“Appassionate. Storie, donne, imprese” di Filomena Pucci, Simplicissimus.

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Ero molto emozionata questa mattina, quando mi sono alzata dal letto. Erano almeno due anni che non dovevo svegliarmi così presto per andare a lavoro. A dirla tutta, erano due anni che non lavoravo.
Nel gennaio del 2010 la mia vita era cambiata radicalmente, o almeno si era interrotta quella che avevo vissuto fino a quel giorno. Dopo quasi dieci anni di esperienza come autrice per programmi televisivi, allo scadere dell’ennesimo contratto non me la sono sentita di ricominciare. In televisione per trovare un nuovo lavoro ogni volta bisogna fare il giro delle sette chiese; amici, amici di amici, aperitivi, feste, produttori, raccomandazioni. Due anni fa ho deciso che tutto questo non mi piaceva più. D’allora ho scritto. Un libro, un film e poi ho partecipato a concorsi, immaginando che le porte del successo si sarebbero aperte davanti al coraggio di chi lasciava tutto per seguire la sua passione. Invece nulla di tutto ciò è mai accaduto. No, neanche in sogno. I due anni che sono seguiti sono stati un incubo, ho letteralmente fatto la fame, subaffittato casa a stranieri di tutto il mondo per pagare l’affitto, e non ho azzeccato un fidanzato.
Non volevo continuare su quella strada, questo era certo, ma non sapevo come prenderne un’altra, mi ero infilata in un limbo da cui non sapevo come uscire. La vita mordeva con i suoi bisogni, affitto, bollette, agenzia delle entrate, e ogni giorno ho avuto paura che tutto mi crollasse addosso. Eppure non mi sono mossa. Per mesi sono stata seduta sul divano, davanti a me solo la parete arancione che avevo dipinto quando ero entrata in questa casa, cinque anni prima. Mi era piaciuta subito, l’avevo scelta e voluta con tenacia la mia prima casa e la difendevo con le unghie e con i denti, anche a costo di andare a fare la babysitter per una hostess affossata dal senso di colpa, che mi faceva alzare alle cinque per andare dall’altra parte della città con l’autobus, a svegliare il figlio dodicenne con il vassoio della colazione a letto. Io resistevo e non mi muovevo.

Davanti a me, sulla parete arancione campeggiava da tempo un post-it : QUELLO CHE TI PIACE FARE E’ LA COSA CHE SAI FARE MEGLIO.

Stava là da mesi ormai, lo vedevo ma di fatto non lo leggevo, tuttavia l’avevo scritto io, ne ero certa, la scrittura stampatello, irregolare, era la mia. Un’esortazione a me stessa scritta in un momento di particolare lungimiranza? Oppure un appunto notturno di un messaggio arrivato in sogno? In quei lunghi mesi senza lavoro stava crescendo dentro di me la sensazione di essere trasparente, mail e telefonate si facevano ogni giorno più rare. Nella buca delle lettere solamente le offerte speciali del supermercato e le bollette che non sapevo come pagare. Stavo perdendo presa sulla realtà e invidiavo quelli che tutte le mattina si alzavano per infilarsi nel traffico. Non era da me, eppure davanti vedevo soltanto una parete arancione con un post-it appiccicato su. Poi, una mattina fredda ma assolata, sono andata verso quella parete e ho preso quel foglietto giallo in mano. Cosa mi piaceva nella vita?
Non sono mai stata una lettrice vorace, eppure le storie sono il mio mondo. Rintraccio storie in qualsiasi occasione; ascoltate, trasformate o mai accadute. Dalla lettera d’amore strappata e buttata a terra, al flirt un po’ spinto tra la cassiera obesa del supermercato con un cliente molto più vecchio di lei, che compra ogni volta solo una saponetta alla rosa. Le storie sono il mio modo di imparare dal mondo. Raccontare storie è il mio modo di dire la mia sul mondo.
Su quel divano mi stavo isolando, alcuni cominciavano a perdere fiducia in me, in molti non mi capivano. Nessun altro avrebbe potuto incoraggiarmi se non chi sapeva perché avevo fatto quel salto. Capii che avevo bisogno di ascoltare storie di quelle donne che avevano corso il mio stesso rischio ed erano riuscite nell’impresa. Raccontare storie di donne che avevano costruito la loro impresa puntando tutto su una passione o su un’idea a cui credevano fortemente, sarebbe diventato il mio nuovo lavoro.

La storia di Maria Fermanelli mi aveva attirato fin da subito. Architetto quasi cinquantenne aveva deciso, dieci anni prima, di lasciare il suo studio e dedicarsi alla creazione di una nuova impresa, “Cose dell’altro pane”, produzioni da forno per celiaci.
Era una bella storia di cambiamento e di successo, che mi interessava proprio per quell’aspetto di trasformazione. Da più di due anni vivevo un equilibrio instabile che non permetteva di definirmi, il bruco che diventa farfalla come lo definiremmo se non sapessimo quello che sta per diventare? Allo stesso modo, io mi domandavo tutti i giorni chi stavo diventando. Quando ho incontrato la storia di Maria ho saputo subito quale sarebbe stata la mia prima domanda. Con che coraggio aveva puntato tutto su quella trasformazione? Nei giorni precedenti al nostro incontro avevamo fatto una lunga chiacchierata telefonica e avevamo iniziato a parlarne. Maria sembrava contenta di potersi raccontare, viveva con piacere la possibilità di tornare con la memoria ai giorni in cui tutto era cominciato. “Ero un architetto affermato, avevo il mio studio e dei clienti molto importanti. Erano più di vent’anni che facevo quel lavoro e anche se uno dei miei clienti una volta mi definì un piccola donna di ferro, non ti nego che cominciava a non piacermi più.” Io, che negli ultimi ventiquattro mesi mi ero più volte sentita dire che dovevo essere più adulta e responsabile, che il lavoro è un patto basato sulla capacità di fare compromessi e che è ingenuo credere che si possa fare quello che ci piace, da questa donna ancora sconosciuta, sentivo pronunciare la parola piacere e finalmente mi perdonavo. “In che senso?” le ho chiesto io quasi commossa. “Beh, sai, ero riuscita a realizzare il mio sogno di ragazza, diventare architetto. A quel punto avevo quarantacinque anni e ho sentito che l’illusione aveva lasciato il posto alla consapevolezza; non avevo più bisogno di dimostrare niente a me stessa, potevo finalmente dedicarmi a qualcosa solo perché mi faceva piacere.” Dall’altro capo del telefono Maria sospende la conversazione per qualche secondo, sta pensando a come continuare, sento che vuole spiegarmi esattamente cosa l’ha fatta muovere in quella direzione. Io ascolto il suo silenzio, impressionata dalla generosità con cui sta scavando dentro di sé per rispondere alla mia domanda. “Volevo costruire qualcosa che si reggesse da sola, che avesse un’anima, qualcosa che fosse come io penso il mondo.” Con il telefono in mano guardo la parete arancione e sorrido e sento che anche dall’altra parte della cornetta è scoppiato un sorriso commosso. “Circa dieci anni fa, una bella mattina sul mio tavolo d’architetto è arrivato un bando di finanziamento del comune di Roma per imprese al femminile, localizzate in aree disagiate. Studio la cartine delle aree proposte e mi rendo conto che il limite di una di queste passava esattamente sopra al confine della proprietà del convento.” Io non batto ciglia, aspettavo incuriosita che arrivasse a raccontarmi questo dettaglio. Sapevo che gli uffici e il laboratorio della sua impresa si trovavano dentro il convento delle Suore Benedettine di Roma, ma sapevo pure che era un monastero di monache di clausura, come era stata possibile una tale concomitanza? Maria continua a raccontare. “Conoscevo il convento da molti anni, le mie bambine avevano frequentato da loro l’asilo e la scuola elementare e in quegli anni avevo avuto la fortuna di entrare nei locali del forno e del laboratorio. E’ un convento di clausura, sai? raramente è data a qualcuno la possibilità di entrare, e in quell’occasione fui veramente grata al caso perché quello che vidi mi cambiò la vita. Allora ero un giovane architetto e quel locale, con mobili e macchinari degli anni cinquanta generò un meraviglioso stupore in me. Fu come entrare in una rivista da collezione. Per anni mi sono rimaste in testa le mattonelle bianche, i mobili in formica verdolini, i forni e le macchine per impastare. E poi sembrerà strano, forse assurdo, ma fin da bambina ho avuto un’attrazione particolare per il pane nel forno. L’estate passavamo le vacanze nel paese di origine di mio padre, un piccolo paesino della provincia laziale. Qui abitava una bambina come me, figlia del panettiere, che in quei mesi seguivo tutte le volte che si alzava la mattina presto per andare al forno con il padre. Amavo quel rito, quel profumo e la magia della lievitazione. Ecco qua, solo questo, ho messo insieme le due cose e ho rivoluzionato la mia vita.” Io al telefono ero sbalordita, immaginavo Maria bambina in punta di piedi che guardava il pane cuocere dentro il forno, mentre lentamente dentro la mia testa prendeva forma una domanda semplice e allo stesso tempo potente. “Mi stai dicendo che hai rivoluzionato la tua vita per realizzare qualcosa che ti piaceva da bambina?” “Già!” si limita a dire lei, probabilmente grata a quella bambina per aver avuto tanta pazienza.

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Filomena Pucci

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