polso era più bianco del resto del braccio. O ero diventato scemo oppure vedevo un polso più piccolo dell’altro. Lui continuava a mantenere il corpo immobile, mentre il suo polso usciva, sì, usciva, e svicolava millimetro dopo millimetro. E neanche sudava. Mi rigirai dall’altra parte. E intravidi un posacenere di metallo. Mi allontanai da lui. E mettendomi orizzontale lo feci cadere. Ero come un bambino, felice, a Natale, per il suo regalo. Volevo avvertire Singh. Così lo avevo chiamato. E cominciai a mugugnare. Sentì sbattere un piede, due volte. Cavolo mi aveva capito. Chissà se parla la mia lingua, pensai. Forse l’inglese, ma io non lo so. Percepivo, però, che si era azionato un flusso comunicativo, di scambio sensoriale, ancestrale, dentro un interregno, quello nostro. Del nostro Natale. Fatto di gesti. Quasi onirici. Era un incubo, o un sogno quello che stavo vivendo?
Il linguaggio a segnali continuò. Io risposi con due colpi di gomito. E pure lui. E poi ancora, con tre colpi di gomito. E anche lui strusciò la gamba sul pavimento, per tre volte. Stavamo comunicando, stavamo parlando, stavamo scrivendo, il libro dell’inquietudine.
«Buon Natale.» Lo sentii distintamente. Ma col cavolo che era un buon Natale. Ero sudato, sudatissimo, e avevo anche freddo.
Il posacenere aveva i lati sporgenti e mi avvicinai. Non avrebbe mai tagliato la corda. Me ne resi conto subito. Ma per quanto dovevamo rimanere qui? Mi rigirai e vidi quel leggero muoversi del polso di Singh, verso sinistra. La corda era ancora tutta lì. Ma aveva fatto un piccolo progresso. Dovevo aiutarlo. Lui ce l’avrebbe fatta. Singh ce l’avrebbe fatta.
Guardai il posacenere. E l’istinto mi guidò. Verso la pazzia. Cominciai a scaraventare il mio volto addosso ai lati del posacenere. La prima volta feci troppo forte. I denti, che dolore lancinante.
Poi mi graffiai una guancia. E cominciai a sentire un bruciore. Inevitabile. Singh batté ancora una volta il piede. Mi stava approvando. Aveva capito. Riprovai. Ma ancora niente. Il cerotto era lì. Così misi il mio corpo a pancia in sotto e il posacenere incastrato tra il mio mento e il volto. E lo usai, come si può usare un violino con le corde, messe in parallelo, componendo ad ogni movimento, ad ogni sussulto, una nota, un suono, con passaggi acuti, per la tessitura di un brano. Armonie. Ero io che mugugnavo dal dolore. Ma resistevo, perché il timbro era buono, la scala era quella giusta, me lo sentivo, ed il cerotto si stava staccando.
Ero felice, pieno di gioia. Avrei liberato Singh. E poi lui avrebbe liberato me. In due ce l’avremmo fatta. Io e Singh.
Ci impiegai più del dovuto. E poi si strappò definitivamente.
«Singh, cazzo ce l’ho fatta.»
Mi dovevo fermare un attimo. All’improvviso mi sentivo stanco. Ero riverso su di lato. Ormai distante da Singh.
«Che fatica. Scusami. Tra poco vengo da te. Sono esausto. Chissà se mi funziona ancora il cellulare. Vediamo. Ah, no, ho ancora le mani legate. Tra poco ti libero. Con i denti ti aiuto. Sai, ho pensato che con i miei denti riesco a liberarti dalla corda che ti lega i polsi. Ci vorrà del tempo. Ma ci riusciremo. Ho ancora dolore, credo di essermi tagliato ad un labbro. Ma fa niente.»
Era immobile, come al suo solito. Anche lui si stava riposando. E io avevo la testa che batteva a mille.
«Pensa che a quest’ora sarei dovuto stare con mia figlia, Roberta. Mia moglie sta al Circeo, con la sua famiglia, siamo separati… E quest’anno tocca a me, stare con lei. Cioè, il Natale. Staremo insieme. Tu hai famiglia? Io l’ho avuta sette anni fa, intendo Roberta. È mora, sorride sempre, vispa, con due occhietti curiosi. Ah, forse tu non sai che significa “vispa”. È un sinonimo di vivace, una che mette gioia. Lei, però, è anche un piccolo terremoto. Certo, anche tu avrai dei figli. Voi non siete come noi, che ci pensiamo, pensiamo, all’infinito, e poi li facciamo a quarant’anni suonati. Vi vedo spensierati che girate, giovanissimi, con la carrozzina al seguito, o mano per la mano con il bambino. Magari ne hai più di due, tre, che dico, quattro. Singh, senti, poi devo comprare un po’ di cose. Ero venuto da te per questo. Mi servono altre decorazioni per l’albero, un po’ più di luci, e volevo prendere qualche cosa da mangiare, anche per domani. O forse siete aperti…Vabbè, comunque devo fare la spesa, Roberta, anche se piccola, mangia tutto e, se vede il frigorifero vuoto, fa la faccia scura. Capirai…A proposito, mi starà aspettando, e sarà in pensiero. Spero che abbia chiamato la madre. A casa c’è la mia compagna, Emanuela. Anche lei mi aspetta.»
E poi mi venne in mente di chiedergli se anche loro dopo una separazione si rifanno una compagna. E chissà se si separano, come da noi, e quanto noi, con le infinite guerre, in tribunale e in casa, le ripicche, i sotterfugi e ricatti. No, loro no. Hanno più stile. Hanno un loro codice che è più forte della nostra legge. In silenzio. In assoluto silenzio.
E poi un leggero frusciare. Sarà il polso che si muove, con quella tecnica speciale che Singh stava adottando, concentrato, e metodico, molto metodico. Se incanta un serpente figurati una corda.
«Senti, è una mia curiosità, ma, così, solo per parlare, ti vorrei fare una domanda. Tanto tra poco ti libero. Ma voi che ne pensate dei nostri matrimoni? Cioè, mi spiego meglio, vi separate anche voi, andate da un giudice, e vi scannate anche per un anello, che ne so…, una scrivania, oppure tutto avviene in maniera semplice ed ordinata? Sai, perché io, con mia moglie, hai voglia se abbiamo litigato! Poi adesso è tutto passato, ma due anni fa è scoppiato il finimondo. Ecco, io ti vedo felice, un pizzico più di noi. Non so se mi sbaglio. Ma per me è così. Tra di voi non vi vedo litigare per strada, anche qui a Roma. Anzi, non vi ho mai visto litigare, probabilmente è una questione di cultura. Noi, parliamo, parliamo, ma i meccanismi sono sempre gli stessi, rimangono gli stessi, si muove poco su questo punto. Io so veramente poco di voi. Chissà, magari quando usciamo diventeremo amici.»
Drizzai le orecchie, perché avevo sentito un rumore di chiavi.
«Fermati un attimo Singh. Fermo. Magari stanno tornando. Li hai sentiti? Io qui, al buio, non ci vendo niente. Poi questo labbro del cavolo sta continuando a sanguinare. Che palle. Mi sento sfibrato.»
E arrivò il primo colpo di tosse.
Il primo. Persi il fiato. Rimasi immobile. Avevo un freddo cane. Non ricordavo se ero uscito in cappotto. Girai il collo. E sentii un dolore lancinante.
«Singh… »
Rauca, una voce rauca, uscì. All’improvviso.
Mi devo riposare. Sarà lui a fare prima di me. Si slegherà. Io sto facendo un casino. Ho preso troppe botte. Meglio non fare l’eroe.
E cominciai a pensare. C’era qualche cosa che mi girava per la testa a proposito del matrimonio degli indiani. Forse che avevo visto in televisione. Ma sì, avevo visto un matrimonio indiano, con quei colori, gli anelli alle dita dei piedi, e il fuoco, e una pietra, i sette passi, e i balli, e le ghirlande. E, poi, quella polvere rossa che l’uomo metteva sul capo della donna. Chissà che significa. Ma era un film o un documentario? Non ricordo.
E Singh sarà stato felice di tutto questo, chissà se avrà delle foto in qualche cassetto nel market. Adesso quando usciamo…le voglio vedere.
Poi cominciai a sentire un peso. Forte. Su di me. Se era Singh doveva fare piano.
Singh, lo so, sono legato. Amico mio, fai piano, ti prego.
«Maresciallo. Eccolo. Stava qui. E non è da solo.»
Il maresciallo arrivò. La stazione dei carabinieri era vicina. Ma il ripostiglio era un po’ nascosto rispetto la locale. Così avevano impiegato del tempo prima di trovarlo. Erano stati allertati da un passante. Era entrato nel negozio, vedendo che aveva ancora le luci accese. Ma non c’era nessuno. Aveva aspettato un quarto d’ora, e poi, mentre se ne stava andando via, gli era venuto in mente di avvicinarsi un po’ di più al bancone. E così, aveva visto divelto un cassetto, nero, quello dove c’erano i contanti e faceva da cassa. E si era insospettito. Lui abitava a due tiri di schioppo e conosceva benissimo l’indiano che ci lavorava. Con il cellulare aveva chiamato i carabinieri.
«Hanno rubato tutto l’incasso? » aveva chiesto.
«Pare di sì. Adesso vediamo di rintracciare il titolare per fargli fare la denuncia.»
«È un indiano, lo vedo sempre qui. Non si sarebbe mai mosso.»
« Lei rimanga a disposizione.»
«Ma è Natale…»
«Noi dove pensa che siamo? Per cortesia…»
«Eccomi, Agostini, che hai visto? »
L’altro carabiniere indicò con il dito, dietro un grosso bancone, nel ripostiglio.
Un uomo indiano con i polsi legati, riverso per terra. Un polso quasi era uscito fuori. La testa era vicina alle gambe di un altro uomo. I due corpi formavano una “V”, perfetta, simmetrica, come se fosse stata disegnata da un compasso. Perché i due volti erano vicini, solo quelli, però. Il tronco e le gambe erano distanti.
L’indiano aveva gli occhi chiusi, quasi in segno preghiera.
L’altro, invece, aveva gli occhi aperti. Sbarrati.
E il sangue che scendeva. Dalle labbra e non solo.
«Sono morti entrambi. Maresciallo. Sono morti entrambi. Guardì la giugulare di quello, tagliata. Ho visto un posacenere con il bordo appuntito, sporco di sangue.»
«Non respirano? »
«No, e, secondo me, l’indiano è morto prima. Soffocato.»
«Chissà se si conoscevano. Ho l’impressione di sì. Me lo sento, a pelle.»
«Può essere. Andiamoci a fumare una sigaretta fuori. Si è fatto tardi.»
«Ma che diavolo ci faceva l’indiano vicino all’altro, così abbarbicato?»
«Ti fai troppe domande. Cavoli suoi. Andiamo.»

Alberto Sagna

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2 pensieri su “Legami imperfetti

  1. margherita marra

    e bravo alberto! complimenti! e’ veramente un noir ke si legge tutto. bravissimo e conmplimenti. e già ke ci siamo buonissimo anno. margherita marra

    Rispondi
    1. Priscilla

      Questo è un perfetto esempio di come deve essere un racconto di qualità: bello, ben scritto, avvincente, avvolgente. Hai saputo condensare in poche pagine di rara qualità la particolarità della trama, la suspence di un noir e l’introspezione dell’anima e del cuore del protagonista. Brivido e riflessioni. Bravissimo!!!

      Rispondi

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